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Governo, sindacati e APE

Questo articolo, seppure in versione ridotta, è pubblicato anche sul numero di ottobre dell’Anticapitalista

di Fabrizio Burattini

Cgil, Cisl e Uil esibiscono con orgoglio l’ “avviso comune” stipulato all’inizio di settembre dai tre segretari generali Camusso, Furlan e Barbagallo con la Confindustria di Vincenzo Boccia, intitolato “Proposte per le politiche del lavoro” e finalizzato a “affrontare al meglio la difficile situazione congiunturale e governare con più efficacia i processi di transizione industriale” in modo “innovativo”.

I documento avalla una lettura dell’attuale stagnazione produttiva del tutto oggettivistica, senza il minimo accenno alle responsabilità degli imprenditori, alla ricerca di massimizzazione dei profitti attraverso le ristrutturazioni e le delocalizzazioni, né a quelle dei governi che hanno accompagnato la crisi con misure che certo non favoriscono l’occupazione.

Gli industriali (e con loro i vertici sindacali) si rendono conto che le più recenti riforme del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali fanno gravare molte incognite sui futuri processi di dismissione. Ma, attenzione, nessuna critica viene avanzata dai firmatari alla riforma Fornero delle indennità di sostegno al reddito né al Jobs Act. Si sottolinea solo la necessità di trovare strumenti che consentano di “accompagnare la transizione” al nuovo sistema e si propone di utilizzare a tale scopo i “3-4 miliardi che si libereranno” grazie all’abolizione (al 31 dicembre di quest’anno) della indennità di mobilità, sorvolando sul fatto che quell’istituto è stato abolito per fare cassa e che dunque quei soldi dei lavoratori verranno incamerati dallo stato (leggi rubati…) al fine del pagamento del debito.

In ogni caso la Confindustria si rende conto che l’assenza degli strumenti ampiamente collaudati della mobilità può rendere “più complessa e particolarmente più onerosa la gestione dei risvolti occupazionali delle crisi e delle ristrutturazioni aziendali”. Ma il documento fornisce gli strumenti “innovativi” per evitare questo rischio (o almeno limitarlo) e cioè la totale disponibilità dei tre sindacati a gestire la ricollocazione dei lavoratori in esubero fuori dell’azienda, attraverso attività di formazione e di outplacement.

Con il documento, Cgil, Cisl e Uil si impegnano pubblicamente dunque a non opporsi alla ristrutturazione né agli esuberi. Si impegnano perfino ad anticipare, se possibile, la “consensuale” fuoriuscita definitiva dall’azienda, accantonando il gioco al rinvio consentito dalla “melina” un tempo prevista dalle norme sulla gestione degli esuberi.

Con ciò, si chiede di poter mettere in cassa integrazione l’intera manodopera a zero ore (oggi è consentita la sospensione per non più dell’80%). E si pongono le regole per definire le incentivazioni al licenziamento consensuale, pari a una mensilità per ogni anno di anzianità aziendale, con un massimo di 22 mensilità (di cui si chiede al governo una parziale defiscalizzazione), più un contributo per l’attività di formazione attinto dai fondi degli istituti bilaterali.

Dunque il sindacato confederale rinuncia ad ogni attività per verificare l’effettiva crisi aziendale e ad una seria iniziativa di opposizione ai licenziamenti collettivi. E accetta che il sostegno all’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo sia almeno parzialmente a carico della fiscalità generale attraverso la defiscalizzazione.

Questo “avviso comune” va letto in parallelo con quanto emerso dal tavolo di concertazione che ha visto governo e sindacati confrontarsi sul tema dell’APE, cioè l’anticipo del pensionamento rispetto a quanto previsto dalla famigerata riforma Fornero.

Quella controriforma delle pensioni, la peggiore legge previdenziale d’Europa, è stata strenuamente sostenuta dalla Confindustria nel 2011, come uno dei colpi fondamentali da assestare al mondo del lavoro e alle sue conquiste. Ma oggi, a distanza di 5 anni, di fronte a una stagnazione produttiva che non accenna a invertirsi, anche nel mondo imprenditoriale cominciano ad affiorare dubbi sulla sua sostenibilità.

Non si tratta certo della sua sostenibilità sociale, con lavoratrici e lavoratori (siano essi operai siderurgici o maestre di scuola d’infanzia…) costretti a raggiungere i 67 anni (per ora) per conquistare una pensione e con un invecchiamento generalizzato della popolazione attiva, una delle cause principali della disoccupazione giovanile. Per lor signori si tratta piuttosto della necessità di disporre di uno strumento che consenta di poter espellere i lavoratori ultresessantenni, dunque meno produttivi e, spesso, con contratti più onerosi.

Fino al 2011 questo era possibile con un mix di cassa integrazione straordinaria, indennità di mobilità e “prepensionamenti”. Tutto reso impraticabile dalle leggi del governo Monti-Fornero.

I sindacati confederali hanno espresso un giudizio positivo sull’idea del governo Renzi-Poletti di consentire un anticipo del pensionamento già a 63 anni, seppure attenuato da una serie di ipocrite considerazioni critiche “messe a verbale”, cioè dette per potersi salvare l’anima di fronte a qualunque contestazione. Con questo accordo i sindacati archiviano definitivamente la falsa opposizione alla riforma Fornero e ne accettano un sostanziale peggioramento mascherato da attenuazione di uno dei suoi effetti più perversi.

La scelta del governo, infatti, come è noto, consentirà tale anticipo (cioè un pensionamento ritardato di “solo” 3 anni rispetto a quanto possibile prima del 2011) ma a fronte dell’accensione di un mutuo con una banca da rimborsare con una trattenuta ventennale (guarda caso pari alla “aspettativa di vita” media del pensionato) che, sommata alla trattenuta assicurativa (per garantire alla banca il rimborso anche in caso di decesso prematuro del debitore), decurterà pesantemente la già magra pensione.

Dunque, l’APE si tradurrà, da un lato, in una pensione ancora più bassa di quella già tagliata dai nuovi sistemi di calcolo introdotti negli ultimi anni, mentre dall’altro costituirà un’occasione straordinaria di profitti per le banche. Proprio quelle banche che oggi si trovano in difficoltà perché la crisi ha fatto cadere il volume dei prestiti concessi alle imprese produttive, ha contratto il mercato immobiliare e ha fatto lievitare i “crediti inesigibili”.

Per qualche categoria di pensionandi, in particolare i disoccupati, ma anche i malati e alcune tipologie (non ancora individuate) di lavoratori impegnati in “attività usuranti”, il mutuo sarà a carico della fiscalità generale. Cioè significa che, invece di far corrispondere al pensionato la pensione dallo stato spendendo 100, lo stato pagherà 130 alla banca che l’avrà corrisposta.

Peraltro, il fatto che per i disoccupati esista questa APE “agevolata” consentirà ai datori di lavoro di convincere più agevolmente al licenziamento consensuale i lavoratori da espellere.

Dunque una norma, che vedremo presto come sarà formulata nel dettaglio nella legge di bilancio che Renzi e Poletti presenteranno nelle prossime settimane, fatta per aiutare le imprese a “rottamare” in modo indolore e con minori costi il personale in esubero, obbligando questi lavoratori, estenuati dal’età e da decenni di fatica, a indebitarsi con le banche. E presentata ipocritamente, anche grazie all’assenso della Cgil e degli altri sindacati confederali. come una norma a favore dei più deboli.