Covid19 e democrazia

di Fabrizio Burattini

Simbolicamente e paradossalmente l’ “Unione” europea all’epoca del coronavirus è “unita” dalla chiusura di tutte le sue frontiere.

Infatti, tutti i paesi aderenti hanno decretato la sospensione del trattato di Schengen e hanno ripristinato il controllo su tutta la circolazione delle persone, oltre che chiuderle in modo ancora più ermetico nei confronti di tutti i cittadini extracomunitari.

Occorre riconoscere che l’Italia, quando ha deciso la chiusura dei confini, il 10 marzo, contava già più di 10.000 contagiati. Ma i paesi che hanno immediatamente seguito il suo esempio (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Cechia) praticamente non erano ancora neanche toccati dall’epidemia. Naturalmente, i governanti di questi paesi avranno certamente giustificato queste misure con l’intento di evitare di replicare anche nel loro territorio quella che all’epoca poteva sembrare una tragedia solo italiana. Ma, vista la recente storia di questi paesi (in particolare di quelli dell’ex blocco dell’Est) non ci si può nascondere come questa decisione sia stata presa dai governanti in una sorta di nuova ebbrezza nazionalistica.

Una riflessione analoga può essere fatta sullo “stato di emergenza” che è stato decretato (seppure in forme diverse) in numerosi paesi dell’Unione. Questi governanti, naturalmente, hanno efficacemente giustificato queste loro decisioni (in genere avallate dai parlamenti a larghissima maggioranza) con la finalità di dover assumere con la massima rapidità e in maniera tempestiva decisioni potenzialmente molto impopolari. E i popoli, le opinioni pubbliche hanno condiviso le motivazioni e le decisioni e si sono sobbarcate le relative conseguenze. Per settimane le città sono state desertificate, sorvolate da droni, punteggiate da innumerevoli posti di blocco delle diverse polizie.

Per alcuni giorni il silenzio mortale delle città è stato rotto da generosi flash mob di numerose cittadine e cittadini (anche se troppo spesso subalterni ad un equivoco orgoglio patrio), ma rapidamente la quiete e la chiusura all’interno dei nuclei familiari ha preso il sopravvento. Ci si è un po’ tutte e tutti concentrati sulla cucina, sulla gestione della casa, sulle difficoltà della sopravvivenza.

E il fracasso della rete, intasata dallo smart working, dalla didattica a distanza, dalle videotelefonate e dalle assemblee online è stato solo un pallido surrogato di una vita pubblica e sociale soffocata dallo stato di emergenza. E, a mio avviso, pur comprendendo e avendo anche personalmente accettato le giustificazioni dello stato di emergenza, ho trovato sintomatico del degrado il fatto che a denunciare la gravità di questo silenzio siano stati solo pochi, pochissimi intellettuali. Voglio qui segnalare la riflessione di Wu Ming in merito all’ “iperbole antistorica del nulla sarà più come prima” e sul “che fare nella fase 2” (vedi qui in particolare ai punti 6 e 7).

Certo, una cosa sono i decreti fatti approvare da Viktor Orbán al parlamento ungherese e altre misure già esplicitamente autoritarie assunte in altri paesi dell’est Europa e altra sono gli stati di emergenza temporanei definiti in paesi di lunga tradizione “liberale”. Il leader ungherese ha ottenuto pieni poteri a tempo indeterminato e la reclusione per chi “diffonde disinformazione”. Ma anche in Polonia è stata modificata d’autorità la legge elettorale per assicurare la rielezione all’attuale presidente Andrzej Duda ed è stata adottata una misura che proibisce di criticare le prestazioni del sistema sanitario. In Slovacchia lo stato d’emergenza consente allo stato di accedere senza autorizzazione a tutte le informazioni riguardanti i singoli cittadini.

Nell’Europa occidentale, e in particolare in Italia, è stato reso sistematico il ricorso alla decretazione autocratica del presidente del Consiglio (e, su scala regionale, dei presidenti delle diverse regioni). L’opposizione di destra ovviamente non è credibile nella sua chiassosa, grottesca e strumentale difesa della democrazia. Nessuno può dimenticare come il suo leader leghista avesse auspicato l’assunzione dei pieni poteri l’estate scorsa, in una situazione tale da non giustificare nessuna necessità di misure straordinarie.

Ciò non toglie che la sospensione del diritto di riunione e di manifestazione (art. 17 della Costituzione, che significa diritto di organizzarsi e autorganizzarsi), del diritto di fare propaganda (art. 21)  e di ogni attività pubblica, la stessa limitazione del diritto di incontro con i familiari e con gli “affetti stabili”, alla lunga lascerà un segno indelebile nella coscienza e nella sfera politica.

E’ necessario che non si dia per scontato che, mentre si autorizza ogni attività volta alla produzione del profitto, pur con l’osservanza (peraltro non scontata) di norme di sicurezza e di distanziamento, al contrario, il fondamentale diritto sociale, politico e democratico di riunirsi e organizzarsi, propagandare e manifestare le proprie idee sia vietato e perfino ignorato dalla decretazione d’urgenza. Occorre dire a gran voce che non ci basta il diritto di fare videoconferenze o videoriunioni. Le videoriunioni possono andare bene per la Confindustria, dove il consesso è tenuto insieme da interessi molto concreti e tangibili. Nella sfera sociale che ci interessa, le riunioni sono cementate da una necessaria empatia che nessuna presenza virtuale può assicurare.

E non è una rivendicazione che riguarda solo chi fa politica o pratica sociale. La stessa vita culturale del paese, la possibilità di incontrarsi per leggere e commentare insieme libri o vedere insieme filmati o produzioni grafiche non può essere virtualmente surrogata. Tanto quanto la didattica a distanza non può sostituire la scuola.

Occorre rivendicare che la “fase 2” significhi anche una riconquista, magari graduale ma certa, della vita pubblica. La sinistra, se vuole essere degna di questo nome, non solo quella cosiddetta “radicale”, ma tutta quella che proclama di aver a cuore i diritti della persona (che sono da esercitare collettivamente o non sono) ponga con forza e unitariamente questo tema al centro dell’agenda politica. I sindacati piccoli, grandi, radicali o concertativi che siano, non possono vivere senza vivere quotidianamente quei diritti, pena la trasformazione in agenzie assistenziali. Lo stesso può dirsi per l’associazionismo democratico e per le organizzazioni di volontariato.

Naturalmente, un discorso analogo può essere fatto per il diritto di sciopero. E’ vero che questo diritto, un tempo tutelato inderogabilmente dall’art. 40 della Costituzione, è stato ampiamente manomesso nel corso degli ultimi tre decenni da leggi e commissioni antisciopero. E’ stato praticato fino al 23-24 marzo per rivendicare una più forte tutela della vita messa in discussione da attività produttive che non rispettavano minimamente le regole di distanziamento e di sicurezza. Poi, dopo l’accordo sui codici Ateco raggiunto tra governo e “parti sociali” il 24, lo sciopero proclamato dall’USB per il 25 marzo, per dare copertura a quelle migliaia di lavoratrici e di lavoratori che continuavano a ritenere insufficiente quell’accordo, è stato brutalmente vietato dalla Commissione antisciopero presieduta da Giuseppe Santoro-Passarelli.

Ecco, crediamo che, nelle forme in cui sarà possibile, la sinistra, i sindacati, l’associazionismo democratico, ma anche le singole persone che tengono alle libertà individuali e collettive, debbano tutte e tutti impegnarsi in una campagna, magari anche unitaria, per il graduale ma certo ripristino delle libertà democratiche sancite dalla Costituzione e contro quegli stravolgimenti formali o surrettizi dei principi di democrazia che, sotto la copertura dell’epidemia, stanno coinvolgendo vari paesi d’Europa, naturalmente a partire dall’Ungheria.

La campagna dovrebbe concretizzarsi in prese di posizione, materiale di propaganda, pratica di riunioni all’aperto (anche complice la buona stagione). Non possiamo tollerare che il virus infetti la vita pubblica. Occorre anche qui una terapia.