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Gentiloni come Renzi attacca la scuola pubblica

di Francesco Locantore

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Lo scorso 14 gennaio il governo Gentiloni ha approvato otto dei nove decreti delegati previsti dalla legge 107 (la Buona scuola di Renzi), che dovrebbero entrare in vigore sentiti i pareri delle Camere nei due mesi successivi.

Diciamo subito che ci associamo alla richiesta avanzata da tante associazioni e movimenti perché questi decreti siano ritirati prima della loro entrata in vigore. Il movimento contro la buona scuola renziana nel 2015 aveva denunciato con forza la legge 107 anche come un mezzo autoritario di riforma della scuola, per il potere eccessivo concesso al governo di intervenire su questioni delicate senza neanche la possibilità di dibattito in Parlamento. E proprio così è stato, il governo non ha discusso né nella società, né in Parlamento questo ulteriore attacco alla scuola pubblica e al diritto all’istruzione per tutte e tutti, approvando i decreti al limite della scadenza dei 180 giorni previsti dalla legge, quando nessuno aveva potuto leggere e discutere le bozze, anzi diverse testate specializzate davano ormai per incompiuto il mandato della legge 107 per la maggior parte delle deleghe previste.

Vediamo nel merito cosa prevedono alcuni dei decreti delegati licenziati dal governo.

Per quanto riguarda il diritto allo studio, non c’è un investimento minimamente sufficiente a garantire borse di studio adeguate alle tante studentesse e studenti provenienti da famiglie in difficoltà economiche. Sono previsti solo 10 milioni da decurtare dal finanziamento per la buona scuola previsto dalla legge 107. Gli stessi eventuali interventi degli enti locali, ad esempio per l’accesso gratuito ad alcuni servizi, devono essere senza oneri per la finanza pubblica.

Stesso discorso sul sistema integrato di educazione e istruzione dei bambini fino a sei anni di età. Oltre alla previsione della costruzione di poli per l’infanzia (con una spesa insufficiente rispetto al fabbisogno di 150 milioni di euro), si prende semplicemente atto del peso enorme del settore privato in questo campo, delegando agli enti locali l’accreditamento dei soggetti privati che gestiscono gli asili nido e le scuole dell’infanzia, i criteri di partecipazione economica delle famiglie, e defiscalizzando il salario accessorio pagato (da enti pubblici e privati) in forma di “buoni nido” da 150 €.

Il sistema misto pubblico-privato domina anche la riforma dell’istruzione professionale, sempre più squalificata a formazione professionale pagata dal pubblico per favorire i privati. Oltre alle 400 ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro previste dalla legge 107, si introduce la possibilità di cominciare l’alternanza anche al secondo anno, in età dell’obbligo scolastico quando il lavoro sarebbe vietato dalla Costituzione stessa. Le scuole con indirizzo professionale dovrebbero essere caratterizzate da una metodologia induttiva, dalla didattica per competenze (certificabili anche a prescindere dai titoli di studio, che vengono di fatto svalorizzati) e dall’individualizzazione dei percorsi formativi fin dall’inizio del percorso, in cui i docenti diventano “tutor” del futuro lavoratore subordinato. Anzi i docenti serviranno sempre meno in queste scuole, che avranno la possibilità di instaurare contratti d’opera con esperti delle professioni, finanziati da soggetti pubblici e privati.

Dopo il secondo anno gli studenti saranno chiamati a scegliere se continuare il percorso quinquennale o affrontare un terzo anno professionalizzante, distinto dal percorso comune. Inoltre l’obbligo formativo si potrà espletare indifferentemente nelle scuole o nei percorsi di formazione professionale regionali, potendo in qualsiasi momento transitare da un percorso all’altro. Insomma si punta a formare lavoratori iperspecializzati su settori sempre più specifici, ignoranti e ubbidienti. Formalmente chi completa la scuola professionale quinquennale può ancora accedere all’università, ma verrebbe da dire “lasciate ogni speranza o voi che entrate” nei nuovi professionali.

Un altro decreto che sta facendo discutere molto è quello sulla riforma dell’inclusione scolastica, che al di là delle nobili intenzioni espresse nel testo, costituisce un peggioramento netto sia per gli studenti con disabilità e le loro famiglie che per i lavoratori della scuola, insegnanti di sostegno in primis. Viene innalzato da 20 a 22 il limite degli alunni per classe ove sia inserito di uno studente con disabilità. La certificazione della disabilità non basterà più a ottenere gli ausili previsti dalla legge 104, la diagnosi funzionale è infatti sostituita da una valutazione diagnostico funzionale, operata da un gruppo per l’inclusione territoriale (GIT), un organo politico nominato dall’ufficio scolastico e presieduto da un dirigente scolastico, che avanzerà all’ufficio scolastico una proposta di ore di sostegno da assegnare alla classe dello studente, indipendentemente dalla gravità della disabilità.

Già oggi il sostegno per l’inclusione scolastica era ben al di sotto delle necessità, ma le famiglie assistite dalle associazioni riuscivano a farsi riconoscere per via giudiziaria il diritto a vedere assegnata una cattedra di sostegno per le classi dei propri figli con gravi disabilità. E’ evidente che questa riforma serve ad operare un drastico taglio sugli organici di sostegno togliendo anche la possibilità del ricorso ai tribunali amministrativi. Allo stesso fine è preposta in questo quadro la formazione sul sostegno degli insegnanti curriculari, che evidentemente saranno chiamati a sostituire in molti casi il ruolo indispensabile dell’insegnante di sostegno.

Per i pochi insegnanti di sostegno che rimarranno su questo ruolo, è previsto un vincolo di permanenza sul sostegno di 10 anni anziché i 5 attuali. Si sostituisce in pratica la figura dell’insegnante di sostegno, che oggi è comunque un insegnante in grado di insegnare anche una materia curriculare, e che potrebbe nel corso della sua carriera passare da un ruolo all’altro anche più volte, con una figura dedicata al solo sostegno per gli studenti disabili, differenziandolo e distanziandolo ancora più di quanto non sia oggi dagli altri insegnanti, e andando così in senso opposto a quello dichiarato di voler includere le persone con disabilità nella scuola di tutte e tutti.

E’ da notare poi come, mentre si dice di voler migliorare l’inclusione dei ragazzi disabili nelle scuole, il decreto sulla riforma degli esami di stato gli neghi la possibilità di poter conseguire, com’era fino ad oggi, la licenza media, in particolare agli studenti con disabilità gravi che richiedano una differenziazione delle prove d’esame.  Questo stesso decreto inoltre elimina le famigerate prove Invalsi dagli esami conclusivi del primo ciclo, ma stabilisce che lo svolgimento dei test Invalsi è un prerequisito fondamentale per l’accesso agli esami sia del primo che del secondo ciclo di studi. I risultati delle prove Invalsi faranno parte del curriculum degli studenti al termine della scuola secondaria, e potranno essere usati dalle università come requisiti per accedere ai corsi a numero chiuso.

Oltre al ruolo dell’Invalsi, la riforma degli esami di stato prevede come requisito di ammissione la partecipazione ai percorsi di alternanza scuola lavoro per gli studenti delle superiori. Di contro, per arrivare all’esame finale sarà sufficiente per gli studenti raggiungere la media del sei tra tutte le discipline studiate, compresi i voti di comportamento e di religione cattolica (o materia alternativa per chi se ne avvale).

I nuovi esami prevederanno due prove scritte anziché le tre attuali, e ad essere eliminata è proprio la terza prova, che era elaborata dalla commissione sulla base degli effettivi programmi svolti in classe su tutte le materie non incluse nelle due prove ministeriali. Le commissioni non avranno neanche più la facoltà di elaborare una propria griglia di valutazione sulle prove scritte ministeriali, che sarà elaborata e distribuita centralmente insieme alle prove. Quindi da una parte si predica l’individualizzazione dei percorsi formativi, dall’altra si pratica la ministerializzazione delle verifiche. Non si capisce quale sia l’indirizzo pedagogico insito in questa riforma, né il ruolo dei docenti membri delle commissioni d’esame, ridotti a passacarte del ministero. Rimangono loro solo i 20 punti su cento da attribuire per il colloquio orale. D’altronde la libertà dell’insegnamento non è proprio tra i valori che hanno ispirato l’azione degli ultimi governi.

A proposito di attacco alla libertà di insegnamento, prendiamo in considerazione il decreto che cambierà il volto, insieme alla legge 107 degli/delle insegnanti di domani, quello che riforma il sistema di reclutamento. Prima della legge 107, il reclutamento degli insegnanti era basato sul cosiddetto doppio canale, cioè dopo un percorso di abilitazione (con selezioni per accedere ed esame finale) si poteva essere selezionati o tramite una graduatoria basata sul punteggio maturato fondamentalmente con gli anni di servizio a tempo determinato, oppure tramite un concorso. La legge ha stabilito la chiusura definitiva delle graduatorie (il che significa, come già si sta verificando, che la maggior parte degli incarichi di supplenza o a tempo determinato sarà svolto da personale non ancora abilitato all’insegnamento) e quindi la fine del doppio canale.

Ora gli insegnanti verranno selezionati solo tramite concorsi, per accedere ai quali sarà necessario oltre al titolo di studio, avere la certificazione di 24 crediti universitari in discipline antropo-psico-pedagogiche e didattiche, la certificazione linguistica di livello B2 e una certificazione delle competenze informatiche. Una volta superato il concorso però non si avrà accesso al contratto a tempo indeterminato, ma solo ad un percorso formativo e di tirocinio di durata triennale, con un primo anno teorico e gli altri due di tirocinio, di supplenze o di incarico annuale.

Al termine di ciascuno di questi anni, i vincitori del concorso dovranno subire una valutazione che potrà eventualmente estrometterli dal percorso. L’abilitazione all’insegnamento viene infatti conseguita al termine del terzo anno, e gli aspiranti insegnanti verranno inseriti in graduatorie regionali per l’accesso al ruolo. Una volta inseriti nel ruolo, i nuovi insegnanti saranno comunque non più titolari su una sede scolastica, ma su un ambito territoriale, sottoposti alla scelta dei dirigenti scolastici, la cosiddetta chiamata diretta, o assegnati d’ufficio nelle scuole dove nessun altro aveva fatto domanda di assegnazione. Insomma dietro la retorica dell’eliminazione del precariato dalla scuola si è invece allargato il precariato a vita per tutti gli insegnanti, che rimarranno per tutta la loro carriera ricattabili dai dirigenti scolastici, anche qui con buona pace della libertà di insegnamento.

Chi credeva che la sostituzione della ministra Giannini con Valeria Fedeli fosse un segnale di cambiamento al mondo della scuola, protagonista della sconfitta referendaria del governo Renzi del 4 dicembre, deve ricredersi. Il governo fotocopia di Gentiloni ha intenzione di proseguire nella stessa opera di smantellamento della scuola pubblica perpetrata da Renzi, e prima di lui dai governi tecnici, di centrodestra e di centrosinistra che da oltre venti anni a questa parte stanno lavorando ad annientare tutte le conquiste ottenute dopo il ‘68, spesso con la complicità dei maggiori sindacati.

E’ necessario fermare questi progetti con una mobilitazione unitaria e tempestiva, richiamando alla partecipazione diretta le tante e i tanti lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse e famiglie che nel 2015 si erano espressi con forza contro la buona scuola renziana, trascinando con sé praticamente tutte le organizzazioni sindacali, alcune delle quali sembrano oggi colpevolmente assopite nell’illusione di aver riguadagnato un governo amico.