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Il Capitale di Marx, 150 anni portati bene!

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di Marco Parodi 

Il 14 settembre 1867 uscì ad Amburgo la prima edizione del Libro Primo del Capitale. L’opera del Capitale sarebbe diventata presto il punto di riferimento della critica dell’economia politica e l’analisi scientifica più spietata del modo di produzione capitalista, oltre a contrassegnare in modo indelebile il corso della storia.

Eppure, dopo i suoi studi giovanili di tipo giuridico, storico e filosofico, fu solo nel 1842-43, come caporedattore della Gazzetta Renana, che Marx fu posto per la prima volta davanti all’obbligo “imbarazzante” di esprimere opinioni economiche “a proposito di interessi materiali”. Dichiarandosi subito contrario al “dilettantismo” del socialismo francese, approfittò della chiusura del quotidiano per ritirarsi nella stanza da studio. Dopo gli avvenimenti del 1848-49, che interruppero i suoi studi, egli poté riprenderli seriamente soltanto a Londra nel 1850. L’enorme quantità di materiale di storia dell’economia politica accumulata nel British Museum, nonché il fatto che Londra fosse un centro nevralgico per l’osservazione della società borghese e dei suoi sviluppi, spinsero Marx a ricominciare addirittura da capo lo studio critico del pensiero economico. Finalmente, dopo lo scoppio della crisi economica del 1857, Marx si lancia con passione nella stesura dei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundisse), come preliminare bozza del Capitale. Si conteranno alla fine, tra il settembre del 1857 e l’aprile del 1868, circa 14 piani per la stesura del Capitale, prima di quello definitivo. Nel febbraio 1858 Marx progetta un’opera di economia in sei libri: da un lato, il capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato, (ovvero la condizione economiche delle tre principali classi), dall’altro lato, lo Stato, il commercio estero, il mercato mondiale e la crisi. Certamente, in linea con queste intenzioni, viene pubblicata nel 1859 Per la critica dell’economia politica, come primo fascicolo della prima sezione del primo libro sul capitale, riguardante la merce e il denaro nella circolazione semplice. Dato il cattivo stato di salute, la morte di tre dei suoi figli e la riduzione del tempo disponibile, dovuto alla necessità di lavorare (come giornalista per il NewYork Daily Tribune) a causa delle crescenti difficoltà finanziarie, nonché all’impegno politico e sociale all’interno della Prima Internazionale, lo studio sistematico del pensiero economico produsse molteplici lavori prima della pubblicazione del Libro Primo del Capitale, ma perlopiù abbozzati, sparsi e spesso incompleti.

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La versione finale del Capitale si compone di quattro volumi: il processo di produzione del capitale, il processo di circolazione del capitale, il processo complessivo della produzione capitalistica, la storia delle teorie sul plusvalore. Tuttavia, il primo volume è il solo che Marx completò e pubblicò, curando l’edizione tedesca e supervisionando l’edizione francese. Per tale ragione, il valore del primo libro è indiscutibilmente superiore per la conoscenza del pensiero di Marx, anche tenendo conto del fatto che venne pubblicato successivamente alla maggior parte dei manoscritti che costituirono la base della pubblicazione dei volumi successivi. Infatti, il Libro II e il Libro III si basano principalmente sui manoscritti lasciati incompleti nel periodo tra il 1864 e il 1865, curati e pubblicati da Engels dopo la morte di Marx, rispettivamente nel 1885 e nel 1894. Le pTeorie del plusvalore, che originariamente dovevano costituire il quarto libro del Capitale, si basano sui manoscritti del 1861-1863, il lavoro dedicato interamente alla storia dell’economia politica dalla metà del secolo XVII in poi, contenente una critica economica serrata delle teorie del plusvalore dei suoi predecessori. Engels, tuttavia, morì prima e non riuscì a completare l’opera. Il compito di pubblicare i manoscritti fu affidato a Kautsky, il quale, accorgendosi della profonda difficoltà di rielaborazione del materiale, optò per la forma di un’opera autonoma dal Capitale.

Il Capitale è indubbiamente l’opera di economia politica più controversa che sia mai stata scritta. Da un lato, non mancò chi cercò di farne persino una sorta di Bibbia della classe operaia; anche se lo stesso Marx dovette riconoscere che “la comprensione che il Capitale ha trovato rapidamente in una vasta sfera della classe operaia tedesca è la maggiore ricompensa del mio lavoro”. Dall’altro lato ci fu la reazione borghese.

L’economia politica, in quanto borghese, cioè in grado di concepire il capitalismo, invece che come grado di svolgimento storicamente determinato, addirittura all’inverso come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, può rimanere scienza soltanto finché la lotta di classe rimane latente e isolata. Il suo ultimo grande rappresentante, il Ricardo, fece consapevolmente dell’opposizione fra gli interessi di classe, fra salario e profitto, fra il profitto e la rendita, il punto di partenza delle sue ricerche, concependo ingenuamente questa opposizione come legge naturale della società. Ma l’economia politica classica cadeva allora nel periodo in cui la lotta col proletariato era ancora poco sviluppata e quella contro la rendita fondiaria andava vinta su tutti i fronti, compreso quello scientifico. In tal modo la scienza borghese dell’economia era anche arrivata al suo limite insormontabile.

Da lì in poi la vivacità scientifica dell’economia politica si trasformò nella volgarizzazione della teoria ricardiana. Per la scienza economica borghese la lotta di classe contro il proletariato suonò la campana a morto. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla classe dominante. Ai ricercatori disinteressati subentrarono i pugilatori a pagamento, all’indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell’apologetica. I suoi corifei si divisero in due schiere. Gli uni, gente giudiziosa, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono John Stuart Mill nel tentativo di conciliare l’inconciliabile, di mettere l’economia politica del Capitale d’accordo con le rivendicazioni del proletariato, che ormai non potevano essere ignorate più a lungo.

marxtitleNell’economia politica mainstream trionfarono allora i pugilatori di professione, le cattedre di economia divennero vere e proprie palestre di mistificazione, la dignità scientifica lasciò il posto alla calunnia, alla diffamazione, alla spudorata e vergognosa infamità intellettuale, la patente di imbecillità divenne la medaglia d’oro dei soldati dell’accademia, al soldo della borghesia ovviamente. La volgarizzazione trionfò nel momento in cui gli eredi del Bastiat disconobbero tutte le inconsistenze del loro presunto equilibrio economico generale, semplicemente ignorandole e imponendone l’ignoranza. Mai nessuno si era spinti così tanto nell’ideologizzazione come fecero i sicofanti del capitale dell’algebra marginalista. Il salario divenne la derivata prima del prodotto sul lavoro, il profitto la derivata prima del prodotto sul capitale; l’uno e l’altro la giusta e armoniosa remunerazione del proprio contributo marginale. Libertà, eguaglianza, proprietà, Bentham era sbandierato più che mai nel manifesto dell’equilibrio economico generale. Non importa se il capitale non poteva essere misurato; non importa se la decrescenza della sua produttività marginale non era verificata; non importa se le posizioni di lungo periodo non erano più garantite; non importa se l’unicità e la stabilità dell’equilibrio erano possibili solo con ipotesi totalmente ridicole; non importa se l’esaustione del reddito si aveva solo con rendimenti di scala che non si riscontrano nella realtà; non importa se l’esistenza dell’equilibrio avrebbe dovuto in ultima analisi presupporre l’assenza della classe lavoratrice e un’economia mercantile semplice piuttosto che un’economia capitalista; non importa se bisognava ricorrere all’assurdo di un fondamento ontologico di un equilibrio intertemporale valido da sempre e per sempre, metafisico ed eterno: è tutto come se fosse così. Tutto si sacrifica in nome della militarizzazione dell’ideologia per negare il valore di Marx, per ripristinare l’oscurantismo del feticismo, per ricoprire quel velo squarciato dal Capitale, per rendere invisibile ciò che era stato reso visibile, ovvero lo sfruttamento del lavoro salariato. Questa è stata l’unica e reale mano invisibile della scienza economica al servizio del capitale.

4bcdc7ceb00931f0f4aea548f05c91adLa ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immane raccolta di merci” e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce. L’incipit del Capitale è esemplare per comprenderne il metodo di analisi di tipo dialettico. Marx stesso ammonisce che il detto che ogni inizio è difficile vale per tutte le scienze. Perciò la comprensione del primo capitolo e dell’analisi della merce presenterà maggiori difficoltà degli altri capitoli. La forma di merce è semplicissima nel senso hegeliano del termine, ovvero la più difficile da comprendere. Il corpo già formato è più facile da studiare che la cellula del corpo. La forma della merce è proprio la forma economica corrispondente alla forma di cellula del sistema capitalista. All’analisi delle forme economiche non può servire il microscopio, occorre la forza dell’astrazione. Così si parte dal fenomeno materiale elementare e concreto e si costruisce l’analisi dialettica per mezzo dell’astrazione teorica. L’applicazione del metodo dialettico consente quindi di indagare i fenomeni nella loro complessità, ovvero nella loro totalità come compenetrazione di parti contrapposte, in perenne conflitto. L’obiettivo ultimo è quello di penetrare la complessità nelle sue contraddizioni poiché queste sono la base del movimento, del cambiamento e della trasformazione. Per Marx è importante soprattutto trovare la legge tendenziale dei fenomeni, la legge tendenziale del loro mutamento, del loro sviluppo, ossia del trapasso dei fenomeni da una forma all’altra. Solo allora sarà possibile ritornare dall’astratto al concreto e verificarne la dinamica.

Così la merce è duplice: sul piano della qualità, le merci hanno un valore d’uso, mentre sul piano della quantità esse hanno un valore di scambio. Il valore di scambio è la prima forma fenomenica del valore, il suo primo modo di apparire, la sua forma più elementare e superficiale. Tuttavia, per avere un valore di scambio occorre che tutte le merci abbiano un valore. Infatti, poiché nel rapporto di scambio occorre poter confrontare quantità differenti di merci, è necessario a sua volta presupporre una misura comune, ovvero una qualità comune a tutte le merci. L’unica qualità comune a tutte le merci è quella di essere il prodotto di un lavoro umano in generale, cioè del lavoro astratto, in quanto reso eguale aldilà dei differenti lavori concreti. Per poter confrontare due merci, bisogna astrarre dai diversi valori d’uso, ma anche dalle differenti tipologie di lavoro. Solo così il lavoro di un falegname può essere confrontato con quello di un sarto, il valore d’uso di un tavolo con quello di un abito. Il lavoro umano in astratto è allora la sola fonte del valore, la sostanza del valore. Il rapporto di scambio è perciò un rapporto di valore, poiché il valore di scambio presuppone il valore, in quanto senza di esso non vi potrebbe essere alcuno scambio. La sostanza del valore è il lavoro astrattamente umano, mentre la grandezza di valore è il tempo di lavoro. Ciascuna merce può essere misurata in maniera quantitativamente differente con il tempo di lavoro solo perché il lavoro ne costituisce l’identica qualità comune.

700x345_en_1Solo una volta scoperto che il valore di scambio è la forma fenomenica del valore, e che il lavoro è la sostanza del valore, è possibile tornare all’analisi dello scambio delle merci, seguirne la dinamica, scoprire la radice delle regole di ripartizione dei prezzi relativi, ovvero la forma in denaro del valore di scambio. Per questo, la trasformazione dei valori in prezzi non può essere studiata nel suo formalismo formale. Prescindendo dal valore, è impossibile conoscere i prezzi, spiegarli nella loro dinamica, svilupparne le contraddizioni. La legge del valore è alla base del movimento dei prezzi attraverso la variazione della produttività del lavoro, misurata nella quantità di tempo di lavoro necessario alla produzione. L’economia politica che pretende di partire dai prezzi, misconoscendo il valore e il lavoro, non potrà che fotografare una vuota e formale tautologia. Ogni scienza si fonda su una misura. Per studiare il modo di produzione capitalista, occorre scoprire scientificamente la misura economica della merce. Questo è, al tempo stesso, il grande fallimento dell’economia borghese e il grande valore della critica dell’economia politica.

L’intera questione della così limitatamente detta “trasformazione” dei valori in prezzi merita, perciò, un’impostazione fondamentalmente diversa fin dalla sua fase preliminare. Anzitutto è bene sgombrare il terreno dall’erronea falsa contrapposizione tra storia e logica. Scrivendo a Engels (il 2 aprile 1858), Marx aveva precisato che la sua analisi, complessivamente, “per quanto astrazione, è un’astrazione storica, che appunto poteva essere fatta soltanto sulla base di un determinato sviluppo economico della società”. Il suo criterio storico logico, qui riferito espressamente al movimento del valore, infatti, sta anche alla base del mutamento di forma, una delle tante trasformazioni analizzate da Marx nel movimento del capitale, non certo l’unica e assoluta, di esso nelle successive figure di prezzo. La teoria del valore altro non è che la spiegazione scientifica del processo capitalistico nel suo svolgimento logico, e parimenti nella sua determinazione storica, nell’autosviluppo del suo concetto.

La duplicità del lavoro, che rappresenta l’altra faccia della duplicità della merce, è il perno della critica dell’economia politica. Ebbene nell’economia politica borghese è assente il perno intorno al quale ruota l’economia politica. Difatti, non solo si misconosce il ruolo attivo del lavoro utile, ma a differenza di Ricardo, si arriva persino a cancellare il ruolo del lavoro astratto nel determinare la grandezza di valore. Nonostante i suoi nipotini siano conosciuti come neoricardiani, la loro economia borghese resta paradossalmente una teoria ricardiana senza valore.

Il Capitale ha la fama di essere un libro difficile. Eppure Marx riteneva di averlo scritto per gli operai. Scrisse, persino, di aver svolto nella maniera più divulgativa possibile l’analisi della sostanza di valore e della grandezza di valore. È bello, a proposito, descrivere il Capitale nel modo estremamente avvincente con il quale amava presentarlo Daniel Bensaid. In fondo, il Capitale è un noir, poiché si tratta di un romanzo poliziesco, il prototipo del noir. L’obiettivo è scoprire come sia possibile l’accumulazione di denaro, ovvero produrre più denaro attraverso denaro, in un mondo dove vale la legge dell’equivalenza del valore. In ultima analisi, occorre scoprire il crimine dell’estorsione del plusvalore, cioè il furto del tempo di lavoro estorto e non pagato ai lavoratori. È un giallo, dove i capitalisti sono i ladri colpevoli e la produzione capitalista la scena della rapina nel primo libro; il plusvalore è il bottino che viene continuamente riciclato nel secondo atto; la spartizione del bottino tra i ladri di plusvalore ha luogo nel terzo atto.

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Per cogliere i ladri con la mano sul plusvalore, occorre indagare dapprima la duplicità del denaro. Sul piano della qualità il denaro è reddito e la circolazione appare nella forma di mercato semplice, in cui si vende per comprare, secondo la formula merce-denaro-merce, dove la merce all’inizio e alla fine del processo è qualitativamente differente. Sul piano della quantità il denaro è capitale e la circolazione appare nella forma capitalistica, in cui si compra per vendere, secondo la formula denaro-merce-denaro accumulato, dove il denaro all’inizio e alla fine del processo è quantitativamente differente. Sul piano della qualità, il fine del processo è l’appropriazione di differente valore d’uso, ossia il soddisfacimento di un bisogno materiale; sul piano della quantità, il fine è l’accumulazione di plusvalore, ossia l’appropriazione crescente di ricchezza monetaria.

Affinché il denaro possa trasformarsi in capitale, esiste una sola merce che consente l’accumulazione di valore in eccesso. Tale merce è la forza-lavoro, poiché il valore d’uso della forza-lavoro, ossia il suo consumo in tempo di lavoro destinato alla produzione, eccede il valore, ossia il tempo di lavoro necessario alla sua riproduzione. Il processo di produzione è in realtà il processo di consumo della forza-lavoro in cui il valore d’uso eccede il valore e il lavoro eccede il lavoro necessario alla propria sussistenza. L’origine sociale del profitto, forma monetaria del plusvalore, risiede nella ulteriore duplicità del tempo della giornata lavorativa tra lavoro pagato e lavoro non pagato.

La produzione di merci diviene produzione capitalistica quando il lavoro si trasforma nella merce forza-lavoro; pertanto la trasformazione del denaro in capitale coincide con la trasformazione del lavoro in lavoro salariato. Soltanto così è possibile conoscere la duplicità della forza lavoro, nel lavoro pagato da un lato e nel lavoro non pagato dall’altro. La forza-lavoro viene pagata per il suo equivalente, ossia per il suo valore; ma essa viene sfruttata per il suo valore d’uso, il non equivalente che diviene l’eccesso di lavoro, il pluslavoro, e, a sua volta, il fondamento della produzione capitalistica, l’appropriazione di plusvalore. Nel momento in cui l’eguaglianza si fa ineguaglianza, la critica dell’economia politica svela l’arcano della fattura del plusvalore.

La scoperta della forza-lavoro e il furto del pluslavoro è il cuore del libro, la più grande scoperta. Ma per comprendere Marx dobbiamo seguirlo nella scena del crimine, ovvero nel segreto laboratorio della produzione e dello sfruttamento, sulla cui soglia sta scritto “vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”. La scienza economica borghese, invero, non entra mai nella produzione, mentre preferisce nascere e morire nell’analisi della distribuzione. Mentre è proprio il consumo della forza-lavoro, ossia la produzione capitalistica, che consente la formazione del plusvalore. L’erogazione di pluslavoro altrui non pagato è l’unica base e origine sociale di ogni forma di profitto. In tutti gli economisti, venendo meno l’origine sociale, il profitto non può che essere presupposto.

Nelle equazioni di prezzo dell’economia politica, del lavoro erogato e dello sfruttamento non si ha più alcuna traccia esplicita. Perciò la tormentosa obiezione secondo cui i conti di Marx non tornano si affida solo sul mancato riconoscimento dell’unicità del lavoro come fonte del valore (quantità di lavoro socialmente erogate nella produzione), prima, e della composizione materiale del salario come data (volume dei mezzi di sussistenza storicamente necessari), poi. Qualora entrambe codeste condizioni siano rigorosamente rispettate, non c’è calcolo marxiano che faccia una piega, comprese la definizione del tasso di profitto, doppie somme di plusvalore e profitto o di valori e prezzi, circolarità reale della riproduzione sociale, iterazione del calcolo, stadi successivi dell’analisi. Tecnicamente e per i più addetti, risulterà anche rilevante conoscere che persino la presunta simultaneità tra tasso di profitto e prezzi relativi di produzione cade nella misura in cui la soluzione dell’autovettore dei prezzi relativi, variabili additive del sistema, non può che avvenire dopo la determinazione dell’autovalore, ossia l’inverso del tasso di profitto uniforme, variabile moltiplicativa dei costi: così è ristabilita la priorità logica, e financo matriciale, della determinazione del tasso di profitto, che non dipende dai prezzi in alcuna maniera, ma unicamente dai coefficienti dati della matrice tecnica di merci occorrenti direttamente e indirettamente per la produzione capitalistica.

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Il terrore maggiore per la borghesia è allora il movimento contraddittorio della società capitalistica, le alterne vicende del ciclo; ma soprattutto la crisi generale di sovrapproduzione che irrompe con violenza. Non serve a nulla la mistificazione ideologica di fronte alla crisi. Ogni tanto bisogna fare i conti con la realtà. E i conti sono pesanti. La dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e per i suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso, la comprensione del necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche del suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza.

È doveroso rendere omaggio a E. Mandel per comprendere nel modo più autentico la duplicità della crisi in Marx. La crisi è duplice in quanto origina sia nella contraddizione tra capitale e lavoro sia nella durissima concorrenza tra i capitalisti. Non è possibile comprendere la crisi capitalistica tralasciando una delle due contraddizioni. Il primo atto del processo di produzione capitalistico è la produzione immediata di plusvalore, ossia di merci capitalistiche che contengono plusvalore. Il secondo atto del processo di produzione capitalistico risiede nella realizzazione del plusvalore estorto, nella vendita delle merci che contengono plusvalore da realizzare. Tuttavia, le condizioni dello sfruttamento immediato e della realizzazione, primo e secondo atto del processo complessivo di produzione capitalista, non sono identiche, ma si differenziano nel tempo e nello spazio, nella forma e nella sostanza. Le condizioni della produzione sono limitate esclusivamente dalle forze produttive della società; invece, le condizioni di realizzazione sono limitate dalla proporzione esistente tra i diversi rami della produzione e dalla capacità di consumo della società. La capacità di consumo è fondata su una distribuzione antagonista che riduce il consumo della società a un limite che può valere entro confini più o meno ristretti, in quanto basata sull’impulso ad accrescere quantità sempre maggiori di plusvalore. Ma tanto più la forza produttiva si sviluppa tanto maggiore è il contrasto in cui viene a trovarsi con la base ristretta su cui poggiano i rapporti di consumo. Le due contraddizioni capitalistiche vengono in conflitto tra loro.

Il mezzo, ossia la produzione fine a se stessa, il produttivismo, l’accrescimento illimitato della produzione, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive, viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. Ecco dunque il carattere duplice della crisi: da un lato la concorrenza capitalistica, la crescente accumulazione di capitale, dall’altro lato la distribuzione antagonista, le dimensioni limitate del consumo su basi capitalistiche. Il primo atto della crisi capitalistica, ossia la spinta all’accumulazione di capitale, si manifesta nella caduta tendenziale del saggio di profitto; il secondo atto, ovvero la svalutazione crescente del salario relativo, si manifesta nella caduta tendenziale degli sbocchi di mercato. La principale risposta del capitale alla prima fase della caduta tendenziale del saggio di profitto è la riduzione del salario materiale al di sotto del valore della forza-lavoro; tuttavia, questa reazione non fa altro che esacerbare, piuttosto che risolvere, la contraddizione della seconda fase. Viceversa, la crescita dei salari finalizzata a compensare l’insufficienza della domanda non farebbe altro che diminuire ulteriormente il tasso di profitto e aumentare l’eccesso di offerta.

 

Per riassumere, è sufficiente dire che l’opera di Marx è finalizzata esclusivamente a scoprire ciò che la superficiale scienza economica vuole rendere invisibile: il lavoro. Questo è il valore della teoria di Marx: dalla teoria del valore al valore della teoria. Infatti, nell’ottica degli economisti, per affossare la negazione del capitalismo occorre affossare la necessità della crisi; per affossare la necessità della crisi occorre negare l’origine sociale del profitto e quindi occorre negare l’eccesso di pluslavoro non pagato; ma per fare questo occorre esaltare la superficialità dei prezzi monetari; occorre il feticismo delle merci, del denaro e dei prezzi, in ultima analisi, affossare la teoria del valore; all’origine occorre soprattutto buttare al cesso il metodo dialettico, lo scandalo e il terrore peggiore per la classe borghese. E allora gli economisti servono per oscurare il lavoro, i comunisti servono per svelarlo.

 

Scrive sempre E. Mandel che Marx è a tutti gli effetti un autore del Novecento piuttosto che dell’Ottocento. Potremmo dire meglio oggi che Marx è un autore del ventunesimo secolo in quella scoperta straordinariamente moderna che è la contraddizione tra il valore e il valore d’uso. Se il lavoro astratto è la sola fonte del valore, è soprattutto vero che sia il lavoro utile sia la natura sono le fonti del valore d’uso: di qui il contrasto turbolento tra la ricchezza monetaria e quella non monetaria, tra la quantità e la qualità. Qui giace il fondamento principale dell’ecosocialismo del ventunesimo secolo. La società ecosocialista che proponiamo è infatti la società della qualità contrapposta alla società della quantità; la società del valore d’uso contrapposta alla società del valore; la società dei desideri e dei bisogni contrapposta alla società del profitto e della sussistenza; la società della libertà possibile contrapposta alla società della necessità oppressiva. Non è possibile una prassi ecosocialista senza una critica teorica dell’economia politica. Non è possibile il futuro ecosocialista, senza una coscienza critica, materialistica e dialettica.

Il nuovo rapporto tra uomo e natura è supportato prepotentemente dallo sviluppo delle forze produttive, con particolare enfasi sull’economia digitale e sulla nuova tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Da un punto di vista quantitativo, già la critica dell’economia politica aveva spiegato la basilare legge capitalistica dello sviluppo della produttività del lavoro tesa alla riduzione crescente del valore delle merci. Allo stesso tempo, nei paesi più progrediti la tendenza del capitale è quella di dare alla sfera della produzione carattere sempre più scientifico. L’invenzione diventa un’attività economica vera e propria; l’accumulazione della scienza e dell’abilità delle forze produttive generali del cervello sociale rimangono assorbite, rispetto al lavoro, nel capitale. Il lavoro immateriale e cognitivo viene assorbito interamente nella logica del lavoro salariato e del capitale produttivo. Invece, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono sempre più come principio determinante della produzione e vengono ridotte sia quantitativamente a una proporzione esigua sia qualitativamente a un momento certamente indispensabile, ma subalterno rispetto al lavoro scientifico generale

Il tempo di lavoro necessario viene ridotto a un minimo per accrescere quello del pluslavoro; ciò nonostante, la massa di lavoro arretra in rapporto al capitale in proporzione crescente; il risultato è l’incessante crescita relativa dell’esercito industriale di riserva e del precariato di massa. Il capitale tende alla sua dissoluzione: mentre si accresce l’esercito industriale di riserva esplode l’eccesso di produzione nella contraddizione delle moderne merci capitalistiche, incapaci, a loro volta, di consentire la realizzazione del plusvalore in esse contenuto. Le forze produttive della nuova tecnologia entrano in conflitto esponenziale con i rapporti di proprietà.

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Da un punto di vista qualitativo, l’economia digitale trasformerebbe potenzialmente la qualità della produzione e del consumo: la produzione addizionale a costo zero trasformerebbe persino il consumatore in produttore e viceversa; il possesso lascerebbe il posto all’accesso; la proprietà alla condivisione; il copyright all’open source. L’internet delle cose, l’internet della comunicazione, l’internet dell’energia consentirebbero potenzialmente un consumo efficiente delle risorse basato sull’accesso e sulla condivisione; anche la produzione richiederebbe sempre meno risorse addizionali e la cooperazione consentirebbe potenzialmente un miglioramento straordinario delle forze produttive ecologicamente sostenibili. Tuttavia, il modo di produzione capitalistico ostacola lo sviluppo qualitativo attraverso l’imposizione della legge del valore, proprio quando questa si presenta come base miserabile di fronte allo sviluppo delle forze produttive.

Tuttavia, bisogna evitare di commettere due errori. Sul piano oggettivo occorre evitare di intravedere nell’attuale sviluppo capitalistico la prefigurazione di un comunismo di transizione che si sta già realizzando. La realtà è piuttosto quella crudele dell’esercito industriale di riserva, dello sfruttamento salariato e del dominio della legge del valore esercitato con violenza dalle potenze capitalistiche multinazionali; il risultato è, piuttosto, quello della crisi di sovrapproduzione e dell’onda lunga stagnante e deflattiva. Al tempo stesso, sul piano soggettivo occorre rifuggire dall’idea del comunismo di cortile, secondo il quale la cooperazione localistica e comunitarista prenderebbe improvvisamente il sopravvento sulla socializzazione multinazionale capitalista. In alternativa, soltanto la pianificazione democratica e internazionale può assolvere questo compito per consentire attraverso la produzione associata su larga scala la crescente produzione associata anche su piccola scala. Direbbe L. Maitan che rimuovere questa realtà significherebbe nuovamente scivolare nell’utopia del soggettivismo delle concezioni prefiguranti.

L’obiettivo della produzione ecosocialista è innanzitutto quello di abolire il pluslavoro, il plusvalore, il profitto, i dividendi. Tuttavia, l’abolizione del pluslavoro è immediatamente la condizione per l’estinzione del lavoro; la pianificazione democratica su scala mondiale è immediatamente la condizione per la cooperazione su scala locale; la produzione associata multinazionale è immediatamente la condizione per l’autogestione del comune; la produzione di beni comuni è immediatamente la condizione per la produzione libera di beni liberi. Il cosiddetto spazio del comune segue dialetticamente quello dell’ecosocialismo, il quale ne rappresenta il presupposto logico e storico; non è, infatti, possibile nessuna transizione di tipo comunista finché regna l’assolutismo capitalista; anzi, le contraddizioni crescenti incattiviscono ulteriormente la furia borghese; non è possibile nessun “esodo” effettivo e reale dalla barbarie capitalista, la quale, piuttosto, travolge inesorabilmente tutto ciò che ci circonda, a meno di una rivoluzione ecosocialista internazionale.

karl-marxs-manuscript-for-das-kapital-everettEcco perché dopo 150 anni, il Capitale è più bello che mai. Tutte le evidenze empiriche dimostrano le leggi tendenziali del movimento del valore: la legge di accumulazione del capitale e al tempo stesso la legge di accumulazione crescente della miseria relativa della classe lavoratrice, lo squilibrio costante nella continua violazione delle condizioni di equilibrio della riproduzione allargata, la legge tendenziale della caduta del tasso di profitto e la crescente sproporzione tra capitale e lavoro; di fronte a ognuna delle quali persino lo spregevole Piketty si è dovuto inchinare, con la paradossale ignominia di confutare Marx con l’inconfutabilità dei dati, attraverso la sua volgarizzazione più infantile. Non entriamo nel merito; ma, di nuovo, ci limitiamo a osservarne la calunnia al posto della onestà intellettuale. Infatti, Piketty è la dimostrazione ulteriore di come l’economia borghese continui a cancellare la teoria del valore, per sostituire la negazione del capitalismo con una utopistica imposta mondiale sulla ricchezza. Gli eredi di J. S. Mill proseguono nel tentativo di regolare l’irregolabile, di riformare l’irriformabile, di frenare l’irrefrenabile; dopo il Keynes, pensavano di aver rimosso la necessità della crisi; ma il temporale è scoppiato lo stesso e beati per loro quei capitalisti che non avevano creduto a queste idiozie e sono scappati col bottino.

La scienza economica volgare vorrebbe silenziare ancora il Capitale; la borghesia vorrebbe trasformare la sconfitta della classe operaia nella fine del movimento della classe lavoratrice; lorsignori vorrebbero mistificare la crescente espulsione relativa della forza-lavoro con la fine del lavoro salariato; vorrebbero trasformare la violenta appropriazione di pluslavoro attraverso la riduzione crescente del lavoro necessario nella fine della conflittualità tra capitale e lavoro salariato. Parallelamente, coloro che si sciacquano nel bidet della borghesia vorrebbero farci credere che la frammentazione della classe lavoratrice imposta dal capitale corrisponda al trionfo della moltitudine; vorrebbero contrapporre l’esercito industriale di riserva con l’esercito di soldati salariati al fronte; vorrebbero farci credere che la base miserabile della legge del valore corrisponda di già alla sua fine; vorrebbero ideologizzare l’era della conoscenza attraverso la fine della coscienza della classe lavoratrice; vorrebbero rimuovere la devastazione capitalista del lavoro e della natura con la prefigurazione di un comunismo di transizione; vorrebbero ignorare la necessità della pianificazione con l’utopia anarchica dell’esodo fuori mercato; vorrebbero superare la necessità del mutualismo e della solidarietà di classe con la rimozione definitiva del problema della proprietà, del potere e del dominio di classe; finiscono infine col dimenticare l’internazionalismo per esaltare il proprio cortile.

Non ci resta altro da fare che ripartire dal Capitale, dal metodo dialettico e dalla teoria del valore. Le parole di Engels, sì proprio quello che secondo i calunniatori sarebbe il presunto teorico della fine della storia, colui il quale ha contribuito in maniera determinante a deviare Marx in senso positivista, sono invece a questo punto decisive. La storia non può trovare una conclusione definitiva in uno stato ideale perfetto del genere umano; una società perfetta, uno «Stato» perfetto sono cose che possono esistere soltanto nella fantasia; al contrario, tutte le situazioni storiche che si sono succedute non sono altro che tappe transitorie nel corso infinito dello sviluppo della società umana da un grado più basso a un grado più elevato. Ogni tappa è necessaria, e quindi giustificata per il tempo e per le circostanze a cui deve la propria origine, ma diventa caduca e ingiustificata rispetto alle nuove condizioni, più elevate, che si sviluppano a poco a poco nel suo proprio seno; essa deve far posto a una tappa più elevata, che a sua volta entra nel ciclo della decadenza e della morte. Così questa filosofia dialettica dissolve tutte le nozioni di verità assoluta, definitiva, e di corrispondenti condizioni umane assolute. Per questa filosofia non vi è nulla di definitivo, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null’altro esiste per essa all’infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire, dell’ascensione senza fine dal più basso al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso nel cervello pensante. Essa ha però anche un lato conservatore: essa giustifica determinate tappe della conoscenza e della società per il loro tempo e per le loro circostanze, ma non va più in là. Il carattere conservatore di questa concezione è relativo, il suo carattere rivoluzionario è assoluto: il solo assoluto ch’essa ammetta.

Buon compleanno Capitale, nonostante gli anni oggi sei più ancora più bello!!!