Licenziamenti, perché non basta la proroga del blocco. Parla Eliana Como

C’è il rischio che l’autunno venga anestetizzato dagli annunci di Cgil, Cisl e Uil. Serve, invece, una mobilitazione reale sulle risorse perché la crisi non la paghino i lavoratori. Intervista con Eliana Como, portavoce di Riconquistiamo tutto, l’opposizione interna alla Cgil/

di Checchino Antonini/

Eliana Como, almeno abbiamo una data, il 18 settembre, anche se, da “sciopero generale” è stata declassata a “mobilitazione”?

Mah, dici? Io temo che non la abbiamo già più: Landini ha dichiarato che «a naso» la soluzione sul blocco dei licenziamenti gli pare buona. A me «a naso» pare invece la solita fregatura, con una montagna di soldi in sgravi alle imprese, ma per lavoratori e pensionati, in concreto, molto poco.
Mi chiedo in effetti se mai la abbiamo avuta una data. Mi pare che alla minaccia di sciopero generale di qualche giorno fa, non ci credessero tanto nemmeno Cgil Cisl e Uil che l’ha fatta…

Sia chiaro: non posso che essere contenta che minaccino lo sciopero. E’ il minimo sindacale. Anche perché l’ultima volta che Cgil Cisl e Uil lo hanno annunciato era la notte del 22 marzo quando Confindustria ha cambiato le carte in tavola, ritoccando i codici ateco, dopo l’annuncio del lockdown per le imprese non essenziali. Il lockdown era in drammatico ritardo ma comunque vitale in quel momento. La minaccia di sciopero, da sola, ha fatto fare marcia indietro al governo, con tutte le contraddizioni del caso, perché rimaneva la possibilità di deroga al prefetto, ma quella lista di codici ateco venne stracciata e si tornò a una più ragionevole. Semplicemente la minaccia di sciopero generale aveva sortito il suo effetto e questo, in quei giorni feroci, mi fece ancora più rabbia perché se la sola minaccia di sciopero da parte di Cgil, Cisl, Uil, determina quel risultato, a fronte della ferocia con cui Confindustria chiede il conto al governo, è veramente inspiegabile perché si lesina così tanto a giocarsi la carta dei rapporti di forza e consentire al governo di frenare la ferocia di Confindustria.
Chiaro che Confindustria vuole avere mani libere sui licenziamenti, quello di Tito Boeri su Repubblica, giorni fa, per cui sarebbe incostituzionale vietarli, è un annuncio preciso contro l’ipotesi di una proroga fino al 31 dicembre.

Almeno, la contromossa di Cgil, Cisl e Uil è stata tempestiva…
Fin qui tutto normale, il minimo sindacale. Infatti il governo ha spostato la data da metà ottobre a novembre. Tanto basta, mi pare, a Cgil Cisl e Uil per dimenticarsi dello sciopero. Immagino che prima o poi mi verranno a spiegare che, come a marzo, «abbiamo piegato Confindustria». Incredibile!
Il problema è proprio che in tutti questi mesi siamo sempre stati sotto il minimo sindacale, tanto più che c’è la necessità impellente che sindacato faccia la voce grossa nei confronti di una Confindustria che non ha nessuna remora e nessuno scrupolo perché altrimenti è evidente che un governo che normalmente rappresenta gli interessi dei padroni – è stato pronto a mettere nel cassetto le raccomandazioni dell’Istituto superiore di sanità – è pronto a inchinarsi a quei dictat. E’ ovvio che altrimenti le leggi continua a scriverle Confindustria.

Ma perché questa perplessità di fondo nei confronti dell’annuncio di Landini, Furlan e Bombardieri?
Perché mi pare che sia stata solo una tattica al tavolo con il governo. C’era una trattativa in corso per il blocco dei licenziamenti che doveva scadere ad agosto e si discuteva se prorogarlo a metà ottobre o alla fine dell’anno. Le imprese vogliono prorogare il meno possibile. Credo che bisognerebbe fare un po’ più sul serio anche perché il blocco è un tema cruciale perché quando finirà ci ritroveremo con le macerie dal punto di vista economico e sociale: Le imprese stanno aspettando la fine del blocco per un’operazione di macelleria sociale, la faranno lo stesso ma quando avranno le mani libere agiranno in blocco. Non è che l’economia si riprenderà tra il 15 ottobre e il 31 dicembre perché la crisi economica non è una dinamica congiunturale, i segnali c’erano già prima del covid. Credo che il blocco dei licenziamenti sia assolutamente da chiedere ma non sarà risolutivo. Il sindacato in questo momento non dovrebbe solo giocare sulla difensiva, e quindi minacciare lo sciopero solo quando Confindustria schiera i suoi per anticipare prima possibile i licenziamenti. Noi dovremmo giocare in attacco soprattutto di fronte a questa Confindustria. Quest’ultimo decreto proroga a novembre il blocco dei licenziamenti, bene. Ma d’altra parte dà risorse quasi esclusivamente alle imprese, con sgravi davvero ingenti. Praticamente, in cambio di prorogare il blocco a novembre, le nuove assunzioni gliele paghiamo per intero noi…

Ma come si fa in questo contesto ad andare all’attacco?
La lotta deve essere sulla distribuzione delle risorse che l’Europa ha messo in campo. Altrimenti non solo non vedremo un euro di quei fondi, ma finiremo col pagarle in termini di controriforme che ci sono state chieste in cambio del prestito. Bene chiedere che lo sblocco dei licenziamenti avvenga il più tardi possibile ma soprattutto dobbiamo pretendere misure di difesa attiva dell’occupazione. Me ne vengono in mente due che sarebbero state l’uovo di Colombo già nel 2008 e che invece non sono, di fatto, neppure prese in considerazione: la riduzione di orario di lavoro a parità di salario e l’abbassamento dell’età pensionabile in un paese in cui notoriamente si lavora troppo. Interessante che Boeri, ex presidente dell’Inps, ci abbia spiegato che il blocco impedisce la “libertà fondamentale” di licenziare i più anziani per assumere i più giovani. Sarebbe il delitto quello di impedire alle aziende di assumere i più giovani. Ma per assumere i giovani che costano la metà, non è che si debbano licenziare gli anziani. Il punto è mandare in pensione chi già ha lavorato troppo.
Contro tutto questo i documenti sindacali non bastano davvero più, ne abbiamo scritti a decine in questi anni. Possiamo continuare a scriverne quanti ne vogliamo. Il problema è che se non ci mobilitiamo non otteniamo niente e nemmeno difendiamo quel poco che ci resta. Ricordo a tutti che quota 100 scade fra un anno e c’è il rischio che i soldi europei li ripagheremo con gli interessi in termini di prolungamento dell’età pensionabile a cominciare dalla mancata proroga di quota 100. D’altra parte, se si continuano a tagliare i contributi previdenziali alle imprese…

Insomma voi di Riconquistiamo tutto vorreste uno sciopero generale vero, non solo annunciato, che porti a casa un blocco più lungo possibile ma soprattutto misure più incisive a difesa dell’occupazione. L’altra proposta di Cgil, Cisl e Uil è la riforma degli ammortizzatori sociali…

E’ scandaloso, lo abbiamo visto in questi mesi più che in altri periodi, che il salario in cassa arrivi in media si arrivi al 50% del salario o poco più al netto dei massimali (che sono 850 e 950 euro netti al mese, oltre questo non vai. Altro che l’80% del salario). E con interi settori che la cassa integrazione non ce l’hanno e sono stati coperti in questo periodo solo con il FIS e la cassa in deroga, ma perlopiù senza anticipo. Ma tu pare possibile che ci siano lavoratori che devono ancora prendere i soldi della cassa di marzo. Con centinaia di imprese che hanno truffato l’INPS, prendendo la cassa mentre i lavoratori continuavano a lavorare regolarmente! Sorvolo su quei parlamentari miserabili e pezzenti che hanno preso i 600 euro (notai e professionisti compresi).
Allora, certo che la riforma degli ammortizzatori è necessaria. È intollerabile che si continuino a dare soldi a pioggia a chi non ne ha bisogno mentre la coperta degli ammortizzatori copre a mala pena un pezzo del mondo del lavoro. Ma anche questa è ancora una misura difensiva. La crisi occupazionale che sta per esplodere – e ai più precari è già crollata addosso – non si affronta solo con misure difensive altrimenti, come avvenuto nel 2008 pagheranno solo i lavoratori. Lo sciopero non può essere solo annunciato e poi «a naso» va bene quello che propone il governo, nonostante una sproporzione evidente tra risorse per le imprese e risorse per il lavoro.

Mi sembra di capire che, secondo voi, l’autunno meriterebbe una mobilitazione molto più ampia sulle risorse stanziate dall’Europa.
Proprio così, perché altrimenti quei fondi andranno tutti alle imprese e noi pagheremo il conto. Aggiungo che trovo imbarazzante e inquietante il silenzio sul fatto che Fca – che ha appena intascato la garanzia da parte dello Stato per un prestito gigantesco di 6,3 miliardi – senza colpo ferire stia annunciando ristrutturazioni pesantissime su Iveco e Cnh Industrial, oltre che sull’indotto, al quale pare abbia annunciato che la prossima produzione di city car si farà negli stabilimenti Peugeot. A me pare che siamo in una situazione in cui Confindustria detta legge e il sindacato, a parte partecipare ai tavoli, non ha proprio alcun controllo, nemmeno sul fatto che il governo elargisce i soldi alle imprese senza alcuna reale contropartita per l’occupazione.

Ben venga il 18 settembre, dunque, ma poi?
Se verrà mantenuto bene, ma a me pare proprio solo un annuncio. In ogni caso, c’è urgenza di una vera mobilitazione, ben oltre una data e forse solo un annuncio. Anche se il governo ha prorogato il blocco dei licenziamenti. C’è una mobilitazione già in piedi nella scuola e che avrà una giornata importante il 26 settembre. Bene! Per come stanno andando le cose il rischio è che se riaprirà, la scuola possa richiudere subito per fare la didattica a distanza e sarebbe intollerabile non solo per il lavoro degli insegnanti ma per l’aumento delle disuguaglianze che la Dad determina.
E spero che ci sia la disponibilità da parte dei sindacati di base a voler convergere in una sola data e non tante marginali come gli ultimi anni. Lavoreremo perché anche la Cgil dichiari – davvero – lo sciopero generale.
So che non è semplice. Ma so anche che, quando a marzo si è trattato di decidere tra la vita e la morte – tenere fabbriche aperte in alcuni territori significava mandare le persone al massacro – i delegati non hanno aspettato una parola d’ordine del sindacato che non è arrivata se non dopo due settimane e anche Fiom, pur dando copertura agli scioperi di metà marzo, è stata ambigua perché la parola d’ordine per giorni non era chiudere le fabbriche ma “lavorare in sicurezza”. Però siamo riusciti dal basso a determinare una situazione per cui gli scioperi sono esplosi e questo ha costretto a seguirci prima la Fiom e poi la Cgil, sebbene con un ritardo storico che ha determinato migliaia di morti in particolare a Bergamo, la città in cui vivo, e in Lombardia. In quel periodo dell’anno ci siamo resi conto che le imprese erano disperate perché senza di noi da quelle fabbriche non usciva un bullone, è la dimostrazione che abbiamo una forza incredibile. Dobbiamo mettere in campo questa consapevolezza. O si dispiega una grande capacità di mobilitazione o saremo noi a pagarla questa crisi. Chiaro che non è semplice, molto più facile annunciare uno sciopero generale di Cgil, Cisl e Uil che magari non si farà o proclamare dieci scioperi dei sindacati di base. La cosa veramente difficile è costruire i rapporti di forza nei posti di lavoro, non è facile ma a marzo ci siamo riusciti, almeno nelle fabbriche grandi, determinando a contribuire che il sindacato potesse rivendicare il lockdown.

A settembre, probabilmente, non ci sarà la paura di andare a lavorare ma quella di perdere il posto di lavoro e restare senza salario. Non è uno svantaggio per i lavoratori?
Il rischio è che il sindacato confederale incanali quella paura legittima nella sola parola d’ordine della proroga anestetizzando l’autunno, tanto il blocco dei licenziamenti è stato prorogato. Invece c’è bisogno di molto di più, perché il tema è la redistribuzione di quelle risorse europee. Da ora c’è bisogno di costruire una situazione tale per imporre parole d’ordine più avanzate riuscendo a tenere insieme tutte le nostre rivendicazioni.

Infatti, l’altra grossa vertenza è quella per la difesa e il rilancio dei servizi e della sanità.
«E’ una richiesta prioritaria quella che le risorse vengano finalmente destinate a scuola e sanità pubbliche dopo tutto quello che è successo in questi mesi. Anche perché nessuno può prevedere se ci sarà una ricaduta dal punto di vista della crisi sanitaria. Se dovesse risuccedere non la riaffronteremo con gli stessi problemi strutturali, cronici, determinati da decenni di tagli, che avevamo a marzo. Il rischio è che il virus possa diffondersi in regioni ancora meno preparate della Lombardia sul piano delle strutture sanitarie pubbliche. La prima cosa che dobbiamo rivendicare sono risorse stanziate per screening di massa, i mancati tamponi sono stati responsabili dell’esplosione dell’epidemia sulla quale, ad oggi, non è ancora accertata qualche responsabilità. I soldi del prestito Ue devono essere destinati alla sanità pubblica perché una strage di quelle dimensioni non accada mai più.