Nessuna rimozione del razzismo italico

di Fabrizio Burattini

Il movimento antirazzista che è esploso negli Stati uniti nelle ultime settimane ci ha spinto a sviluppare nei suoi confronti un approfondimento di analisi e importanti iniziative di solidarietà. Ma i maggiori mass media italiani, in particolare quelli “liberaldemocratici”, come il “Corriere della sera”, “Repubblica”, i principali telegiornali, lo spiegano come una reazione ad un vizio peculiare dell’America, ad un razzismo intrinsecamente legato alla storia di quel paese e, ancora di più, come ad una risposta alla becera svolta a destra impressa alla politica statunitense dal “populismo” di Trump.

Naturalmente in tutto ciò c’è una larga parte di verità: le classi dominanti USA hanno prosperato per secoli sul razzismo consustanziale allo schiavismo fatto patire agli africani e allo sterminio degli amerindi. E la destra ultrareazionaria, che rimpiange l’epoca in cui le donne e gli uomini di pelle diversa dalla “bianca” erano correntemente e ufficialmente considerati subumani, ha trovato nuovo alimento e legittimazione nella “narrazione” trumpiana. 

Ma gli editoriali pelosamente solidali nei confronti della protesta “I can’t breathe” rischiano sempre di veicolare un messaggio di autoassoluzione nei confronti delle responsabilità storiche e politiche della borghesia “nostrana”, quasi che il nostro paese fosse esente da quel vizio, che nel nostro paese il razzismo sia un fenomeno relativamente nuovo, innescato di recente dalla presenza da un paio di decenni a questa parte di un crescente numero di immigrati, soprattutto arabi e africani e abilmente sfruttato da una destra becera e senza scrupoli. 

Se si vuole richiamare un qualche precedente di questa odierna xenofobia, ci si rifà al massimo alle “leggi razziali” del 1938, quindi circoscrivendo il razzismo italico all’aberrazione dell’ultimo fascismo ormai soggiogato dal modello hitleriano, o, al massimo, allo strisciante razzismo antirom, in parte spiegandolo con la irriducibilità culturale di quella etnia abituata al nomadismo.

In realtà, troppo spesso si perpetua quella mistificante immagine di “italiani, brava gente”, che le classi dominanti hanno sempre utilizzato per coprire le vergognose infamie di cui i “nostri” eserciti, le “nostre” forze dell’ordine, ma molte volte anche torme di “semplici cittadini” hanno perpetrato in Italia e nelle colonie o nei territori occupati.

Già gli antichi romani si distinsero per gli eccidi dei popoli che via via sottomettevano. Basti citare la conquista dell’odierna Francia da parte del “Divo” Giulio Cesare, che secondo la ricostruzione di Plinio il Vecchio, dopo la vittoria nella battaglia di Alesia, portò allo sterminio di un milione e duecentomila Galli.

In “Cuore di tenebra”, Joseph Conrad descrive i legionari romani che risalivano la Britannia (ma non era diverso da ciò che era accaduto in Gallia): “arraffavano tutto quanto potevano. Era proprio una rapina a mano armata, un omicidio aggravato su vasta scala, di uomini che agivano alla cieca, una conquista della terra, per portarla via a chi ha una pelle diversa dalla nostra o un naso un po’ più schiacciato”.

Ma, certo, quella era un’epoca barbara, nella quale si assisteva ai massacri dei gladiatori…

Poi, il fatto che durante numerosi secoli l’Italia sia stata suddivisa in tanti staterelli spesso sotto il controllo delle più grandi potenze ha causato l’esclusione di fatto del nostro paese dalla corsa ad accaparrarsi le “Indie occidentali”, l’Africa e l’Asia, lasciando così ad altri (spagnoli, portoghesi, inglesi, olandesi, francesi, tedeschi…) l’impegno di sterminare gli indigeni delle Americhe e di deportarvi in condizioni che è troppo poco definire disumane decine di milioni di schiavi africani.

Ma anche in Italia, non appena unificato il “regno” (1861), i neonati governi postrisorgimentali subito si impegnarono a recuperare il terreno perduto, anche se tutti i migliori bocconi coloniali erano già in mano ad altri paesi d’Europa.

I primi tentativi di penetrazione italiana in Asia furono almeno formalmente finalizzati a creare “colonie penali” per relegare lontano da ogni possibilità di contatto con le proprie famiglie tutti i galeotti imprigionati nella feroce repressione del brigantaggio, soprattutto nell’Italia meridionale.

Poi, per non restare del tutto tagliati fuori dai profitti dei traffici con l’Estremo Oriente, i governi “di sinistra” di Crispi concentrarono la loro attenzione sul Mar Rosso, dove un porto sotto controllo italiano avrebbe costituito una rendita di posizione preziosa per controllare il grande traffico commerciale che vi transitava dopo l’apertura del Canale di Suez.

Da lì iniziò una lunga serie di misfatti che sarebbe molto salutare ricordare. La lista sarebbe molto lunga. Ci limiteremo qui ad alcuni accenni sparsi.

Nel 1900, una coalizione internazionale si forma per reprimere e operare rappresaglie in Cina contro la rivolta dei Boxer. L’Italia chiede di partecipare e invia un corpo militare di oltre 2000 uomini, che, al pari degli altri compari delle altre potenze coloniali, si rende protagonista di numerose stragi ed eccidi tra la popolazione cinese, tanto da far scrivere ad un giovanissimo Luigi Barzini, corrispondente del “Corriere della sera”: “Tutto l’immenso piano (di Pechino) non è che un cimitero. Davanti allo spettacolo dell’opera nostra, qui sento che la mia fede nella nostra civiltà si affievolisce. Le leggi che ci sembrano naturali sono sospese, il delitto diventa legale; tutto quanto di basso ed abbietto nell’animo nostro si credeva distrutto da tanti secoli di civiltà, di cultura, di educazione, in realtà non è che calato in fondo, lasciando tutto puro come il fango sotto l’acqua limpida. Alla prima scossa il fango viene su a vortici e intorbida tutto. Così soltanto si può spiegare quanto le truppe delle nazioni civili compirono e compiono in Cina…” (L’Avvenire.it).

Negli anni successivi, l’Italia fu segnata da una spudorata campagna nazionalista (che peraltro preparò il terreno culturale su cui un paio di decenni dopo prosperò la crescita del fascismo): al bando ogni impulso che oggi potrebbe essere definito “buonista”, nessuna concessione al pacifismo. L’Italia aveva bisogno di una “quarta sponda”. I governatorati della Tripolitania e della Cirenaica su cui l’impero turco stentava a mantenere il controllo venivano descritti come la “terra promessa” (non si sa da chi a chi).

Così, il governo Giolitti, dopo una lunga serie di tentennamenti, alla fine del 1911 “cede” alle spinte nazionaliste e colonialiste e invia in Libia alcune decine di migliaia di soldati. Questi militari, puniscono i libici, colpevoli di non aver esultato all’arrivo dei conquistatori italiani: il bilancio delle prime giornate di presenza italiana nelle città della costa libica sarà di 4000 morti e di altrettanti deportati nelle colonie penali prontamente allestite in alcune isole italiane (Tremiti, Ustica, ecc.). Di questi deportati, detenuti dai carcerieri italiani in condizioni bestiali, parecchie centinaia non fecero più ritorno in patria. Qualche migliaio di libici venne brutalmente impiccato e lasciato pendere nelle vie dei principali villaggi della regione nel vano tentativo di intimidire ogni intento di ribellione. Gli episodi di criminale e indiscriminata repressione della popolazione berbera si moltiplicarono. Le numerose denunce di efferate uccisioni venivano censurate, arabi bruciati vivi, gettati nei pozzi, fucilati per capriccio.

Nel 1926, durante l’occupazione coloniale della Somalia, nella zona di Merca, i coloni italiani che coltivavano le terre sottratte ai somali, decisero di “autorganizzarsi” per punire un imam locale reo di influenzare negativamente gli oltre 7000 braccianti indigeni, sostanzialmente ridotti in schiavitù, inducendoli a una scarsa produttività o addirittura alla fuga. Il bilancio sarà dunque di 8 morti italiani e di alcune centinaia di somali passati per le armi uno ad uno, compreso ovviamente l’imam, dopo la distruzione della moschea in cui si erano asserragliati. E la cosa non cessò con la caduta del fascismo: lo “schiavismo bianco” in Somalia continuò ad esistere, in maniera più o meno ufficiale, fino alla fine del “protettorato” italiano sul paese africano, cioè fino al 1960.

Tornando in Libia, Pietro Badoglio, “maresciallo d’Italia”, il cui nome successivamente passerà alla storia in quanto capo del primo governo italiano “postfascista”, si distinse in proclami ed azioni ferocemente colonialiste e razziste; giungendo in Libia, nel 1929, rivolse ai locali questo proclama: “il Governo italiano è giusto e benevolo verso chi si sottomette con cuore puro alle leggi e agli ordini; ma è inflessibile e senza pietà per chi crede di potersi opporre all’invincibile forza dell’Italia”. Ed è quello che gli aerei italiani, sotto il comando di Badoglio e di Rodolfo Graziani, fecero, mitragliando e sterminando migliaia di libici, uomini, vecchi, donne e bambini, che in fuga dalla colonizzazione cercavano di passare oltre le frontiere dell’Algeria francese.

L’anno successivo, per spezzare ogni possibile saldatura tra la popolazione della Cirenaica e le formazioni guerrigliere di Omar al-Mukhtàr, i generali Badoglio e Graziani ordinarono la deportazione totale di quella popolazione, 100.000 persone costrette a spostarsi di oltre 1000 chilometri per raggiungere degli sterminati e malsani campi di concentramento, dove arrivarono in non più di 90.000. Gli altri 10.000 erano stati passati per le armi durante il tragitto perché rallentavano la marcia. Dopo la fine dell’occupazione italiana della Libia, dei 100.000 deportati non rientrarono a casa più di 60.000 libici: un vero e proprio genocidio.

I pericoli di rivolta all’interno degli sterminati lager libici venivano soffocati con continue impiccagioni pubbliche. Tra queste vale la pena di segnalare quella del capo ribelle al-Mukhtàr, impiccato di fronte a 20.000 prigionieri fatti ammassare nello spiazzo centrale del campo di concentramento  di Soluch, nei pressi di Bengasi.

E il processo di rimozione di questa “epopea” continuò imperterrito anche dopo il fascismo: per tutti gli anni Ottanta del secolo scorso, 40 anni dopo la fine del “ventennio”, in tutta Italia fu proibita la proiezione pubblica del film libico-americano “Il leone del deserto”, dedicato alla storia, appunto, di Omar al-Mukhtàr, arrivando perfino, nel 1987, a farne sequestrare platealmente la pellicola dalla Digos prima della sua proiezione in un cinema di Trento. Tutto ciò nonostante che le lotte antiautoritarie del 1968 avessero già da tempo imposto l’abolizione della onnipotente Commissione censura che aveva operato fino a tutti gli anni Sessanta e mentre negli Stati uniti proliferavano film coraggiosi ma anche molto popolari di denuncia del massacro dei nativi americani, come “Soldato blu”, “Piccolo grande uomo”, “Un uomo chiamato cavallo” e poi “Balla coi lupi”, “L’ultimo dei mohicani” o cartoon come “Pocahontas”, ecc. Le motivazioni erano esplicitamente quelle di “lesa maestà”: il presidente del consiglio Giulio Andreotti arrivò a dire che il film era “lesivo della dignità nazionale italiana, in quanto danneggia l’onore dell’esercito”. E l’ostracismo contro ogni ricostruzione onesta delle atrocità perpetrate dal razzismo colonialista italiano in Libia (e non solo) continuò per anni. Nel 2003, l’allora ministro dei Beni culturali, il “liberale” Giuliano Urbani, negò ancora una volta il nullaosta per la proiezione del film. Vale la pena di rileggere quanto disse nel 2004, ben dopo essersi sanificato nelle acque di Fiuggi, Gianfranco Fini, allora vicepresidente nel governo Berlusconi: “sono altri in Europa che si devono vergognare di certe pagine brutte e anche noi abbiamo le nostre responsabilità ma, almeno in Libia, gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura Occidentale”, cercando di perpetuare la favola tragicomica secondo cui l’Italia sarebbe stata portatrice di un colonialismo buono, generoso e compassionevole. Un po’ da tutti in Italia l’impresa libica è stata a lungo celebrata come un “atto di civilizzazione”, utile allo sviluppo “nazionale” ma anche e soprattutto all’economia libica, una sorta di missione per lo sviluppo di una nazione arretrata, di cultura animistica e tribale, con un’economia basata su un’agricoltura primitiva, una pastorizia povera, un artigianato arcaico e un piccolo commercio asfittico.

In realtà, quando nel 1943 finisce l’occupazione coloniale italiana in Libia, “l’eredità italiana è disastrosa: il 94% della popolazione è analfabeta, la mortalità infantile è al 40%, il reddito pro capite non supera le 16 sterline all’anno, la struttura sociale è arretrata di trecento anni; solo 13 libici sono laureati, tra di loro non c’è nessun medico” (A. Semplici, Libia, Clupguide, Milano 1996).

Tralasceremo di approfondire le gesta dell’esercito coloniale italiano in Etiopia. Trascriveremo solo il biecamente cinico resoconto che ne fanno alcuni ufficiali. 

Alessandro Pavolini: “L’aviazione è la cavalleria d’inseguimento. Vere e proprie cariche di velivoli si avventarono lungo le carovaniere, incalzarono i fuggiaschi ai guadi, dispersero le colonne, perseguitarono i dispersi con la mitragliatrice e la carabina… Questa operazione finale, nelle selve, nelle forre e nelle caverne del Tembien, richiamava ancora una volta alla mente immagini di caccia grossa. Somigliò a una gigantesca battuta… Infinite altre ecatombi, spesso molto più vaste, ha visto la storia delle guerre. Ma di rado la strage si concentrò in un tempo e in uno spazio altrettanto ristretti. Fulminata, una generazione giaceva sui tratturi dell’altopiano

Vittorio Mussolini, il figlio del “duce”: “Un abissino col fucile correva verso sud. Una bella sventagliata e l’abissino era a terra. Era dunque una caccia isolata all’uomo, come al solito, e ogni apparecchio, per conto suo, frugava ogni buco annusando l’abissino… Era un lavoro divertentissimo e di un effetto tragico ma bello… Una grossa zeriba, circondata da alti alberi, non riuscivo a colpirla. Bisognava centrare bene il tetto di paglia, e solo al terzo passaggio ci riuscii. Quei disgraziati che stavano dentro e si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori scappando come indemoniati… Sulle Ambe si acquisisce la laurea per essere uomini. La guerra certo educa e tempra e io la consiglio a tutti, anche perché credo che sia proprio dovere di un uomo farne almeno una”.

Giuseppe Bottai: il terreno è cosparso di “cadaveri di gente nera. Non commuovono. Questa morte di colore sembra una mascherata.

Ma a usare questo tipo di linguaggio non sono solo noti gerarchi fascisti, ma anche un principe del giornalismo italiano che poi, nei decenni successivi, sarebbe divenuto un punto di riferimento della democrazia liberale, della lotta contro Berlusconi, un fustigatore dei vizi italici, il maestro di Marco Travaglio, Indro Montanelli: alla fine dell’attacco ad un villaggio “la spedizione (di caccia) è stata buona: sessantasette morti accertati. Gli ascari si sparpagliarono pei tukul a razziare e, all’occorrenza, fornire i sacramenti definitivi a qualcuno che poteva essersi rintanato in qualche nascondiglio a esalarvi l’ultimo rantolo… Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza premio dopo tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora…”

Ma le imprese abissine dell’allora giovane Montanelli non si limitarono al campo militare. Ecco ciò che il guru del giornalismo italiano dichiarò a Enzo Biagi in un’intervista televisiva all’inizio degli anni Ottanta in merito al suo “matrimonio” con una giovanissima etiope: “la ho regolarmente sposata, in quanto regolarmente comprata dal padre. Aveva 12 anni, ma non mi prendere per un bruto: a 12 anni quelle lì sono già donne… Avevo bisogno di una donna a quell’età. Me la comprò il mio sottufficiale insieme a un cavallo e un fucile, in tutto 500 lire… Lei era un animalino docile; ogni 15 giorni mi raggiungeva ovunque fossi insieme alle mogli degli altri” (Le sottolineature sono nostre; le citazioni sono tratte da A Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozzi Editore e da aleteia.org).

In questa sommaria ricostruzione dei misfatti perpetrati da “nostri” connazionali, peraltro con la complice connivenza di una buona maggioranza del popolo italiano “fascistizzato” abbiamo volutamente trascurato altri non meno efferati episodi, come, ad esempio, l’uso sui villaggi dell’Etiopia, dell’Eritrea e della Somalia di centinaia di tonnellate di iprite, un gas messo al bando dal Protocollo di Ginevra del 1925, dopo che i tedeschi lo avevano sperimentato nella guerra del 1914-18 con effetti terrificanti.

Così come non abbiamo raccontato nulla dei bestiali massacri che nel 1937 fecero seguito all’attentato della resistenza etiopica contro il sanguinario generale Graziani e, in particolare, dello sterminio dei 2000 monaci cristiano-copti della città conventuale di Debrà Libanòs, sommariamente ritenuti coinvolti nella progettazione dell’attentato al gerarca.

Un insieme di atti (questi e molti altri) più che sufficienti per giudicare che anche la classe dominante italiana, al pari di quelle di tanti altri paesi è proprio “brutta gente”…