Relazioni pericolose: musica trap, cultura pop ed egemonia liberale

di Francesco Munafò

La cultura pop è definibile come quel complesso di manifestazioni culturali la cui fruizione coinvolge un ampio numero di persone. Questo la rende estremamente sensibile agli umori del senso comune, con il quale intrattiene un rapporto dialettico di condizionamento in senso attivo e ricettivo. Di condizionamento attivo, perché può avvenire che larghe fette di élite culturali si facciano portatrici di istanze progressiste e democratiche, che nonostante posseggano questi caratteri non sono esenti da contraddizioni. Di condizionamento ricettivo, perché se l’opinione pubblica rinnova il proprio senso comune, anche i produttori di cultura pop devono adattarsi, pena l’esclusione dall’industria culturale di massa. Banalmente: non  è concepibile che esca un film hollywoodiano che propugna posizioni clericaliste e ultraconservatrici, perché non venderebbe, un po’ a causa del bombardamento che riceverebbe dalla critica (quella progressista per evidenti ragioni, ma anche quella più conservatrice avrebbe delle riserve legate a questioni di prestigio culturale e moderazione), un po’ a causa del boicottaggio di massa che il film riceverebbe. Infatti, l’opinione pubblica (specialmente le fasce più giovani della popolazione, maggiori fruitrici di prodotti culturali di massa usciti negli ultimi trent’anni) non è sempre quella palude di oscurantismo e di clericalismo che si vuole far credere. Mediamente, infatti, buona parte delle giovani e dei giovani sotto i 40 anni si dichiara di posizioni politiche progressiste1, anche se queso progressismo non si esprime mai in concretizzazioni diverse dal riformismo.

Dunque, questo rapporto dialettico tra cultura pop e società rende la prima del tutto degna di essere studiata e considerata, e non solo da un punto di vista prettamente estetico: infatti, un’estetica marxista non è mai solo fine a sé stessa, ma si avvale, in quanto estetica sistematica, di una precedente analisi dei nessi causali interni alla società che hanno portato l’arte a essere ciò che è in un determinato contesto storico. In sintesi: un’analisi della cultura pop è un valido strumento euristico per giungere a un’analisi della società e dei suoi equilibri egemonici, così come questi sono i pilastri fondanti dell’analisi della cultura pop. Tra estetica e teoria della società vige quindi, come tra arte e società, un rapporto di scambio dialettico. A questo proposito le analisi marxiste dei fenomeni culturali di massa sono analisi contenutistiche2, cioè mirate ai significati e non agli stili.

Trap, hip hop e egemonia liberale

La trap è indiscutibilmente il genere musicale più ascoltato tra i giovani e le giovani, compreso chi scrive, e proprio questo dato non deve farcela sottovalutare o disprezzare. Le compagne e i compagni che vogliono diffondere non soltanto la validità dei propri contenuti, ma anche la validità del metodo marxista di analisi dell’esistente, devono essere preparat* e conoscere questo fenomeno più di tutti gli altri, vista la sua diffusione. Premetto che in questa sede, visti gli obiettivi di questo testo, astrarrò sia dagli aspetti più strettamente musicologici sia dalla considerazione dei portati e delle complessità esistenziali presenti nei testi degli artisti trap. Inoltre, mi soffermerò soltanto su questo genere musicale in quanto “tipo” della cultura pop in genere. Con “tipo” si intende un elemento che ha da un lato caratteristiche e stili propri e dall’altro è capace di indicare, in quanto immerso in un genere, e cioè in una classe di elementi, caratteristiche di questa stessa classe di elementi. Per semplificare: se la trap è inserita nel genere “cultura pop”, allora indagando le caratteristiche della trap si indagano anche alcune caratteristiche della cultura pop in genere. Infine, considerazione non meno importante: chi scrive conosce la trap meglio di ogni altra espressione della cultura pop.

La trap nasce come un’evoluzione stilistica del rap, e specialmente di quel suo sottogenere che è il South Rap, così chiamato perché originario soprattutto di Houston e Atlanta, caratterizzato da sonorità spigolose e scabre e da una vocazione alla sperimentazione che è spesso valsa ai suoi esponenti l’antipatia dei colleghi provenienti dalle altre parti degli USA. Il genere ha progressivamente acquisito autonomia e si è diffuso in Europa, dove ha raggiunto i picchi di successo commerciale in Italia e in Francia. In Italia, tra i dieci singoli più ascoltati al momento, otto sono singoli hip hop di cui sei trap3.

La trap porta un carico di contenuti eversivi e anticonformisti, spesso diffusi con un linguaggio forte che non disdegna l’impromerio e la bestemmia. Ma questi contenuti sono davvero così eversivi e anticonformisti? La risposta è, probabilmente, no. L’anticonformismo della trap non è un fenomeno nuovo. Sfera Ebbasta potrebbe essere considerato il nuovo Tonio Kroeger: entrambi portano avanti una ribellione culturale contro un sistema di valori tipico della borghesia imprenditoriale. Criticano la fattività, la volontà di fare progetti e di “sistemarsi”, che sono tipici connotati morali della borghesia. Ma questa critica non scende nel profondo, non si fa mai radicale. Se lo facesse, comprenderebbe che la ragione per cui un sistema di valori esiste come sistema egemone è che esso è la giustificazione morale e culturale degli interessi di una classe dominante. Rivoltarsi a questo sistema di valori significa dunque, se la rivolta è profonda, contrastare gli interessi della classe dominante, che in questo caso coincidono con le logiche di profitto interne al capitalismo. Una ribellione autentica è una ribellione anticapitalista. Non criticare gli aspetti economici e strutturali significa essere destinati a riprodurli. E infatti il modello proposto dai trapper è, al di là di un sistema di valori concepito come innovativo e anticonformista, ugualmente quello del “farcela”, dell’avere successo, del self-made man, del fare soldi, che non è nient’altro che una riproposizione immediata dell’etica liberale. Come l’attuale miliardario uscì dal ghetto e iniziò a darsi da fare per fare soldi e aprire un’impresa, così il trapper sgomitò per uscire dal ghetto rincorrendo i soldi e il successo. 4

Collegato a questo tema è anche un altro problema: la trap è pericolosa? Le giovani e i giovani potrebbero imitare quei ragazzotti che parlano di droga, armi, soldi e prostituzione? A mio parere, la risposta è nuovamente un no. “Fibra è il motivo se rappo, mica il motivo se spaccio” dice Massimo Pericolo 5. La mimesi può verificarsi in due modi: a) la volontà di diventare rapper b) la volontà di “farcela”. Sul primo punto non c’è da discutere. Il secondo è più ostico. Sostengo che il ragazzino o la ragazzina siano nella maggior parte dei casi non tanto motivati a diventare rapper, che nel senso comune è concepito come un mestiere d’inventiva e di genio, e quindi non sempre replicabile da tutte e tutti. La mimesi dunque può avvenire a un livello più profondo, che riproduce l’ontologia dell’emancipazione liberale6 senza adornarla dei caratteri del successo musicale. In altri termini: il ragazzino o la ragazzina del proletariato o del sottoproletariato possono essere spinti più probabilmente verso la morale del “farcela”, e cioè verso un individualismo che è un portato della cultura liberale che li potrebbe portare più probabilmente al vertice di un’azienda che al primo posto della classifica FIMI. Intendo con “riproduzione dell’ontologia” questa comunanza essenziale tra il modello emancipativo portato avanti dai trappers e quello portato avanti dalla borghesia (in entrambi sono presenti i caratteri dell’individualismo, dell’arricchimento personale e dell’uscita dallo stato di miseria, tre caratteristiche tipiche di un sistema di mobilità sociale basato sulla competizione). Con questi risultati in mano, non ho difficoltà a pensare alla trap come a un’ideologia della borghesia.

Ma perché? Le risposte sono molteplici. Gramsci scriverebbe che il lavoro egemonico è un lavoro di configurazione del senso comune, e la borghesia ha compiuto questo lavoro mutuando dal protestantesimo, per poi secolarizzarla, una mentalità che avesse a che fare con la fattività e con le opere, due valori ritenuti positivi con cui portare avanti un processo di mobilità sociale competitiva. La classe sociale dominante, poi, universalizza i propri valori e ne trae un sistema morale7 che viene diffuso attraverso gli apparati educativi e rieducativi formali (le scuole, le Chiese, le carceri) e informali (famiglia, associazioni, ambienti cuturali, etc)8. Così, il senso comune del cittadino o della cittadina occidentale concepisce tutte le possibilità emancipative come possibilità di ascensione socio-economica. Chi si distanzia, come le controculture o le sottoculture, lo fa, come già detto, parzialmente e non radicalmente, criticando i valori e non la loro origine e funzione (il mantenimento del dominio di classe).

Cesare Alemanni sostiene che non è sempre stato così, e che quando negli anni ’70 la cultura hip hop nacque, tra i suoi intenti c’era di dare voce a una collettività arrabbiata e delusa quale era la comunità nera degli Stati Uniti. Fino all’arrivo dell’industria musicale9.

Un altro aspetto da approfondire è il ruolo delle donne all’interno della trap. Sono sempre più frequenti i fenomeni di donne talentuose che entrano nell’industria musicale e, come si dice in gergo, “spaccano tutto”. Madame, Comagatte, Chadia Rodriguez. Sono donne che devono sgomitare in un universo fortemente maschilista, dominato da un’immagine della donna come donna-oggetto e che devono lottare per imporsi in mezzo ai pregiudizi di genere, ancora troppo diffusi nell’ambiente trap, e la loro lotta, a mio parere, è a priori qualcosa di molto coraggioso. Oltre a essere tecnicamente e liricamente dotate, le trappers propongono modelli nuovi di lettura della musica e dell’esistenza, ma, come già detto, questo non vuole essere un testo musicologico.

Come conducono, dunque, questa loro lotta? Dimostrando di essere all’altezza del sistema di valori machista e patriarcale dei loro colleghi. E così nei loro testi spuntano fuori gli stessi valori pseudoliberali che i loro colleghi portano avanti, e che molte letture femministe attribuirebbero al matrimonio tra patriarcato e capitalismo, e cioè come valori originati dall’attività di repressione della donna da parte dell’uomo borghese. Scrive Carla Lonzi: “Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza.10” E, l’ho già detto, per certi versi queste ragazze lo fanno, e le donne e le ragazze che le ascoltano possono testimoniare certamente più di me in tal senso.

Al netto di tutte queste variabili che rendono il fenomeno delle donne trapper un fenomeno complesso, il loro femminismo, però, finisce per essere un esempio di femminismo liberale, che mira cioè non ad abolire una gerarchia sociale e il sistema di classe a cui questa afferisce, ma ad introdurvi anche le donne11. Che, come i loro colleghi, sgomitano per entrare nell’élite musicale, e vogliono soldi, auto, ville.

Per quanto riguarda invece non più l’attività della donna sulla scena trap, ma il problema del machismo, mi limito a segnalare un’interessantissima iniziativa di NUDM, il Manifesto per l’antisessismo nel rap italiano 12, che mette in luce con chiarezza la problematica del sessismo negli ambienti hip hop.

Lo Stato dell’arte

Lo stato dell’arte è lo “stato dell’arte”: sembra una tautologia o uno sfottò, ma in realtà significa semplicemente che lo stato a cui giunge la cultura artistica è in molti casi sintomatico di equilibri di potere e di egemonia presenti più in generale nella totalità sociale, e cioè il suo “stato dell’arte”. In un noto dialogo con Chomsky, Foucault esprime la necessità di criticare il potere come qualcosa di diffuso, e di criticarne tutte le strutture della sua diffusione13. L’arte può servire in tal senso, in quanto fenomeno sociale ed egemonico in cui si specchia e si diffonde il potere.

Note

1 https://www.statista.com/statistics/1067740/uk-general-election-poll-by-age/ , dove si chiede a chi partecipa al sondaggio per chi avrebbe votato alle elezioni politiche del 2019 in Regno Unito

2 cfr. ABENDROTH, HOLZ, KOFLER, Conversazioni con Lukacs

3 https://www.fimi.it/top-of-the-music/classifiche.kl#/charts/1

4 R.H. TURNER, Mobilità cooptativa e competitiva e sistemi scolastici: Inghilterra e Stati Uniti: “In un sistema di mobilità competitiva […] ogni individuo è incoraggiato a pensarsi come se fosse in lizza per una posizione d’élite, facendo sì che la fedeltà al sistema e gli atteggiamenti conformistici siano coltivati nel processo di preparazione a questa evenienza. È essenziale che questo orientamento verso il futuro sia tenuto vivo, ritardando la sensazione di un irreparabile insuccesso finale […]. Vedendo se stesso nella prospettiva del successo futuro, colui che aspira ad entrare nell’élite si identifica fortemente con i membri dell’élite stessa; i fatti che mostrano che essi sono comuni esseri umani come lui giovano a rafforzare questa identificazione […]; una sufficiente interiorizzazione della norma dell’ambizione serve a isolare coloro che non hanno ambizioni bollandoli come individui devianti e a impedire che costoro formino un vero gruppo subculturale […]. È interessante notare che, nelle situazioni in cui un sistema di controllo del genere funziona efficacemente, è più probabile che una devianza organizzata o di gang prenda la forma di un attacco contro le convenzioni e l’ordine morale piuttosto che contro il sistema di classe stesso.” (corsivo mio)

5 https://www.youtube.com/watch?v=dto1jvVYjiY

6 Portinaro chiama “religione della proprietà” questo aspetto del liberalismo, che pur essendo una teoria filosofica e politica complessa, affascinante e non povera di aspetti che andrebbero studiati e approfonditi, ha nel proprio sistema di valori anche “il nesso tra proprietà e moralità [che] diviene un luogo comune di questa ideologia: laboriosità, parsimonia, produttività assurgono a virtù dell’ordine liberale”. P. Portinaro, Profilo del liberalismo

7 K. MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel: “Soltanto nel nome dei diritti universali della società, una classe particolare può rivendicare a se stessa il dominio universale.”

8 L. ALTHUSSER, Ideologia ed apparati ideologici di Stato

9 C. ALEMANNI, Rap. Una storia, due Americhe. Tra l’altro Alemanni mette a fuoco anche il fatto che alla base della nascita del rap come narrazione del disagio ci sono tre fenomeni legati indissolubilmente all’attività delle classi dominanti: l’urbanistica classista di Robert Moses, la war on drugs e la crisi del capitalismo alla fine dei Trenta Gloriosi che fece virare molto sottoproletariato verso forme di organizzazione criminale come le gang

10 Manifesto di rivolta femminile, ma gli stessi contenuti sono espressi più approfonditamente in Sputiamo su Hegel

11 ARRUZZA, BHATTARCHARYA, FRASER, Femminismo per il 99%, “Tesi 2. Il femminismo liberale ha fallito. E’ tempo di lasciarcelo alle spalle”

12 https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/07/10/manifesto-per-lantisessismo-nel-rap-italiano/

13 https://www.youtube.com/watch?v=J5wuB_p63YM