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Logistica e trasporti, oggi si sciopera insieme. E Milani (SiCobas) è libero

Per la prima volta facchini, camionisti, tranvieri, piloti e ferrovieri insieme su una piattaforma comune.
Accolta la revoca dell’obbligo di dimora per Aldo Milani, coordinatore nazionale SiCobas, indagato a Modena per una inesistente estorsione

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di Checchino Antonini

Sciopero generale, il 16 giugno, nei trasporti e nella logistica. Lo stesso sciopero per categorie diverse, separate dalla pletora di contratti dell’epoca della deregulation, tenute lontane dal neocorporativismo. Ma strettamente connesse dalle dinamiche della crisi e da quella di una filiera che intreccia i loro destini. Inutile aspettarsi che le loro ragioni vengano raccontate dal servizio pubblico radiotelevisivo, tantomeno dal mainstream dell’infotainment commerciale che, tutt’al più, sbatterà in prima pagina o in prima serata, le facce stravolte di passeggeri rimasti a piedi o scorci di metropoli intasate dal traffico.

Il CCNL della logistica è scaduto dal dicembre del 2015 – ma è vano aspettarsi che lo scrivano i fabbricanti dell’immaginario collettivo – ed è in corso una trattativa nazionale con i confederali che un anno e mezzo dopo non ha ancora sortito alcun effetto. Nessuna risposta datoriale alle piattaforme scaturite dalle istanze territoriali dei sindacati di base. Evidente la volontà padronale di voler insistere nell’escludere dalla trattativa nazionale chi oggi rappresenta una parte importante dei lavoratori puntando a un accordo con le sigle concertative sperando che possa depotenziare pratiche e organizzazioni conflittuali.

Per la prima volta facchini e camionisti, piloti e ferrovieri incrociano le braccia insieme, su una stessa piattaforma di sciopero generale. Logistica e trasporti: convergenza importante fra un comparto in cui il sindacalismo di base è stato capace di attivare vertenze durissime ma spesso capaci di vittorie parziali e l’altro, quello dei trasporti, tradizionalmente combattivo, protagonista – fra l’altro – anche della schiacciante vittoria del No al referendum siglato in Alitalia dai confederali. Proprio questo risultato ha spinto SiCobas e Adl, due sigle spesso in sintonia nella logistica, a spostare la data dello sciopero per costruire la convergenza, trainando l’adesione di parecchie altre sigle (Cub, Usi, Sgb, Slai) della galassia del sindacalismo conflittuale. In generale, va considerato che l’ampliamento del settore trasporti e logistica nelle economie capitalistiche, l’incidenza sempre maggiore del sistema delle cooperative, l’aumento della manodopera immigrata spiegano come, in un contesto di generale riflusso, si sia prodotto, a partire dal 2008, un ciclo di lotte straordinario che ha avuto e ha come suo epicentro i magazzini della logistica dell’Emilia e della Lombardia, e che si è esteso a Veneto, Piemonte, Marche, Toscana e Lazio, fino alla Campania.

In molte città i lavoratori del trasporto pubblico si stanno battendo per un potenziamento del servizio contro i tagli anche salariali e il peggioramento delle condizioni contrattuali. Intanto, nella logistica le vertenze dei facchini non sono state bloccate dalla manovra repressiva che vede nel teorema della procura di Modena contro il coordinatore del SiCobas, Aldo Milani, l’operazione principale che avrebbe dovuto inibire la libertà di movimento a delegati e solidali e scompaginare un’esperienza sindacale che è sotto gli occhi dei settori più consapevoli della classe per la sua capacità di strappare risultati e di sindacalizzare soggetti che si pensavano irraggiungibili o indisponibilia pratiche conflittuali, i lavoratori migranti. Quelli che dovevano servire, dentro i processi di deregolamentazione del neoliberismo, ad abbassare le condizioni di lavoro di tutti diventano il cuneo che prova a rompere l’assedio materiale e culturale dei fautori della guerra fra poveri.

E’ possibile, infatti, leggere questa storia come un’esperienza di reazione alla passivizzazione indotta nel movimento operaio dal succedersi di sconfitte e cedimenti confederali di fronte alle “riforme” del mercato del lavoro che hanno eroso in tempi rapidi conquiste e diritti che parevano intoccabili.

Sia nel trasporto privato che nella logistica, da anni, si è affermato un sistema di sfruttamento bestiale che si appoggia sulla tendenza alla decontrattualizzazione e sulle inclinazioni criminali dei datori di lavorodelle rispettive filiere. Un’illegalità diffusa, il sistema delle finte cooperative (lo scandalo di Mafia Capitale e degli appalti truccati al CARA di Mineo, ha messo a nudo l’intreccio politica, cooperative e criminalità organizzata) che le procure non vogliono vedere nemmeno nei territori a conclamata penetrazione mafiosa. Sul fronte opposto le cronache registrano l’uso costante della polizia contro i picchetti, e i sindacati combattivi denunciano le provocazioni, le montature e le intimidazioni quotidiane contro i delegati e i lavoratori che si espongono in prima persona fino all’uso dei sindacati concertativi per spegnere la disponibilità al conflitto. Non è un caso che l’uomo di punta del trust delle cooperative, Poletti, occupi un ruolo chiave nel governo Pd e abbia firmato una mostruosità giurdica e sociale come il jobs act.

Il teorema contro Aldo Milani arriverà il 27 settembre alla prova dell’udienza preliminare. Milani, da ieri, è un uomo libero e libero arriverà in aula quel giorno: proprio alla vigilia dello sciopero generale è stata accolta l’istanza di liberazione per il coordinatore del SiCobas, costretto all’obbligo di dimora a Milano dal 28 gennaio data in cui era stato arrestato con l’infamante accusa di estorsione assieme a un personaggio estraneo al sindacato di base.

Spiega la sua legale, Marina Prosperi, di aver presentato sia la documentazione sull’attività sindacale svolta negli ultimi mesi dal coordinatore nazionale del Si.Cobas, sia le dichiarazioni del segretario generale della Fedit, confindustria dei trasportatori, che afferma la correttezza di Milani nelle trattative. Non c’è ragione per cui debba ulteriormente sopportare una limitazione alla sua libertà sindacale e di movimento. A differenza dell’altro imputato che è ancora ai domiciliari e che ha scelto la via del rito abbreviato. «Noi – dice Marina Prosperi – abbiamo scelto il rito ordinario perché respingiamo ogni accusa e continuiamo nella difesa in nome di una battaglia di verità».

Il clamoroso arresto “per estorsione” ha ottenuto una copertura mediatica fuori dal comune per un mainstream giornalistico abitualmente cieco e ottuso di fronte alle vicende del sindacalismo combattivo. Non si può dire che ieri la sua liberazione abbia suscitato la stessa emozione ai giornalisti embedded. Troppi giornalisti, alla fine di gennaio, si sono prestati alla pratica infame di sbattere il mostro in prima pagina senza altra prova se non quella fornita dalla questura: una velina e un video a cui era stato scientemente tolto l’audio. “Ecco il film della mazzetta”, «Pagate 90mila euro per la cassa di resistenza e non ci saranno altre mobilitazioni», sono solo alcuni dei titoli comparsi nelle ultime 24 ore per sostenere l’idea di una violenza strumentalmente pilotata durante le proteste. «Abbiamo il sospetto – ha detto il procuratore capo di Modena, Lucia Musti – che altri imprenditori siano stati vittime di questo sistema estorsivo. A loro chiediamo di farsi avanti. La pace sociale non può essere merce di scambio». Sembrava una bomba contro il SiCobas e contro la possibilità per tutti che possano esserci pratiche sindacali conflittuali che, molto spesso, in questi anni hanno conseguito successi che le tiritere concertative non sono mai state in grado di conseguire. Negli hub, a macchia di leopardo e specialmente al nord, sono proseguiti gli scioperi dei facchini e almeno cinquecento persone hanno manifestato per due giorni di fronte al carcere di Modena dove s’è svolta l’udienza di convalida che aveva confermato i domiciliari per Piccinini e scarcerato Milani ma con l’obbligo di dimora.

Il suo SiCobas ha continuato ad essere protagonista di molti scioperi anche nella città in cui è più forte l’attacco, Modena, capitale europea della filiera delle carni, registrando un’impennata di nuove iscrizioni (forse 5mila a livello nazionale) e il libro bianco (“Carne da macello” pubblicato da RedStarPress) che doveva innanzitutto servire alla costruzione della controinchiesta è un vero e proprio manuale di storia sindacale utile per comprendere un percorso di sindacalizzazione che sta ricombinando la dimensione vertenziale e quella di prospettiva politica più generale, assieme a strumenti tradizionali del movimento operaio come le casse di resistenza, le reti solidali e, appunto, la convergenza intecategoriale e intersindacale in un’ottica internazionalista (“Buttando via la paura”, il documentario che racconta le lotte dei facchini ha avuto decine di proiezioni nei distretti della logistica a Londra, Berlino e perfino in Cina) e di ricomposizione di classe.