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Trump, testimone della tendenza reazionaria

di Fabrizio Burattini

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La «patria della democrazia» ha deciso. Nonostante il minore numero di voti raccolti rispetto alla contendente, sulla base di un sistema elettorale artificioso e antidemocratico, ha eletto un bugiardo demagogo, un razzista islamofobo, un sessista e omofobo, uno sperticato filosionista, un negazionista del cambiamento climatico alla carica politica più potente del pianeta, capo supremo dell’esercito più armato, detentore della possibilità di distruggere con un dito il mondo.

Non a caso, in Europa e nel mondo esultano tutti i Matteo Salvini, le Marine Le Pen, i Nigel Farage, i Viktor Orban, i Geert Wilders, l’AFD tedesca e il FPÖ austriaco e tutti gli altri demagoghi e razzisti che, come Trump, cercano di attizzare la guerra tra poveri.

D’altra parte, questa vittoria elettorale incoraggia quanto c’è nel pianeta di macho, i dittatori e gli aspiranti tali, i demagoghi, chi se ne sbatte di inquinare impunemente l’ambiente in nome del profitto. Il successo di Trump non è un epifenomeno ma è un’ulteriore testimonianza della tendenza reazionaria e autoritaria all’opera ovunque, dalla Cina al Brasile, dalla Russia all’Europa, passando per l’Egitto, la Turchia, Israele, gli stati del Golfo.

Negli ultimi decenni la storia mondiale ha conosciuto tanti avvenimenti politici sconvolgenti. L’elezione di Donald Trump può esserne uno nuovo, gravido di conseguenze a tutt’oggi non prevedibili. Le conseguenze saranno ancor più imprevedibili se si tiene conto dello stato del mondo in cui questa elezione va a collocarsi, con la crisi del potere imperialista statunitense, ben simboleggiato dalle guerre infinite di Afghanistan e di Iraq, con il crescere dell’economia cinese e della sua influenza internazionale, con l’altrettanto imprevedibile politica della Russia di Putin, con il consolidamento della destra israeliana e con la sua politica di pulizia etnica nei territori della Cisgiordania.

Si ignora quale sarà la vera politica del nuovo presidente. La sua campagna elettorale (come d’altra parte in certa misura anche quella della rivale Clinton) è stata condotta all’insegna di colpi ad effetto, di dichiarazioni tonitruanti.

L’incertezza di fronte alla politica che adotterà il parvenu in procinto di trasferirsi dai suoi grattacieli di New York alla Casa Bianca di Washington non deve però ingannarci. Le lavoratrici e i lavoratori, i poveri, i non “caucasici”, i migranti, i musulmani, le donne, gli LGBTI, i malati, gli ecologisti restano nel mirino del neoliberalismo che continuerà a regnare anche sotto Trump. E, a livello mondiale, le sue dichiarazioni isolazioniste, protezioniste, amichevoli nei confronti di Putin e del suo protetto siriano El Assad non costituiscono alcun segnale di rottura con la vocazione imperialista del capitalismo a stelle e strisce. A confermarlo sono il suo sostegno gridato a Bibi Netanyahu (con l’annuncio dell’emblematico trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme), le nuove dichiarazioni aggressive contro l’Iran e le promesse di investimenti massicci nell’industria militare. D’altra parte, lo slogan trumpista di “Ridiamo grandezza all’America” porta in sé la guerra come la nube porta l’uragano.

Inoltre, il presidente degli Stati uniti che si insedierà all’inizio del 2017 disporrà di un potere con pochi precedenti. Non solo per l’importanza implicita della sua carica, ma anche perché, dopo molti anni, la Casa Bianca potrà contare su di una maggioranza sicura e larga nelle due camere.

La vittoria di Trump è anche una sconfitta cocente per tutti i sondaggisti e gli opinionisti che ne avevano decretato anzitempo la débacle, per il mondo “liberal” che ha fatto campagna per il voto “utile” a Hillary, e lo è soprattutto per per i lupi di Wall Street che tifavano per la continuità capitalista Obama-Clinton. In realtà, tutti costoro, con le loro prediche dai salotti buoni, hanno lavorato inconsapevolmente per la vittoria di Trump.

Con il suo protezionismo, con la sua demagogia, nonostante l’esibita appartenenza alla classe dei potenti e degli sfruttatori (ma anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa…), è riuscito ad interpretare al meglio e più efficacemente il sentimento di frustrazione delle classi oppresse dalla crisi, a recitare il ruolo del difensore delle vittime operaie della mondializzazione.

Stando alle rilevazioni degli exit-poll, i neri, i poveri, le donne hanno continuato a votare per il partito democratico, ma in misura minore che nel passato e, comunque, non sufficiente a battere il tycoon.

Dietro il suo successo c’è una sostanziale adesione di decine di milioni di americani all’immagine fascistoide, maschilista e razzista che Trump ha voluto proiettare.

La vittoria del miliardario si basa sulla crisi profonda della società americana, sul discredito dell’establishment (sia repubblicano che democratico) e sul fallimento della continuità neoliberista e della presidenza Obama. Se un presidente nero non ha saputo mettere freno alle violenze contro i neri, perché si sarebbe dovuto credere che una presidente donna avrebbe saputo mettere fine alle discriminazioni contro le donne, senza mettere in discussione il sistema che ne è alla base?

Il mix culturale e sociale che ha portato alla vittoria di Trump assomiglia molto a quello che ha portato, anche lì contro tutte le previsioni, alla vittoria della Brexit nel referendum britannico dello scorso giugno. Sembra una Brexit alla decima potenza. Anche per questo, occorre sottolineare come sia vitale per la sinistra evitare di civettare, come appunto accadde allora in Inghilterra con i sostenitori della Lexit (l’uscita dalla UE “da sinistra”) con battaglie la cui natura è lontana mille miglia dai valori della sinistra, e di dover poi esultare per un evento che spinge ancora più a destra l’elettorato.

Come già a giugno in Gran Bretagna, si può vedere che tra la peste della continuità capitalistica “illuminata” e “moderna” dell’establishment e della finanza e il colera del populismo, anche quando è interpretato da un buffone squilibrato, non esiste nessun “male minore”. Peste e colera, neoliberismo e protezionsmo populista hanno gli stessi padri.

Evidentemente, l’endorsement di Bernie Sanders per Hillary, dopo la sua sconfitta nelle primarie democratiche, non è riuscito a mobilitare elettoralmente che in minima parte quei milioni di americani che ne avevano sostenuto la campagna per un’alternativa di sistema. Per l’ennesima volta si dimostra l’assoluta necessità per la sinistra americana di una totale indipendenza nei confronti del partito democratico, la necessità della costruzione dal basso di una forza politica radicale, pacifista, democratica e sociale, che sappia porsi realmente dalla parte delle vittime del capitalismo, del patriarcato, dei pesanti residui del colonialismo e dello schiavismo, pena lo stallo, la sconfitta e il bisogno di dover ogni volta ricominciare da zero. Una forza che metta veramente al primo posto la pace, i bisogni sociali, il rispetto delle donne e delle minoranze, la protezione dell’ambiente e non la difesa dei profitti di pochi.

D’altra parte, le manifestazioni propagatesi in tutti gli Stati uniti dopo l’annuncio dell’esito elettorale possono essere il segnale di una ripresa di mobilitazione e costituire il terreno per un lavoro in direzione della costruzione di una proposta politica nuova, che sappia raccogliere tutte e tutti coloro che non hanno condiviso la resa di Sanders alla Clinton, coloro che hanno votato la candidata dei Verdi Jill Stein, i militanti delle numerose organizzazioni statunitensi dichiaratamente anticapitaliste, chi teme per le conseguenze delle politica di Trump e ne vede le radici nel fallimento di Obama, tutte e tutti coloro che non hanno accettato di scegliere senza alcuna “utilità” tra la peste e il colera.

Anche negli Stati uniti, il mito “bipartitista” si infrange. Obama riceve nello “studio ovale” quello che aveva definito “un pericolo per il mondo”, Trump offre l’onore delle armi alla rivale che voleva far arrestare, perfino Sanders offre la propria collaborazione al nuovo presidente, gli apparati dei due principali partiti si stringono le mani su uno sfondo di “larghe intese” in salsa americana.

Questo accade perché le classi dominanti americane, come dovunque, sono consapevoli che la crisi dei sistemi politici con cui hanno governato il mondo per decenni può produrre qualunque cosa, anche la ripresa della lotta di classe.