La Consulta regala 35 miliardi dei lavoratori al governo

Il blocco dei contratti nel pubblico impiego è illegittimo, ma la sentenza non vale per il passato e oltre 35 miliardi sottratti ai lavoratori passano in cavalleria.
di Ildo Fusani
La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità del mancato rinnovo del contratto del pubblico impiego negli ultimi 6 anni, ma la sentenza non vale per il passato e oltre 35 miliardi sottratti ai lavoratori del pubblico impiego, tra il 2010 e il 2015, passano in cavalleria.
Col blocco dei contratti ma anche dei premi individuali, degli incentivi e degli  scatti di anzianità i lavoratori del settore pubblico, in sei anni, hanno perso in media oltre 6000 euro pro capite di stipendio. Un danno pari a circa il 10% della busta paga.
Purtroppo la scelta della Consulta  di  dichiarare illegittimo il blocco dei contratti e di privare la sentenza del carattere di retroattività, non solo determina un grave danno a carico di tutti i pubblici dipendenti, ma porta ancora più avanti l’involuzione dello Stato italiano in senso autoritario e antipopolare.
La Suprema Corte si è piegata davanti alle pressioni del governo con buona pace della autonomia della magistratura e del principio della separazione dei poteri, di cui proprio i giudici costituzionali dovrebbero essere i più rigidi custodi.
Al di là delle valutazioni di carattere tecnico-giuridico,  per le quali si dovrà attendere la pubblicazione della sentenza, si deve prendere atto del fatto che la Corte ha dichiarato “con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, quale risultante dalle norme impugnate e da quelle che lo hanno prorogato, respingendo le restanti censure proposte”.
In questo modo si è prestato ossequio non tanto al principio di sostenibilità economico-finanziaria cui la pubblica amministrazione e anche gli organi costituzionali devono sempre fare riferimento  nell’esercizio dei loro poteri,  ma ci si è inchinati davanti alle scelte di politica economica del governo e della maggioranza parlamentare, che non potrebbero ledere i diritti dei cittadini, soprattutto quando la loro legittimità viene riconosciuta da una sentenza del massimo grado di giudizio.
Il governo ed il parlamento, per far fronte agli obblighi dello Stato nei confronti dei lavoratori del pubblico impiego, potrebbero reperire le risorse necessarie anche nel corso di diversi anni di esercizio finanziario, magari nell’ambito delle entrate straordinarie derivanti da una patrimoniale sui  patrimoni più consistenti o di una vera lotta contro l’evasione fiscale che vada al di là dei fuochi artificiali, nello stile “Capodanno a Cortina D’Ampezzo”.
Insomma attraverso una diversa politica economica e fiscale che sembra andare al di là non solo, come scontato, degli orizzonti della politica istituzionale, ma anche del più alto gradino della magistratura.
Evidentemente in Italia e in questa Europa i diritti collettivi, ma anche quelli soggettivi, non hanno tutti lo stesso valore e non meritano lo stesso riconoscimento.
I diritti o meglio, le pretese dei creditori della Grecia, così come i crediti maturati da una qualsiasi impresa immobiliare nei confronti di un inquilino, possono trovare riconoscimento fino allo strangolamento di un popolo o allo sfratto di una famiglia e al sequestro dei suoi beni patrimoniali; i diritti dei lavoratori possono invece essere calpestati da uno Stato patrigno e lo Stato ed il popolo greco potrebbero essere umiliati dai creditori.
Questa sentenza segna quindi un ulteriore passo avanti da parte dell’ideologia e delle politiche di austerità assieme ad un nuovo grave colpo alla stessa democrazia rappresentativa, a favore di una concentrazione di nuovi poteri in capo all’esecutivo e, in ultima analisi, al capo del governo.
Tuttavia qualcosa di positivo ci arriva: il Governo dovrà  riaprire la contrattazione e dovrà trovare le risorse necessarie per sostenere una nuova fase di confronto con i pubblici dipendenti.
In questa prospettiva perlomeno inadeguato appare il comunicato unitario di Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uilpa che recita “Il governo non ha più alcun alibi, l’alta corte si è espressa giudicando illegittimo il protrarsi del blocco della contrattazione. Per questo vogliamo che il governo avvii subito il confronto per arrivare presto al rinnovo dei contratti nella Pa”.
Nessun accenno alla necessità di recuperare attraverso la nuova vertenza quanto sottratto in questi anni ai lavoratori e neppure la necessità di rimettere in discussione quelle scelte che stanno ormai riducendo ai minimi termini la stessa idea e sostanza di Funzione Pubblica.
Tuttavia, come già abbiamo visto nella scuola, quando i lavoratori si rimettono in marcia non è così semplice contenerli all’interno dei recinti pensati dai padroni e dai governanti e accettati dalle direzioni sindacali.