Ilva, il ricatto del governo alla città di Taranto

La rottura delle trattative per la vendita di Ilva alla cordata indiana. Il governo non vuole spendere per la bonifica e ricatta i tarantini

di Checchino Antonini

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La salute dei tarantini non vale come i profitti di Ilva. Il governo Gentiloni soffia sul fuoco a Taranto e ricatta gli enti di prossimità, Regione Puglia e Comune. Nuovo brusco stop della trattativa sulla cessione dell’Ilva alla cordata Am Investco. Ad essere bloccato questa volta è, appunto, il tavolo di confronto istituzionale su Taranto dopo il rifiuto del Governatore della Puglia e del sindaco di Taranto di ritirare il ricorso contro il Dpcm del governo sulla proroga del piano ambientale. Non è bastato infatti al ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, la disponibilità offerta da Emiliano e Melucci di ritirare solo la richiesta di sospensiva mantenendo il merito del provvedimento: troppo poco per dare ad Arcelor Mittal quella “tranquillità” necessaria per andare avanti con il piano; troppo per lo Stato che potrebbe trovarsi nelle condizioni di dover garantire, dal rischio legato all’incertezza giuridica, quei 2,2 mld di euro che il gigante franco-indiano ha assicurato in termini di investimenti. Stop alla trattativa, dunque.  Se la misura cautelare presentata da comune e regione insieme al ricorso venisse accolta dal Tar il 9 gennaio non ci sarebbe nient’altro da fare che cominciare a spegnere l’acciaieria: «non posso fare assumere allo Stato una responsabilità di 2,2 miliardi di euro per pagare il conto del ricorso», dice Calenda. Per Michele Emiliano però, le obiezioni del ministro «sono tutte sciocchezze, non è affatto vero che il ricorso blocchi alcunché», come pure «non è vero che ArcelorMittal (guida della cordata di Am Investco ndr) se ne va». Secondo il governatore pugliese, il tavolo istituzionale era cominciato e sarebbe andato avanti benissimo se al ministro Calenda non fosse venuta una vera e propria «crisi isterica», tale da fargli abbandonare la stessa riunione. Cronaca degli eventi che è stata però smentita dal ministro e dalla segretaria generale della Fiom-Cgil Francesca Re David, presente all’incontro. «Assolutamente no», ha risposto infatti la sindacalista a chi le chiedeva conferma della crisi di nervi del ministro, come pure ha definito «una follia» la proposta di Emiliano di continuare la trattiva sull’Ilva senza Calenda. Il fronte sindacale concertativo si è mostrato ancora compatto sulle stesse posizioni del ministro, chiedendo di nuovo agli enti locali di ritirare il ricorso e di lasciare che la trattativa continui, a tutela dei 20mila lavoratori coinvolti, delle loro famiglie e dei cittadini di Taranto. Per questi ultimi comunque ci sono delle buone notizie. La copertura dei parchi minerari avverrà a prescindere dal ritiro del ricorso, anzi i lavori (che partiranno il primo febbraio) dureranno al massimo 24 mesi e non più 36. Inoltre, per il risanamento ambientale della città, il ministero dell’Ambiente e quello per la Coesione territoriale hanno previsto interventi per 40 milioni di euro

Sergio Bellavita di Usb nazionale e Francesco Rizzo, tarantino dello stesso sindacato, hanno spiegato come «lo scontro tra Regione, Comune e Governo sul piano ambientale e sul futuro stesso di Ilva ha raggiunto l’apice nel corso del primo incontro del tavolo istituzionale richiesto e ottenuto proprio in virtù del contenzioso apertosi tra Regione e Governo. Il ministro Calenda dopo aver esposto alcune disponibilità aggiuntive a quanto previsto dal piano ambientale ha nuovamente posto la richiesta di ritiro immediato del ricorso presentato da Emiliano e dal sindaco di Taranto. Non è stata sufficiente la dichiarazione degli stessi di disponibilità a ritirare la richiesta di sospensiva cautelare del dpcm, ma non il ricorso, che autorizza il piano presentato da ArcelorMittal, scelta cioè che consente al provvedimento di proseguire il suo iter, per cancellare dal tavolo l’inaccettabile ricatto del ministro Calenda. Alla conclusione del confronto il ministro dello sviluppo economico ha infatti nuovamente delineato uno scenario apocalittico difronte al permanere del ricorso: rischio chiusura impianti e rischio ritiro dell’offerta ArcelorMittal. Precisando infine che lo Stato non ha le risorse sufficienti per le opere di ambientalizzazione e bonifica. Uno scontro che, a questo punto, non pare destinato a una facile composizione. USB da subito ha sostenuto la bontà del ricorso contro l’accoglimento del piano ambientale. Unica Organizzazione Sindacale che ha avuto il coraggio di non piegarsi al ricatto che pretende di subordinare la salute della popolazione e l’ambiente alle disponibilità di ArcelorMittal. I fatti concreti testimoniano che proprio il ricorso ha prodotto impegni nuovi, a partire dalla anticipazione della copertura dei parchi minerari. Per queste ragioni abbiamo proposto di calendarizzare una serie di incontri del neo insediato tavolo istituzionale su Taranto. È del tutto evidente che la posizione del ministro Calenda, espressa a nome dell’intero governo, pesa come un macigno su questo possibile percorso finalmente inclusivo delle istituzioni locali. Il ritiro del ricorso, senza la definizione di impegni formali da parte di governo e ArcelorMittal sarebbe un errore. Calenda tuttavia tira dritto cancellando subito dall’agenda l’incontro previsto per il prossimo 22 dicembre. È scandaloso e inaccettabile che la richiesta di un piano ambientale più rispettoso del diritto inalienabile e immediato alla salute sia vissuto dal governo come incompatibile con il tavolo di confronto sulla cessione del gruppo Ilva».

«Ho piena fiducia sull’operato del ministro Calenda», manda a dire il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sulla vicenda dello stabilimento pugliese dell’Ilva. «Questo compito compete al ministro Calenda – ha detto – è inopportuno fare dichiarazioni». Confindustria si schiera col governo o, meglio, è Palazzo Chigi che è l’altoparlante degli interessi degli industriali: «Il governo ha fatto delle aperture importanti – dice sull’Ilva Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria – per questo penso che gli enti territoriali, Regione Puglia in primis, devono ritirare il ricorso per consentire la realizzazione di un investimento che è già stato oggetto di un percorso autorizzativo molto complesso». Il ricatto è quello di sempre. Se l’Ilva si spegne «perdiamo tutti. Non si può certo negoziare con una pistola messa sul tavolo. La politica è chiamata a stabilire in modo chiaro le regole del gioco e a garantire il rispetto delle procedure, nell’ambito delle quali i diversi soggetti coinvolti possono far pesare la propria posizione. Garantita la correttezza del percorso, arriva però il momento di decidere, anche perché il ‘fattore tempo’ è oggi una variabile decisiva, in tutti i campi. A partire da Taranto, dove si è discusso, ci si è confrontati e ora bisogna andare avanti».

«La rinuncia di Comune e Regione a chiedere al Tar la sospensiva per il Dpcm Ilva rende inutile ogni drammatizzazione – ribatte Legambiente – c’è solo da discutere seriamente sui provvedimenti necessari per venire incontro alle legittime richieste degli enti locali, di Legambiente ed altre associazioni. Tutti dovrebbero abbassare i toni e tornare al tavolo senza sterili polemiche». Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto aggiunge che dal Tavolo suTaranto si aspetta risposte concrete a cinque questioni «che riteniamo essenziali: tempi di attuazione degli interventi, bonifiche, nuove tecnologie produttive, misure di mitigazione per i wind days, Valutazione di impatto sanitario. Si continui a discutere affrontando i nodi irrisolti e si pensi a tutelare davvero l’ambiente e la salute: solo così si può ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini ed i lavoratori».

Non la pensano così Cgil e la Fiom che ritengono necessario che Regione e Comune ritirino il ricorso al Tar contro il decreto del presidente del Consiglio sul piano ambientale di AM Investco in relazione alla vicenda della vendita di Ilva. «Le proposte avanzate oggi dal Governo hanno assunto buona parte delle osservazioni avanzate dalle istituzioni locali e dalle organizzazioni sindacali per migliorare e qualificare il piano. Ci sono quindi le condizioni per avviare tutti i tavoli di trattativa previsti. Il tavolo istituzionale ha fornito elementi apprezzabili di miglioramento del piano, ottenuti grazie al nostro intervento negli incontri precedenti e alla mobilitazione e alla lotta dei lavoratori di tutti gli stabilimenti Ilva. In particolare questi riguardano la conclusione della copertura dei parchi minerari in due anni, il ripristino della valutazione annuale del danno sanitario, il piano di bonifica ambientale, compresa la rimozione dell’amianto. Esprimiamo quindi forte preoccupazione per la situazione che si è determinata, del tutto ingiustificabile». Per questo «chiediamo a tutte le Istituzioni, Governo, Comune e Regione, di riprendere immediatamente le fila dei rapporti per consentire la ripresa delle trattative e allontanare in via definitiva ogni rischio di fermata dell’Ilva». La Fim Cisl non parteciperà a tavoli autoconvocati dal governatore della Regione Puglia. «Non intendiamo alimentare la confusione ed il conflitto istituzionale già in atto, riconoscendo che esiste già un tavolo di trattativa sindacale ed un tavolo istituzionale, che ha avuto il suo avvio nella giornata di ieri e che vede coinvolti gli enti locali tutti«.