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Una legge finanziaria nel segno delle politiche liberiste

di Franco Turigliatto

Premessa obbligatoria: come ogni anno per avere piena contezza delle misure contenute nel disegno di legge “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018 – 2020” bisognerà esaminare il testo definitivo che arriverà in Parlamento nei prossimi giorni.

Da subito però si può affermare che la manovra non è così “snella” come l’ha definita Gentiloni e tanto meno che la sua attenzione sia rivolta ai giovani, ai lavoratori pubblici e ai poveri come è stata presentata da molti giornali. E’ una legge finanziaria che guarda alle imprese ottenendo il sostegno condizionato del Sole 24 ore: “ evita lacrime e sangue ….è in fondo una legge che sceglie il rigore (quello liberista ndr.), ma non fa ricorso a misure choc pure necessarie” e del Presidente della Confindustria Boccia: “passo importante ma non definitivo”. Il loro messaggio è chiaro “Non si può esagerare perché le elezioni sono vicine, ma torneremo presto per realizzare le misure choc”.

La legge di bilancio va giudica non solo per le misure che contiene, ma anche per quelle che sono vistosamente mancanti, quelle necessarie per rispondere ai bisogni di occupazione, di salario decente e di servizi sociali adeguati delle cittadini e cittadini in un paese in grave crisi. Non contiene la modifica o l’abrogazione delle tante leggi (vedi la Fornero) che hanno prodotto iniquità ed ingiustizie peggiorando le condizioni di vita delle classi lavoratrici e creando un’enorme area di povertà.

L’entità della manovra è pari a 20,4 miliardi; il problema più grande ed immediato del governo era come sterilizzare gli aumenti (15,7 miliardi) delle aliquote dell’IVA e delle accise introdotti nella scorsa finanziaria; la copertura arriva soprattutto attraverso un deficit aggiuntivo di 10,9 miliardi rispetto alle previsioni contenute nel Documento di Economia e Finanza della primavera che contemplava una riduzione del deficit dello 0,8%. La legge di stabilità limita la contrazione allo O,3% attestando il rapporto deficit/Pil all’1,6%. Fin qui nulla di male, un aumento dell’Iva peserebbe fortemente sulle famiglie e taglierebbe probabilmente le gambe alla modesta ripresa economica in corso; una prospettiva non certo auspicata dalle forze di governo confrontate nel 2018 con le elezioni politiche.

Restano 9,5 miliardi di euro da recuperare per garantire la piena copertura della finanziaria: secondo il governo saranno ottenute con “misure di efficientamento delle spese (leggi riduzione della spesa pubblica ndr.) e maggiori entrate in gran parte provenienti dalla lotta all’evasione fiscale”. Sarà interessante verificare se queste nuove misure otterranno i risultati desiderati, mentre non possono non preoccupare i nuovi tagli fatti ai ministeri (circa un miliardo il primo anno e poi un altro miliardo negli anni successivi), cioè alla spesa pubblica, ma anche alle Fs ed ad altri enti. I commi del disegno di legge potranno riservare nuove sorprese non sempre gradevoli.

Lavoro ai giovani o soldi alle aziende?

La propaganda del governo e dei media insiste sulle le risorse “stanziate per i giovani” tanto è vero che il Sole 24 ore titola “Per i giovani risorse limitate (da difendere)”. In effetti le risorse sono limitate, ma soprattutto non sono rivolte ai giovani; sono ulteriori regali alle imprese nella falsa speranza che esse siano spinte ad assumere giovani lavoratori. A partire dal 2018 gli imprenditori godranno, per tre anni, di una nuova riduzione della contribuzione (pari al 50%) per i giovani sotto i 35 anni assunti con il contratto a tutele crescenti (con un tetto annuo di 3.000 euro); dal 2019 lo sgravio sarà limitato ai giovani fino ai 29 anni. Il bonus per le aziende sale al 100% di decontribuzione qualora queste assumano giovani apprendisti entro sei mesi dalla acquisizione del titolo professionale o per quelli che hanno svolto la famigerata “alternanza scuola lavoro” sulla base di alcuni criteri.

I 320 milioni stanziati per questo “regalino” ai padroni possono sembrare pochi, ma diventeranno 800 milioni nel 2019 e 1,2 miliardi nel 2020: inoltre questa misura non è una tantum, ma si applicherà a tutte le assunzioni “stabili” di giovani d’ora in avanti, come ha precisato il team economico del Presidente del Consiglio.

In altri termini il governo risponde alla disoccupazione giovanile perseguendo la stessa strada di sempre, dare altri soldi alle aziende, nella speranza che questi si decidano ad assumere, quando tutti i dati statistici oltre che la diretta esperienza sociale, dimostrano la totale inefficacia occupazionale di tali misure; va da se che sono invece molto valide per il portafoglio dei capitalisti. Le decontribuzioni inoltre avranno effetti dirompenti sulle pensioni future che saranno sempre più evanescenti.

Una breve sintesi dei regali ai padroni

L’imposta sulle attività produttive (Irap) è stata più volte modificata a partire dal governo Prodi nel 2006 a vantaggio delle imprese; una riduzione fiscale di circa 7 miliardi l’anno; provate a moltiplicare per 10 anni e capirete l’entità dei guadagni padronali.

L’IRES, l’imposta sul reddito delle società, istituita nel 2004 con una aliquota impositiva del 33% è stata modificata facendo scendere l’aliquota prima al 27,5% e poi, con la finanziaria dello scorso anno, al 24%. Nel solo 2017 i padroni hanno così “risparmiato” altri 4 miliardi.

La legge finanziaria conferma poi con leggere modifiche due altre norme, quelle che garantiscono il superammortamento al 130% per le imprese che investono in beni strumentali e l’iperammortamento al 250% per le imprese che investono nell’acquisto per beni per la trasformazione tecnologica e digitale.

Un’altra misura molto favorevole agli imprenditori, già legiferata nella finanziaria 2017, è stata invece rimandata di un anno. Si tratta dell’IRI, l‘Imposta sul reddito d’impresa: avrebbe regalato nel 2018 altri due miliardi ai capitalisti, ma il governo ha dovuto lasciare questi soldi nelle casse dello stato per coprire l’attuale finanziaria.

La norma però entrerà in vigore con la dichiarazione fiscale del 2019; stabilisce che il reddito d’impresa di un imprenditore o collaboratore familiare/socio che fino ad oggi si somma agli altri redditi del soggetto concorrendo alla formazione del suo reddito complessivo assoggettato quindi alle aliquote progressive dell’IRPEF (che possono arrivare fino al 43%), sarà invece assoggettato, a tassazione “separata” avente come aliquota fiscale quella dell’IRES, cioè il 24%. Ecco a voi la flax tax, “la tassa piatta” che piace tanto ai padroni. Val la pena di ricordare che i lavoratori i cui redditi in larga parte si aggirano tra i 15.000 e i 28.000 euro lordi pagano, sopra i 15.000 euro, una aliquota del 27%.

Poi ci sono naturalmente tutte le norme (a partire dal Jobs Act ) che hanno regalato alle imprese miliardi e miliardi di decontribuzione e tante altre leggi e leggine che convogliano in unica direzione la ricchezza prodotta nel paese. In complesso si calcola che in un triennio i regali ai padroni siano stati intorno ai 40 miliardi, tutti soldi che non sono entrati nelle casse dello Stato e dell’INPS. Su questi temi vedasi anche l’articolo: Renzi, Padoan: una legge di bilancio a misura delle imprese

E per i vecchi….?

Se i giovani non sono trattati bene, anche i vecchi hanno di che piangere: niente di buono infatti nella finanziaria per gli anziani lavoratori che avrebbero già dovuto ottenere la pensione. Il governo ha annunciato che “rispetterà” la legge in vigore, cioè la legge Fornero, applicando i meccanismi che determinano l’aumento dell’età pensionabile in funzione delle speranze di vita. Le modeste richieste dei sindacati sono state respinte, mentre è stato confermato il primo scatto (partirà a gennaio del 2018 portando la pensione di vecchiaia a 66,7 anni per tutti, uomini e donne) ed anche il secondo (quello che nel 2019 recepirà i dati definitivi Istat sull’aumento dell’aspettative di vita portando sia la pensione di vecchiaia che quella di anzianità ad aumentare di altri 3 o 4 mesi,). Si raggiungerà così la soglia dei 67 anni, una vera infamia e un primato negativo dell’Italia in Europa.

La legge di stabilità introduce invece due misure che dovrebbero permettere ad alcune lavoratrici di accedere all’APE sociale con un bonus contributivo pari a 6 mesi per ogni figlio e un tetto massimo di 24 mesi e ai lavoratori cui scade l’ultimo contratto a termine avendo però effettuato almeno 18 mesi di lavoro negli ultimi tre anni. Forse complessivamente 6-8 mila persone potrebbero rientrare in queste categorie; siamo di fronte a vere e proprie elemosine, che servono solo a spezzettare e dividere la grande platea delle/dei potenziali pensionate/i in mille casistiche negando loro un diritto fondamentale. Sono già note le risposte dell’INPS alle persone che hanno richiesto l’Ape sociale sulla base delle norme della scorsa finanziaria; il 70% delle domande è stato respinto. La legge prolunga al 2019 il periodo di “sperimentazione” dell’Ape volontaria (si legga Governo sindacati e Ape).

L’obiettivo è di costruire una giungla previdenziale, mantenendo saldamente in piedi la legge Fornero. Anche un bambino può capire che se gli anziani sono costretti a restare al lavoro, non c’è speranza per i giovani di avere un posto.

Le misure indispensabili per l’occupazione e per una alternativa di società

Per affrontare il dramma della disoccupazione a partire da quella giovanile (38%) sarebbe stato necessario una finanziaria straordinaria capace di muovere grandi risorse e di mettere in campo un complesso piano economico e sociale di intervento pubblico, misure che i governi padronali e liberisti come quello di Gentiloni e Renzi non possono che aborrire.

Per dare spazio all’assunzioni di giovani nel settore privato e in quello pubblico sarebbe necessario in primo luogo rimuovere la legge Fornero, stabilendo che tutte e tutti possano e debbano andare in pensione se hanno raggiunto i 60 anni o 40 anni di contributi.

Chi ha avuto percorsi lavorativi particolarmente pesanti e logoranti dovrebbe essere ulteriormente tutelato con una riduzione dei requisiti necessari per accedere alla pensione.

Si aprirebbe un grande spazio per le assunzioni giovanili.

Sarebbe anche necessario rimuovere le normative che limitano le assunzioni nel pubblico impiego, che impediscono anche il semplice rimpiazzo del personale che va in pensione a partire da settori fondamentali per la vita delle persone come l’istruzione e la sanità. Nel corso degli anni circa 20 miliardi sono stati sottratti alla scuola, un dato che mostra tutta l’ipocrisia di governo e Confindustria sulla necessità di sviluppare la formazione e l’istruzione; le spese per l’istruzione nel 2018 saranno di circa 62 miliardi di euro ed incideranno sul Pil per appena il 3,5%. Il finanziamento della sanità è stato in media, nel quinquennio 2013- 2017, pari al 6,75% del Pil, cioè largamente sottodimensionato come hanno modo di verificare tutti coloro che si rivolgono ad essa. Il governo prevede che la spesa sanitaria nel 2018 si attesti a 116 miliardi scendendo in percentuale sul PIL al 6,5%.

Di fronte agli aumenti di produttività e alla possibilità che le nuove rivoluzioni tecnologiche e le ristrutturazioni riducano ancora i posti di lavoro esistenti più che mai si rende necessario una distribuzione del lavoro esistente, cioè una legge di riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione come è stato nel corso dello scorso secolo davanti ai progressi economici e produttivi. E’ un obiettivo che, vista l’iniziativa dell’IG Metal in Germania, potrebbe e dovrebbe essere posto nella sua dimensione europea.

Infine sarebbe necessario uno straordinario piano di investimenti pubblici (comprese le nazionalizzazioni delle aziende che delocalizzano, licenziano, inquinano i territori a partire dall’Ilva), capace di creare almeno un milione di posti di lavoro attraverso lo sviluppo dei servizi pubblici e sociali, della ricerca, della messa in sicurezza del territorio, della ricostruzione delle zone sconvolte da eventi naturali, dei trasporti e di nuovi progetti industriali e produttivi.

In questo quadro complessivo di alternativa società andrebbe anche predisposto un progetto epocale per rispondere positivamente alla drammatica dimensione delle migrazioni che coinvolge appieno il nostro paese. E’ necessario un grande piano di accoglienza e di inserimento di coloro che fuggono le guerre e la fame; il che significa evidentemente cancellare le scelte di Minniti e le tanti leggi che rendono la loro vita in Italia un calvario, dalla Turco Napolitano alla Bossi Fini. Per questo sono necessarie nuove risorse, certo molto più consistenti dei 4,3 miliardi che l’Italia spenderà quest’anno per la gestione dei migranti (5 miliardi il prossimo anno). Anche in questo caso ben poca cosa rispetto ai regali fatti ai capitalisti e ai banchieri, tanto più tenendo conto che i lavoratori migranti sono oggi il 10% della forza lavoro in Italia contribuendo attivamente con il loro lavoro, le loro tasse e contributi (di cui forse mai beneficeranno) alla ricchezza prodotta nel nostro paese.

Per fare tutto questo sarebbe certo necessario rivoltare come un calzino tutte le leggi liberiste ed antipopolari degli ultimi venti anni, operando una drastico intervento sulle politiche fiscali per reperire le risorse necessarie, facendo pagare chi si è impadronito ingiustamente di una fetta imponente della ricchezza sociale, a partire da una nuova scala progressiva delle aliquote fiscali IRPEF e dall’introduzione di una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Il contratto dei lavoratori pubblici

La storia è nota: le lavoratrici e i lavoratori pubblici hanno i loro stipendi bloccati ormai da 8 anni e si sono visti sottrarre molte migliaia di euro (vedi articolo La consulta regala 35 miliardi dei lavoratori al governo).

Solo per riallineare gli stipendi, in relazione alla dinamica inflattiva, al 2009, occorrerebbero quasi 300 euro lordi pro capite. Occorre anche tener conto che negli ultimi dieci anni il numero delle/dei lavoratrici/tori pubblici si è ridotto di 200.00 unità con effetti molto negativi sui servizi, sui carichi di lavoro e con le esternalizzazioni e privatizzazioni, determinando inoltre un età media delle e dei dipendenti superiore ai 50 anni, la più alta di tutta la UE.

Lo scorso anno le organizzazioni sindacali maggioritarie hanno concluso un accordo con il governo che prevede un rinnovo contrattuale con un modesto aumento (lordo e medio) di 85 euro mensili che dovrebbero essere comprensivi anche di eventuali elementi di welfare contrattuale. Lo stanziamento propagandato (2,9 miliardi complessivi) dal governo non appare ancora ben definito nella sua articolazione e quindi non ancora certo ed adeguato alla bisogna; inoltre si incrocia con lo spinoso problema, quello del bonus renziano degli 80 euro. Il modesto aumento contrattuale potrebbe infatti collocare molte lavoratrici e lavoratori al di sopra della soglia retributiva che permette l’acquisizione del bonus. Su come fronteggiare questo impasse si è aperto un dibattito difficile anche dal punto di vista tecnico; esclusa, come sembra, l’ipotesi, di “blindare” con una norma della finanziaria sia l’aumento contrattuale che il bonus, si pensa di demandare la soluzione al contratto stesso; solo che di fronte a una perdita media di 40 euro prodotta dall’aumento della retribuzione lorda, servirebbero altri 200 milioni per compensarla. Il governo sostiene che per gli statali queste risorse esisterebbero, ma questa possibilità è molto più incerta per gli Enti locali e per la Sanità che dovrebbero trovare nelle pieghe del loro bilancio le risorse aggiuntive. Nel frattempo la finanziaria estende ai dipendenti pubblici le norme già previste per i privati della deducibilità dei contributi versati e del regime di tassazione sulle prestazioni delle pensioni integrative.

Nove milioni di poveri

Molta enfasi è stata fatta sulle risorse destinate alla povertà (300 milioni in più che si aggiungono ai 1,7 miliardi del 2018 e ai 1,9 miliardi del 2019 già stanziati) che tuttavia appaiono assolutamente sottodimensionate (servirebbero almeno 5 miliardi) rispetto ai 4 milioni di “poveri assoluti” e agli 8-9 milioni di poveri relativi considerati dall’Istat nel 2016, per non parlare del fatto che oggi il “rischio di povertà” riguarderebbe addirittura 17 milioni di persone. Come scrive Ceccarelli sul Manifesto: “le misure varate dal governo ricordano il tentativo di svuotare l’oceano della povertà con un cucchiaio”.

Il problema è gigantesco e va collocato nel quadro complessivo dell’involuzione della società prodotto dalle politiche liberiste antipopolari.

Non c’è dubbio che la povertà vada affrontata nell’immediato garantendo le risorse necessarie per la sopravvivenza di queste milioni di persone, ma queste misure eccezionali vanno poste all’interno di un progetto di alternativa economica e sociale volto a sradicare le condizioni che producono la povertà stessa. La sua spaventosa dimensione è in relazione diretta con le politiche dell’austerità, la precarizzazione, la volontà politica ed economica di costruire un enorme esercito industriale di riserva, la compressione dei contratti collettivi di lavoro, la perdita dei diritti del lavoro individuali e collettivi.

Il capitalismo e i suoi gestori stanno costruendo una società sempre più duale segnata da una precarietà e insicurezza generale, priva di diritti sociali esigibili, votata al supersfruttamento della forza lavoro e alla difesa dei privilegi di una vorace classe dominante. In questo quadro la classe padronale affronta la povertà come un fenomeno oggettivo da affrontare attraverso l’elemosina, cioè con modeste risorse, per di più neppure finanziate da essa stessa, ma recuperate comprimendo ancora i redditi della classe lavoratrice, con la finalità di contenere la totale disgregazione sociale e soprattutto prevenire rivolte disperate e controproducenti. Questa ipotesi di società è inaccettabile e va combattuta; la lotta alla povertà va collocata all’interno di una lotta per la difesa complessiva delle classi lavoratrici e della loro parte disoccupata e in una ottica di mobilitazione sociale per una alternativa.

Anche perché il giornale della Confindustria del 22 ottobre ci informa che il primo semestre di quest’anno ha fatto registrare alla Borsa di Milano ben 23 miliardi di utili aggregati e che gli analisti attendono nel terzo trimestre un ammontare dei profitti aggregati pari almeno a 8 miliardi per le società a maggiore capitalizzazione (le blue chip). Conclude il quotidiano: “ Le attese degli analisti per il fine anno indicano profitti aggregati pari a 41 miliardi e 600 milioni per i titoli che fanno parte del listino Ftse Mib”, cioè le prime 40 società italiane quotate in borsa. C’è solo un’incognita che pesa su Piazza Affari, quello dei titoli delle banche che, come si sa, vivono un periodo di turbolenza, ma il mondo non è perfetto e tanto meno il capitalismo che produce questo enorme divario tra la ricchezza e la povertà.

Le organizzazioni sindacali

Che cosa stanno facendo le organizzazioni sindacali di fronte a questa finanziaria? Fanno il loro mestiere? Sembrerebbe proprio di No.

Dopo anni di connivenza ed accettazione delle politiche governative per non parlare della firma su contratti che tolgono alle lavoratrici e ai lavoratori salari e diritti, le direzioni di CGIL CISL e UIL, sono stati presi a schiaffi da Gentiloni e Padoan che hanno rigettato la loro modestissima richiesta di bloccare l’aumento automatico dell’età pensionabile.

Cisl e Uil hanno sostanzialmente detto che la “zuppa” è più o meno buona rinunciando da subito anche solo a produrre un minimo movimento per salvare la faccia.

La segretaria della CGIL rilascia moderate dichiarazioni di dissenso rispetto al disegno di legge e sostiene di non aver cancellato dal vocabolario della Confederazione la parola “sciopero”, rinunciando però a prendere una qualsiasi iniziativa di lotta nei tempi richiesti; per far finta di fare qualcosa promuove una tornata di assemblee sui luoghi di lavoro (tutto da vedere se si realizzeranno) per verificare cosa pensano i lavoratori, quasi che, nel contesto dato di difficoltà, non sia fondamentale una proposta precisa di lotta da parte di una direzione sindacale che voglia veramente aiutare i lavoratori a costruire una mobilitazione.

Non è chiaro di cosa abbia paura il gruppo dirigente della CGIL: se teme che l’indizione di una qualche lotta possa non avere successo e danneggiare la sua immagine oppure se teme che la proposta di sciopero possa trovare consensi fornendo un canale in cui i lavoratori possano immettere un po’ della loro rabbia e disperazione finora impotente. Questa è oggi la “logica” di un apparato burocratico che pensa solo alla sua sopravvivenza.

La nostra organizzazione sostiene quindi appieno gli scioperi indetti dai sindacati di base, scioperi che noi avremmo voluto fossero riunificati (ve ne erano tutte le condizioni politiche e quelle organizzative potevano essere realizzate). Saremo in piazza con le lavoratrici e con i lavoratori che si mobiliteranno auspicando che siano in tante/i e che lo sciopero abbia successo.

Nello stesso tempo sosteniamo la battaglia di opposizione delle/dei militanti della CGIL che lavorano affinché la maggiore organizzazione sindacale italiana passi da una critica formale a delle iniziative concrete di lotta, cercando in primo luogo di crearne le condizioni dal basso, sui luoghi di lavoro.