E ora le imprese vogliono anche l’impunità

di Fabrizio Burattini

L’avevamo detto qualche giorno fa quando nel nostro “Il progetto dei padroni: sbaragliare salari e diritti” su questo stesso sito mettevamo in evidenza tra gli obiettivi che la Confindustria e le altre associazioni padronali intendono imporre al governo quello della “deroga o, magari, della revisione definitiva dell’art. 2087 del codice civile”.

Bonomi e gli altri dirigenti di quella organizzazione, ponendosi e ponendo al governo questo compito, si basavano sui dati che l’Inail stava divulgando in quella stessa giornata.

Infatti, il report del 4 maggio registra che l’istituto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ha ricevuto, tra la fine di febbraio e il 4 maggio, ben 37.352 denunce di contagi da Covid-19 contratti da lavoratrici e lavoratori sui posti di lavoro, con 129 casi mortali.

Come è noto, e la Confindustria lo sa benissimo, il suddetto articolo del Codice civile recita:

“L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

E sa che esiste anche una norma del codice penale, l’articolo 437 che recita così: “Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni”.

Ovviamente, non intendiamo qui esercitare alcun pregiudizio “giustizialista”. Come prescrive la legge e la giurisprudenza, spetterà alle lavoratrici e ai lavoratori che hanno fatto denuncia, o ai familiari superstiti nel caso di contagi conclusisi in con il decesso dell’ammalato, argomentare quali siano le omissioni imputate ai rispettivi datori di lavoro, così come sarà diritto di questi ultimi tentare di dimostrare al contrario la puntualità del loro operato.

Quello che si può dire è che si profila una mole enorme di contenzioso tra, da un lato, lavoratrici e lavoratori che denunciano di aver contratto il contagio sul posto di lavoro e che dunque potrebbero chiedere un indennizzo per il danno subito e, dall’altro, le aziende di cui sono dipendenti, soprattutto se si pensa che negli scorsi anni il numero di denunce di malattie contagiose contratte sul posto di lavoro non aveva mai superato la quantità di 20 ogni anno, a fronte delle quasi 37.352 denunciate nei soli primi 4 mesi del 2020…

Negli scorsi anni il grosso delle malattie contratte sul posto di lavoro (attorno alle 60.000 l’anno) era di natura osteomuscolare, neurologica, dell’apparato uditivo, di quello respiratorio o di natura oncologica, tipologie patologiche che, magari riducendosi un po’ a causa dei due mesi di lockdown, comunque continueranno a verificarsi più o meno con la frequenza degli altri anni. Dunque, quello che spaventa il padronato è proprio il pensiero di dover farsi carico dell’iperbolico incremento del contenzioso sul terreno delle malattie infettive.

Chiaramente, una quantità preponderante di queste lavoratrici e lavoratori infettati (il 73,2%) è composta da operatori sanitari e socio-assistenziali, ivi compresi le/i dipendenti delle RSA pubbliche e private.

Naturalmente sarà compito dell’Inail ed eventualmente del magistrato stabilire se nei vari casi denunciati ricorrano le condizioni di responsabilità del datore di lavoro. Anche in relazione a dove e quando il contagio si è trasmesso. Perché una cosa è se il contagio si è prodotto nelle prime settimane, quando ancora le caratteristiche del Covid-19 non erano note, oppure dopo i vari protocolli (quello del 14 marzo e le integrazioni introdotte il 24 aprile), se l’azienda ha operato in quanto classificata come “essenziale” oppure in deroga attraverso la comunicazione alla prefettura, perché naturalmente diversi nel tempo erano gli obblighi che il datore di lavoro era chiamato a rispettare.

Una situazione del tutto particolare riguarda proprio quelle decine di migliaia di aziende che hanno operato attraverso la comunicazione di deroga, comunicazione che contemplava anche l’autocertificazione di aver adottato in azienda tutte le misure di prevenzione previste (dispositivi di protezione, sanificazione, distanziamento, ecc…), autocertificazione di cui naturalmente, salvo che in pochissimi casi, nessuno si è premurato di controllare la veridicità. Ora, con il contenzioso di fronte all’Inail, anche se a posteriori, quella dichiarazione andrà verificata. E se se ne verificherà l’infondatezza, cioè che l’azienda aveva messo per iscritto che rispettava la prevenzione mentre non lo faceva, si configurerà anche il reato (penale) di dichiarazione mendace.

Non a caso, proprio in questi giorni, numerose strutture locali di Confindustria stanno organizzando, in collaborazione con i loro uffici legali, videoconferenze sulla questione. La preoccupazione pervade il mondo imprenditoriale.

I consulenti del lavoro, quella categoria di professionisti che si affannano per risolvere i problemi delle aziende, sono mobilitati. Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei consulenti dichiara al Corriere della sera: “È un problema che rischia di bloccare la riapertura di molte piccole e micro aziende intimorite da questo rischio. Riterrei urgente avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma. Sarebbe necessario, dunque, introdurre uno scudo penale che escluda la responsabilità del datore di lavoro”.

Sia il sottosegretario al Lavoro, Stanislao Di Piazza (M5s), sia il direttore dell’Inail, Giuseppe Lucibello, si sono espressi a favore, sostenendo che “lo scudo penale non sembra una scelta irragionevole”. Dai sindacati nessuna notizia. Con buona pace delle vittime…