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Francia, la tormenta e la bussola

di Léon Crémieux, alencontre.org, traduzione di Fabrizio Burattini

Dire che la Francia vive una crisi di regime è un eufemismo. Ogni giorno appaiono nuovi elementi di una crisi politica che erode i due pilastri della vita politica d’Oltralpe degli ultimi quarant’anni: il Partito socialista e i Repubblicani (LR), il partito figlio del gollismo. Oramai un’elezione “a sorpresa” di Marine Le Pen nelle prossime presidenziali non può più essere esclusa. Si tratta di una crisi politica e istituzionale conseguenza di una crisi sociale nel seno della quale la polarizzazione politica si produce, disgraziatamente essenzialmente a destra e all’estrema destra.

Nonostante le situazioni inattese moltiplicatesi nelle ultime settimane, la cosa più probabile oramai è che né PS né LR siano presenti al secondo turno delle presidenziali del 7 maggio prossimo. Questa situazione inedita avrà effetti a cascata sull’elezione del parlamento (l’Assemblea nazionale, prevista per l’11 e il 18 giugno 2017). In Francia, il meccanismo elettorale introdotto nel 2002 (proprio per evitare che il parlamento abbia maggioranze non in sintonia con il presidente della Repubblica, ndt) fa sì che i risultati delle presidenziali abbiano un effetto di trascinamento sulle politiche che si svolgono per legge alcune settimane più tardi, e che il partito del presidente eletto benefici sistematicamente di un maggiore sostegno per i suoi candidati.

Siamo dunque, probabilmente, alla vigilia di una prrofonda riorganizzazione del campo dei partiti politici istituzionali e, forse, di una crisi politica di grande ampiezza.

Tre fenomeni nuovi sono all’opera già da alcune settimane.

1.- Una crisi senza precedenti del partito LR

E’ stata scatenata dalle rivelazioni sulle malversazioni e sulle distrazioni di fondi pubblici da parte di François Fillon. I giornalisti di inchiesta del “Canard enchaîné” e del canale web tv Mediapart, in particolare, da due mesi hanno continuamente distillato nuovi devastanti elementi rivelatori delle pratiche usate da François Fillon, pur non essendo affatto nuove né di sua esclusivo uso. Fillon, che aveva impostato la propria campagna elettorale, al momento delle primarie del centrodestra, sull’immagine de “Monsieur Onestà”, appare oggi come il campione della distrazione di fondi a beneficio personale. Oramai, da un mese a questa parte la sua campagna è inascoltabile, totalmente soffocata dal suo affaire e dalla sua ostinazione narcisistica di non voler passare la mano. Poco a poco, nel corso del mese di febbraio, la quasi totalità dei dirigenti dei LR, Sarkozy per primo, si sono convinti del rischio enorme rappresentato dal mantenere Fillon come candidato e hanno cominciato a cercare soluzioni alternative al fine di non rinunciare alla presenza del centrodestra al secondo turno. Ma il fatto che Fillon fosse riuscito a imporsi nelle primarie di dicembre contro i candidati “naturali” del centrodestra (Sarkozy et Juppé) si basava sull’indebolimento, sul discredito di questi dirigenti nell’elettorato più reazionario, che ha preferito dare un sostegno plebiscitario ad un cattolico conservatore e ultraliberale.

Nei primi cinque giorni di marzo, con l’annuncio della imminenza dell’interrogatorio di Fillon, quasi tutti i dirigenti di LR gli hanno chiesto di ritirarsi, a partire dal suo stesso portavoce, Thierry Solère, e dal direttore della sua campagna elettorale, Patrick Stefanini. L’alleato dei LR, i centristi dell’UDI (Unione dei democratici indipendenti), ha “sospeso” il suo sostegno. Ma la direzione del partito non ha avuto la forza di costringerlo a dimettersi. Né è riuscita ad accordarsi per avanzare una candidatura alternativa capace di tenere insieme tutte le correnti del partito. Inoltre, Fillon ha proclamato che si sarebbe mantenuto in lizza contro venti e maree, anche contro l’apparato del suo proprio partito. Totalmente isolato al suo interno, ma comprendendone la debolezza della direzione, ha giocato la carta della piazza, fuori del partito, dell’ala più conservatrice, dei più reazionari tra i suoi supporter, organizzati nel movimento “Senso comune” (creato nel 2014 dagli attivisti della “Manifestazione per tutti”, di opposizione contro il matrimonio omosessuale).

Con il sostegno di “Senso comune” e del settimanale di estrema destra “Valeurs actuelles”, Fillon ha organizzato, il 5 marzo, una manifestazione contro i “giudici” e per imporsi sull’apparato del partito. Ed è riuscito nell’intento di mantenere la propria candidatura, appoggiandosi sul successo della manifestazione che ha raccolto tra le 40 e le 50.000 persone nella piazza del Trocadero a Parigi. In 48 ore, la direzione di LR si è arresa, “in nome dell’unità”. Ha riconfermato il sostegno a François Fillon, con il timore di vedere settori interi del proprio elettorato più reazionario rivolgersi verso Marine Le Pen. Gli stessi che, in nome dell’onestà in politica, fino al giorno prima fustigavano Fillon e esigevano la sua rinuncia hanno messo la propria “morale” sotto il tappeto. Anche i centristi dell’UDI, che erano stati durissimi nei giorni precedenti contro le menzogne di Fillon, gli hanno riconfermato il sostegno, in cambio della promessa di 20 candidature supplementari al momento delle elezioni del parlamento…

Ci sarebbe da ridere se tutto ciò non fosse il segno di una deliquescenza di LR, della sua subalternità alla sua ala più reazionaria, sotto la pressione del Fronte nazionale e della forte polarizzazione a destra. Dall’altra parte, i distacchi si moltiplicano nell’ala del partito che si raccoglie attorno all’ex primo ministro Alain Juppé, di cui parecchi sostenitori si stanno avvicinando alla candidatura di Emmanuel Macron.

2.- L’esplosione annunciata del Partito socialista

Anche nel Partito socialista sono all’opera tendenze centrifughe. Benoît Hamon ha barattato il sostegno benevolo della direzione del PS – che lo ha accettato come candidato ufficiale – in cambio di una campagna spenta, che rinunciasse ad ogni critica sul bilancio dei governi di Hollande. Una campagna senza rilievo, che è riuscita, finora, solo ad ottenere il ritiro in suo favore del candidato del partito verde EELV (Europa Ecologia-Les Verts), anche in questo caso in cambio di una quarantina di candidature in altrettante circoscrizioni al momento delle elezioni politiche (che, come è noto, si svolgono con un sistema uninominale, ndt).

Si è voluta paragonare la vittoria di Hamon alle primarie ad un “effetto Corbyn” alla francese. E’ parzialmente vero dal punto di vista del gesto degli elettori delle primarie della sinistra, che hanno voluto così sanzionare le politiche liberali di Valls e il quinquennato di Hollande. Ma il paragone finisce qui. Fin dalla sua nomina, B. Hamon si è reintegrato buono buono nell’apparato del PS, giungendo perfino ad affermare di assumersi l’essenziale del bilancio di Hollande. Non si vede l’ombra di una mobilitazione popolare attorno alla campagna di Benoît Hamon e anche il suo progetto chiave del reddito universale si è insabbiato nei compromessi necessari con la direzione del partito. B. Hamon non è in nessun modo un candidato antiausterità, un candidato di rottura con le regole liberali dell’Unione europea. Questa impostazione sempre più moderata non impedisce una lenta emorragia in atto negli ultimi due mesi, di eletti, di dirigneti del PS che si decidono a sostenere Emmanuel Macron: tra i più recenti, Bertrand Delanöé, ex sindaco socialista di Parigi, e Jean Yves Le Drian, ministro della Difesa (e rispettato piazzista dell’industria d’armi francese).

La certezza dell’assenza di Hamon dal secondo turno crea un clima particolare all’interno del PS. La direzione continua a sostenere ufficialmente Hamon e minaccia di espulsione e di esclusione dalle candidature per le legislative tutti coloro che sosterranno la candidatura di Macron. Parallelamente, un numero crescente di esponenti e di dirigenti si preparano per il dopo primo turno. Un appello di deputati socialisti circola sottobanco e Pierre Bartolone, presidente “socialista” de l’Assemblea nazionale, afferma di essere pronto a votare Macron, “se la democrazia fosse in pericolo e se fosse l’unica alternativa”. Il suo amico politico Manuel Valls, ex primo ministro, battuto da Hamon nelle primarie, ha manifestato pubblicamente il proprio rifiuto a sostenere Benoît Hamon. La grande maggioranza dei ministri restano ai margini della campagna del PS, manifestando così una simpatia muta verso Macron.

François Hollande, anche lui, manifesta questo sostegno silenzioso. Molti sperano in uno scenario che ha poche possibilità di concretizzarsi: E cioè che il secondo turno delle presidenziali apra uno spazio al PS per poter saldare un’alleanza con Emmanuel Macron, attenuando così alle legislative le conseguenze della sconfitta di Hamon. Perchè il PS – come d’altra parte LR – teme che l’effetto Macron spazzi via i propri candidati alle legislative di giugno. In ogni caso, le elezioni prossime avranno un effetto corrosivo sul PS. Se la candidatura d’un “dissidente” (B. Hamon) ha bloccato la crescita di Mélenchon, assieme alla spinta del social-liberale Macron, tutto ciò comporterà un’esplosione del PS in caso di vittoria di quest’ultimo. Il progetto di Manuel Valls di un partito democratico sul modello del PD di Matteo Renzi (almeno nella sua versione più luccicante) rischia di realizzarsi… senza il PS, o forse perfino sulle sue ceneri! Nei fatti, il PS in quanto tale, non avrà nessun rapporto di forza da utilizzare nei confronti di Macron.

3.- La spinta acchiappa tutto di Emmanuel Macron

Formatosi con l’orientamento social liberale di Hollande e di Valls, emancipatosi dal PS e dal bilancio del suo governo, è riuscito, almeno per ora, là dove molti altri avevano fallito: ha creato un movimento di centrodestra capace di sopravanzare rispetto alla socialdemocrazia e rispetto agli alleati democristiani del movimento gollista.

Mediaticamente, appare come chi ha rotto con i vecchi partiti, con un’immagine giovane, moderna sulle questioni della società e liberale sulle questioni economiche. Ha affermato la volontà di presentare almeno la metà dei candidati alle legislative “provenienti dalla società civile”, cioè senza trascorsi politici (è utile il video di Osons causer «Qui est vraiment Macron», in francese, pubblicato anche sul sito A l’Encontre TV, ndt). Fin dall’inizio ha rifiutato qualunque accordo di apparato con correnti distaccatesi dal PS o dalla destra, e la sua forza nei sondaggi, il successo dei suoi meeting, la polarizzazione mediatica gli danno gli strumenti per conservare questo taglio. Evidentemente, la politica di Macron non ha niente di nuovo. Attinge alla fonte nelle ricette liberiste elaborate durante le presidenze di Sarkozy e Hollande, di cui è stato consigliere e ministro. Il suo programma è stato elaborato essenzialmente da Jean Pisani-Ferry, un economista e alto funzionario, social-liberale allevato negli ambienti ministeriali, in particolare attorno a Dominique Strauss-Kahn. Il programma economico non ha niente di innovatore, è centrato sul taglio delle spese pubbliche e delle entrate fiscali, la proroga sine die delle deroghe padronali sui salari e sulle tasse, nuove destrutturazioni del Codice del lavoro, il passaggio progressivo alle pensioni contributive. Per concretizzare il “ringiovanimento” degli eletti e dei suoi emissari nelle diverse regioni, ha nominato un vecchio notabile, un parlamentare un tempo fedele a Chirac (ex presidente neogollista tra il 1995 e il 2007, ndt), Jean-Paul Délevoye (che è stato direttore di alcune società agroalimentari e, tra il 2010 e il 2015, presidente del Consiglio economico, sociale e ambientale, il CNEL francese, ndt). Nonostante ciò, la sua immagine è quella del rinnovamento…

E Macron riesce a polarizzare forze nel PS e tra i LR nella misura in cui i candidati di questi partiti provocano evidentemente un effetto centrifugo verso il centro… Valls e Juppé, se fossero stati candidati, avrebbero considerevolmente ridotto lo spazio a disposizione per Emmanuel Macron. Inoltre, i sondaggi di queste ultime settimane l’hanno indicato come “il solo in grado di battere Marine Le Pen”, polarizzando anche un elettorato di sinistra che pure si era battuto contro i progetti di legge sul lavoro che avevano preso il nome di Macron e di El Khomri. Oggi, anche senza un partito precostituito, Macron raccoglie un numero significativo di transfughi dal PS, dall’UDI e da LR per strutturare la propria campagna e prepararsi per le elezioni politiche. In caso di vittoria nelle presidenziali, puotrà dunque avere i mezzi per mantenere una posizione ufficiale di rifiuto di accordi d’apparato nelle legislative con il PS o con i sostenitori di Juppé. Così, la questione delle alleanze potrà essere rimandata al mese di giugno. In ogni caso, il suo successo potrà avere un effetto esplosivo sul PS e corrosivo sulla destra UDI-LR.

Una polarizzazione all’estrema destra

Tutto ciò rafforza la polarizzazione verso l’estrema destra di Marine Le Pen, a tal punto che la sua presenza al secondo turno è assicurata, né può essere esclusa la sua elezione nel ballottaggio. L’estrema destra raccoglie, come in numerosi paesi europei, i frutti della crisi sociale puntando sui meccanismi di un ripiegamento identitario nazionalistico a cui, in assenza di un polo politico anticapitalista e attivo negli strati popolari, possono aderire numerosi elettori colpiti dalla politica di austerità. Le politiche liberali condotte dai governi socialisti hanno accentuato questi fenomeni.

Ma anche la politica securitaria, l’islamofobia di stato e il razzismo istituzionale del governo Valls hanno portato acqua al mulino del Fronte nazionale. L’influenza del FN si è ampiamente sviluppata nelle fila dell’esercito e della polizia, di cui i governi socialisti hanno blandito le tentenze più reazionarie. Il rifiuto di accoglienza verso i migranti, le politiche ultrasecuritarie adottate dopo gli attentati sono state capitalizzate sia dall’ala più reazionaria dell’UMP (l’Unione per un Movimento Popolare, che si è trasformato nel 2015 nel LR-Les Républicains, ndt) sia dal FN. I sondaggi mostrano che nella tempesta elettorale attuale, l’elettorato di Le Pen resta stabile, poco sensibile persino alle inchieste sulle finanze allegre in cui è coinvolto anche il Fronte nazionale.

Alla sinistra del PS, le prospettive non sono all’altezza della crisi politica

Jean-Luc Mélenchon è riuscito ad imporre la propria candidatura ai suoi partner del Front de Gauche, da lui stesso sabotato per evitare ogni strumento di controllo su una campagna condotta con l’etichetta dell’autoproclamata “France insoumise” (FI, Francia ribelle) i cui rappresentanti locali e i cui temi sono dominati esclusivamente da Mélenchon stesso. E’ una campagna autocratica che si presentava fino a qualche mese fa in alternativa diretta con Sarkozy e Hollande, ma che è stata destabilizzata dalle peripezie ulteriori. E’ fissata attorno al 10%, e non appare più come la quinta ruota della rosa elettorale. Oggi, l’aspetto puramente personale della sua campagna, con uno stile ereditato da Mitterrand, ha un effetto boomerang catastrofico.

Aveva esplicitamente rifiutato di basare la propria campagna su di una convergenza esplicita di forze politiche e di fronti di mobilitazione sociali. Il suo programma, pur riprendendo tutta una serie di questioni presenti nelle mobilitazioni sociali degli ultimi anni, le lima e le riconfigura con il taglio “repubblicano” e sciovinista, ben simboleggiato dall’inno nazionale che conclude sistematicamente i suoi comizi. Le forze che, oltre al suo Parti de Gauche, lo sostengono sono ridotte al ruolo di comparse e di spettatori e i portavoce della campagna sono agli ordini diretti di Mélenchon.

Il PCF è tutt’ora impegnato in un braccio di ferro per ottenere che la France insoumise non presenti candidature in alternativa almeno a 15 candidati deputati del PCF (tra i quali i 10 da riconfermare). Il rifiuto di Mélenchon  di firmare questo impegno ha indotto il PCF a bloccare il sostegno alla sua candidatura presidenziale da parte dei suoi 850 eletti, con l’effetto di ritardare fino all’ultimo la conferma della condidatura (che ha comunque raccolto 805 firme valide). Questo episodio di trattativa elettorale assomiglia come una goccia d’acqua a quelli intercorsi tra il PS e i Verdi o tra LR e l’UDI. E mostra soprattutto la dinamica limitata della campagna di Mélenchon, che gira oramai a vuoto sull’asse del salvatore della sinistra, anche se riesce a riunire a suo sostegno molti militanti del movimento sindacale e dei movimenti sociali che vogliono esprimere un voto capace di pesare alla sinistra del PS.

Ma tutto ciò lascia da parte la questione essenziale per tutte e tutti coloro che, su molteplici fronti, lottano contro le politiche liberali e reazionarie. Un anno dopo il più grande movimento sociale conosciuto in Francia dal 1995 (quello contro la Loi Travail), la sola polarizzazione politica reale è a destra. decine di migliaia di manifestanti sono riusciti a paralizzare il progetto dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes; decine di migliaia di militanti si sono mobilitati per l’accoglienza dei migranti; sono numerosi gli scioperi operai, quale che ne sia l’importanza, che punteggiano le regioni del paeae, su problemi salariali o occupazionali. Importanti mobilitazioni si sono svolte contro le violenze poliziesche e contro il razzismo di stato, come l’assassinio di Adama Traoré la scorsa estate nel dipartimento dell’Oise, la violenza sessuale sul giovane Théo a Aulnay sous-bois nello scorso febbraio, altre ne sono previste. Sono violenze che beneficiano del clima di impunità della polizia, che non non sono eccezioni, ma il frutto di un razzismo strutturale basato sulle pratiche delle istituzioni statali e sulle politiche governative. Sono tutte mobilitazioni sociali che provano la capacità di resistenza degli strati popolari, e che definiscono tutte quante il bisogno di un progetto politico globale di giustizia sociale di fronte allo sfruttamento capitalistico e alle discriminazioni.

Gli affari di Fillon hanno ancora una volta messo allo scoperto le pratiche di responsabili politici che si arricchiscono, trafficano, mentre impongono alle classi popolari la rimessa in discussione dei diritti elementari delle lavoratrici e dei lavoratori. Essi sono ormai solo delle repliche dei grandi manager delle aziende capitalistiche che ottengono generosi bonus, proprio quando sviluppano piani di licenziamento e di aumento dello sfruttamento. Le lotte di Air France, di Good Year si erano fatte eco di queste rivendicazioni sociali. L’affaire Fillon fa tornare in primo piano la necessità democratica di un controllo popolare, di rimettere in discussione le istituzioni. Il movimento Nuit Debout aveva messo in luce queste necessità democratiche. Non si comprenderebbe d’altra parte il terremoto prodotto dalle rivelazioni del Canard Enchaîné su Fillon se non lo si ricollegasse alla presa di distanza, al profondo rigetto delle istituzioni politiche da parte degli strati popolari, al seno dei quali cresce incessantemente l’astensione.

Sono tutti elementi di mobilitazione, rivendicazioni sociali e democratiche presenti, seppure in maniera frammentata, sullo sfondo della situazione politca, ma che a tutt’oggi non pesano, non riescono a trasformarsi in una bussola in una campagna elettorale presidenziale polarizzata tra il centrodestra di Macron, la destra estrema di Fillon e l’estrema destra di Le Pen.

I militanti del NPA (Nouveau parti anticapitaliste) sono riusciti ad ottenere le 573 firme necessarie per la presentazione di de Philippe Poutou alle elezioni presidenziali. L’obiettivo del NPA in questa campagna è proprio quello di sostenere la necessità di una rappresentanza nuova per le e gli sfruttate/i e le/gli oppresse/i, basata sul progetto di una società liberata da tutte le oppressioni. Questa rivendicazione, questo progetto può entrare in sintonia con le attese di una grande quantità di militanti dei movimenti sociali. Le prossime settimane, qualunque cosa accada, renderanno queste necessità ancora più urgenti.