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Sud, dove la crisi morde di più

Anche nel Meridione, la parola d’ordine della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per costruire le condizioni della più ampia unità tra occupati/e e disoccupati/e

mibex

da Napoli, Antonello Zecca

Una polveriera. Pur senza ultimatismi, la situazione del Mezzogiorno può essere efficacemente descritta coì. Gli anni successivi al 2007 hanno registrato una caduta del PIL del 12,3% a fronte del 7,1% delle regioni del Centro-Nord. Il Rapporto Svimez 2016 evidenzia: “il persistente impatto della peggiore crisi dal dopoguerra, rispecchiato nell’ampia caduta dei redditi e dell’occupazione, che ha provocato una netta riduzione dei consumi delle famiglie meridionali, diminuiti cumulativamente dal 2008 al 2014 del 12,6%, una flessione più che doppia di quella registrata nel resto del Paese (-5%). Tale differenza è stata acuita dalla contrazione della spesa per consumi della P.A., cumulativamente pari nello stesso periodo al -7% nel Mezzogiorno, a fronte di una sostanziale stazionarietà (-0,1%) nel resto del Paese”.

Il quadro offerto dallo Svimez è coerente con il quadro di grave situazione sociale che il Meridione è costretto ad affrontare a causa della più grave crisi capitalistica. La ridefinizione della composizione della classe e del peso specifico delle sue diverse sezioni, in rapporto al resto dell’economia nazionale con cui quella meridionale è strettamente integrata, segue le trasformazioni occorse nei e tra i diversi settori, e così hanno fatto le lotte, che, diversamente dalla vulgata, hanno una certa diffusione, sebbene scontino frammentazione e difficoltà ad unirsi attorno ad obiettivi comuni, in particolare a causa del ricatto della disoccupazione. In Campania, regione in cui si concentrano ancora i residui di un settore manifatturiero un tempo consistente, vale la pena segnalare tre situazioni emblematiche della crisi sociale. La prima è la Mibex di Somma Vesuviana (NA), produttrice di cuscinetti a sfera ad uso industriale: con 80 operai in C.I.G. prossima alla scadenza, lo scorso 24 Maggio sono state annunciate 70 lettere di licenziamento ad altrettanti operai monoreddito, a causa di “mancanza di commesse” e “calo del fatturato”. Dopo una settimana di scioperi e presidi, i proprietari, che nel frattempo avevano annunciato la volontà di aprire uno stabilimento in Ungheria, riducono i licenziamenti a 47, puntando ad evitare il clamore e sopravvivere per un altro anno o due, quando è certo che chiuderanno la sede napoletana per lasciare lo stabilimento torinese e il nuovo stabilimento ungherese. Dopo ben 110 anni di attività, il 22 Maggio scorso il proprietario del salumificio Spezia ha portato i libri in Tribunale, incapace di ripagare i prestiti a Banca Etruria e Monte Paschi di Siena. La gestione allegra dello stabilimento, e l’incapacità colpevole del ceto politico hanno consentito che uno storico stabilimento mettesse 84 operai sulle soglie della disoccupazione. Gli operai hanno costituito un presidio e hanno scioperato, ma a tutt’oggi non ci sono spiragli che consentano di salvare lo stabilimento e i posti di lavoro. Da ultimo, ma non ultimo, la lotta che cento trasfertisti forzati dallo stabilimento FCA di Pomigliano a quello di Cassino stanno conducendo contro un’infame imposizione aziendale, frutto del ricatto e della collaborazione delle burocrazie: il 25 maggio scorso, questi operai si sono rifiutati di salire sugli autobus che li avrebbero condotti, come ogni mattina prima dell’alba, a 100 km di distanza per una dura giornata di lavoro, per rientrare poi a tarda serata, sfiacchiti dai ritmi imposti dal WCM. Ne è nato uno sciopero di otto ore per ogni turno di lavoro al quale la FIOM è stata costretta a dare copertura. Due le richieste, ben precise: la prima, che la trasferta abbia una data certa di fine, non indicata da nessuna parte; la seconda, che il trattamento economico sia parametrato al CCNL, invece delle ridicole indennità concesse dall’azienda. Attualmente, l’azienda si è impegnata a dare un riscontro entro il 16 Giugno sul famigerato, quanto aleatorio, piano industriale per Pomigliano.

Vanno ricordate anche le lotte contro la disoccupazione, attive in particolare a Napoli e nella sua area Nord, che hanno come controparte diretta istituzioni sorde ai bisogni della parte di classe lavoratrice non impiegata, ma anche consapevoli del progressivo esaurimento dei tradizionali margini di mediazione. Se a questo aggiungiamo il conflitto per la regolarizzazione e i diritti, che prosegue nel settore sempre più rilevante dell’agricoltura, animato soprattutto dagli immigrati impiegati come manodopera neo-schiavistica, in particolare nel Foggiano, emerge un quadro tutt’altro che statico, ma in relativo movimento. Tutto ciò deve interrogare non solo un sindacalismo di classe che si voglia in grado di intercettare settori di classe lavoratrice nella loro moderna composizione, e intenzionato a costruire le condizioni dell’unità e della conquista di vittorie, anche parziali, ma anche le organizzazioni e i collettivi politici impegnati nell’elaborazione di elementi programmatici utili a rispondere sul piano politico generale ai bisogni e alle necessità di queste lotte. Anche nel Meridione, la parola d’ordine della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario/stipendio è fondamentale per agglutinare gli interessi immediati delle diverse sezioni della classe lavoratrice, e costruire le condizioni della più ampia unità tra lavoratori e lavoratrici occupati/e e disoccupati/e.