Confindustrie europee : la société, c’est nous!

di Fabrizio Burattini

Due o tre giorni fa, Vincenzo Boccia, Dieter Kempf e Geoffroy Roux de Bézieux, rispettivamente a nome della Confindustria italiana, della Bundesverband der Deutschen Industrie (l’associazione federale dell’industria tedesca) e del Mouvement des Entreprises de France (il MEDEF degli industriali francesi), hanno sottoscritto un appello congiunto ai rispettivi governi e all’Unione europea per rivendicare “un ampio piano per tornare a crescere e difendere la competitività delle imprese a livello globale”.

Un piano, che, secondo questa illustre sollecitazione, deve essere “ambizioso”, tale da “creare un Fondo europeo di rilancio di dimensioni adeguate”. Confindustria, BDI e Medef incassano con moderata soddisfazione i finanziamenti finora stanziati dai diversi governi, quelli messi a disposizione dalla BEI (la Banca europea degli investimenti), dal MES e dalla Commissione della UE, ma incitano le istituzioni comunitarie a fare di più, assieme ai governi nazionali. Chiedono “misure di rilancio sostanziali” (cioè finanziamenti a pioggia) nella misura di “almeno il 5% del PIL per ogni anno (circa 100 miliardi per l’Italia, 800 miliardi considerando l’intera UE), perlomeno fino al 2023”.

Secondo i capi dei padronati dei principali paesi europei, la pandemia ha messo in discussione il “level-playing field”, cioè la “parità di condizioni” tra i competitor, una rivendicazione di “parità” che risulta stridente dalla bocca di chi da sempre si è avvalso di una posizione di forza per imporsi sul mercato e nella società.

Non si può certo negare che il Covid-19 abbia scosso molte certezze nell’economia e nella società. Non ha certo scosso la certezza della precarietà della vita di chi sopravvive ogni giorno non sapendo che cosa l’aspetti l’indomani.

Vorremmo perciò unire la nostra meno illustre voce rivendicando anche noi un level-playing field per chi, ancora di più nel frastuono mediatico delle lobby scatenatosi di fronte all’imprevisto allargamento dei cordoni dei governi e della stessa UE, non riesce a far sentire le proprie ragioni.

Ad esempio, le ragioni dei migranti di Ventimiglia, di quelli che, nonostante le patologie manifeste, non possono uscire dal Campo Roja, che continua ad essere sigillato dal 18 aprile, nonostante la fine del lockdown. Ma anche di quelli che, per una fase 1 che sembra non concludersi mai, perché arrivati dopo quella data vengono lasciati a languire all’esterno, senza alcuna assistenza e senza alcun riparo. Lo segnala l’ASGI, sul suo sito.

Oppure le silenziose ragioni dei bambini che in Italia si trovano in condizioni di povertà assoluta, cresciuti di numero, a causa della pandemia, da 1.200.000 a oltre due milioni, dato che tra i circa 9 milioni e mezzo di lavoratori che hanno perduto il lavoro a partire da marzo si contano 3,7 milioni di famiglie monoreddito, metà delle quali con figli a carico. Lo denuncia Save the Children, che in una sua indagine ha rilevato che circa la metà delle famiglie intervistate ha dovuto ridurre le spese alimentari e il consumo di carne e pesce.

Le mute ragioni dei “vulnerabili tra i vulnerabili”, cioè delle 50.000 persone che in Italia vivono per strada, senza alcuna dimora (lo racconta il sito di Medici per i diritti umani), totalmente esposte alla pandemia, già portatrici di più patologie croniche concomitanti, con difficoltà di accesso ai servizi sanitari e perfino ai servizi igienici più essenziali, il più delle volte senza alcuna politica di intervento da parte delle istituzioni. La stessa associazione propone in un interessante documento una strategia di intervento in sette punti.

Oppure le ragioni di quel 50% dei 7 milioni di persone che assistono un familiare con disabilità che (secondo un’indagine del CONFAD – Coordinamento nazionale famiglie con disabilità), durante tutta l’emergenza sanitaria, è stato lasciato solo dalle istituzioni e dalle cooperative a cui in genere sono appaltati i servizi assistenziali.

Sono i costi di una disparità di condizioni che data da ben prima dell’epidemia e che l’epidemia ha reso ancor più vergognosa ed insopportabile.

Naturalmente di tutto ciò negli appelli euroconfindustriali non risulta nulla. E Boccia, Kempf e Roux de Bézieux non si pongono neanche il problema, anzi, rivendicando, come fanno nel loro appello, “diminuzione delle tasse e tagli alle spese pubbliche”, chiedono un ulteriore calo dell’intervento dello stato a favore di coloro che non hanno nessun level-playing field.