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Lo scivolamento della politica USA

di Antonello Zecca

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Alla fine, Donald J. Trump, il tycoon newyorkese, è stato eletto quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Un evento difficilmente prevedibile all’inizio di un’estenuante campagna elettorale durata più di cinquecento giorni, poi entrato sempre più nel novero del possibile fino al successo nell’Election Day del 9 Novembre. Prima di provare a trarre qualche linea di ragionamento, necessariamente provvisoria, partiamo da qualche dato:

  • l’affluenza alle urne si aggira intorno al 55,6% (128.843.000 votanti su 231 milioni circa di aventi diritto), con una riduzione di circa tre punti percentuale rispetto al 2012 (130 milioni circa su 222 milioni di aventi diritto) e ben sei punti percentuale rispetto al 2008 (132 milioni circa su 213 milioni di aventi diritto), cioè alle tornate elettorali che hanno rispettivamente confermato il mandato di Obama e sancito il suo primo termine. Un dato che riflette un’ulteriore disaffezione al voto in un Paese già noto per gli scarsi exploit elettorali e che è in parte spiegabile con il deterioramento delle condizioni generali delle fasce di popolazione già deboli e ancor più indebolite dalla crisi.

Prima di analizzare il risultato dei due principali contendenti, Hillary Clinton e Donald Trump appunto, è opportuno spendere qualche parola sul sistema elettorale degli Stati Uniti. L’elezione della carica presidenziale non è diretta, con voto popolare, ma è organizzata sulla base dei singoli Stati, i cosiddetti Collegi Elettorali: in ciascuno Stato sono presentate due o più liste bloccate, espressione dei diversi partiti; sulla base di un sistema maggioritario a turno secco, comune a tutti gli Stati ad eccezione del Maine e del Nebraska, la lista che prenda anche un solo voto in più delle altre elegge in blocco tutti i suoi candidati, i cosiddetti Grandi Elettori. I Grandi Elettori sono in totale 541, e il Dicembre successivo al voto popolare (quest’anno il 19 Dicembre), eleggono con voto indiretto il Presidente. Stando così le cose, il candidato o la candidata che si assicurano almeno 270 Grandi Elettori, cioè la maggioranza assoluta, sono virtualmente certi di occupare la carica. Quindi può anche accadere, come già successo in cinque occasioni, che un presidente sia eletto con una minoranza di voti popolari. Ed è esattamente ciò che, seppur con un margine minimo, è accaduto anche questa volta.

Infatti Trump totalizza il 47,5% del voto popolare (59.352.000 di voti circa) contro il 47,7% (59.500.000 di voti circa) della Clinton, cioè quasi duecentomila voti in più. Già questo la dice lunga sulla presunta democraticità del sistema elettorale USA, e non è un caso che in periodi diversi numerose voci abbiano chiesto la riforma di questo sistema antidemocratico, per non parlare degli ostacoli al voto che sono materialmente posti soprattutto alle minoranze povere – in numerosi Stati è infatti richiesta la registrazione al voto, regolata da leggi statali, che spesso e volentieri sono estremamente restrittive. In questo caso si tratta però anche di un dato interessante per l’analisi del voto nel suo complesso, su cui ritorneremo.

Se analizziamo la composizione del voto per classi di genere, età, etnia, livello di istruzione, reddito percepito e luogo di residenza, otterremo un quadro certamente interessante. A questo proposito il New York Times è abbastanza esaustivo (vedi).

L’elettore “tipico” di Trump risulta essere maschio, bianco, di età compresa tra i 45 e i 64 anni (e oltre), con un livello di istruzione compreso tra le scuole superiori (o inferiore) e un qualche diploma universitario (in maggioranza con un grado di istruzione al massimo secondaria), con un reddito annuo compreso tra i 50.000 e i 250.000 dollari e una residenza nelle periferie o, in larga maggioranza, nelle aree rurali o delle piccole e piccolissime città, sposato ed evangelico. Il ritratto spiccicato di quel settore di classe operaia e di piccola borghesia tendenzialmente declassata e impaurita che ha costituito il nerbo dell’elettorato di Trump.

A un primo sguardo, questo lascerebbe supporre che il tanto temuto sfondamento del tycoon in ampi settori di proletariato disoccupato e/o precario, in particolare nelle aree deindustrializzate del Paese, non sia in realtà avvenuto. Ed in parte è vero, se si osservano i flussi elettorali in senso statico. Ma se guardiamo ai dati complessivi rispetto alle precedenti elezioni, comprendiamo che esiste una tendenza di fondo che rende problematica un’impostazione di tipo consolatorio. Le elezioni sono sempre un’istantanea che fotografa una realtà sociale e politica in un dato momento, ma di per sé non possono dar conto della dinamica soggiacente a spostamenti più o meno rilevanti. Se osserviamo invece le variazioni tra queste elezioni e il dato comparabile immediatamente precedente, cioè il 2012, possiamo rilevare alcune tendenze rivelatrici, soprattutto per i parametri che sono stati identificati come particolarmente sensibili in questa tornata elettorale:

  • Etnia – sebbene afroamericani, latinos e asiatici abbiano votato in maggioranza per la Clinton (rispettivamente 88, 65, e 65%), rispetto al 2012 assistiamo a una crescita di voto per Trump da parte delle ultime due etnie rispettivamente di 2 e 3 punti percentuale, e un aumento di 2 punti percentuale del voto afroamericano, con la Clinton che invece vede diminuirlo di ben 5 punti.
  • Classe – anche qui, gli scaglioni di reddito sotto i trentamila e cinquantamila dollari votano Clinton rispettivamente al 53 e 51%, ma assistiamo a un aumento di ben 6 punti percentuale per lo scaglione più basso per Trump in queste elezioni mentre significativamente diminuisce il voto ai Repubblicani negli altri scaglioni di reddito, quelli superiori a cinquantamila dollari
  • Religione – interessante anche questo dato. Se la Clinton è votata in maggioranza da atei e appartenenti alla religione ebraica, Trump è votato in maggioranza da fondamentalisti evangelici, cattolici e da quello che nella nostra fonte viene identificato come altro. Questo è un valore che aumenta di 6 punti percentuale rispetto al 2012 e quasi certamente include anche la religione musulmana. Considerato l’atteggiamento quantomeno ambivalente di Trump nei confronti dei musulmani (almeno in un primo momento apertamente razzista), questo è un dato su cui riflettere
  • Luogo di residenza – Trump predomina nelle periferie suburbane e nei centri rurali con il 50 e il 62% rispettivamente, mentre la Clinton ha un risultato ben più elevato nelle città superiori a cinquantamila abitanti

Ci sono anche altri parametri non trascurabili come le percezioni delle condizioni generali dell’economia, la condizione finanziaria della propria famiglia e il voto dei militari, in cui Trump risulta di gran lunga primo. Molto interessante, infine, sono i tempi percepiti come più importanti da chi ha votato Trump: immigrazione e terrorismo.

Se consideriamo anche la distribuzione geografica del voto, rilevante è l’affermazione di Trump in alcuni swing States (Stati in bilico) come il Michigan, l’Ohio, e il Wisconsin, tutti Stati blue collar (classe operaia manifatturiera) tradizionalmente appannaggio dei Democratici e, nel caso del Wisconsin, anche di orientamento decisamente progressista (sebbene da alcuni anni il governatore Scott Walker avesse in qualche modo preparato il terreno per Trump facendo approvare sulla scorsa della crisi alcune tra le leggi più antioperaie del Paese).

Ultimo dato rilevante, quello dell’astensione: è stata del 44,4%, pari a circa 102 milioni di persone, quindi molto alta. Particolarmente significativo è l’8% di astensione degli afroamericani e il 5% dei latinos, il 6% e il 7% di astenuti negli scaglioni di reddito più bassi, e il 6% di astenuti tra grandi città e periferie, con le aree rurali che hanno invece visto una minore astensione, segno della maggiore motivazione della base sociale di Trump rispetto alla demoralizzazione e alla disillusione della base sociale che avrebbe presuntamente dovuto votare Clinton

Qual è, dunque, il quadro che emerge da questa votazione?

Intanto, come già sottolineato in precedenza, il sistema dei collegi elettorali e dei grandi elettori è un sistema antidemocratico poiché non fotografa precisamente la situazione. Va rilevato che la Clinton sarebbe risultata prima nel voto popolare nel quadro di un sistema elettorale differente, e ciò avrebbe probabilmente generato anche un corso diverso, sul piano dei rapporti politici generali.

Ad ogni modo, il risultato espresso da questo voto non cambia né la dinamica sociale e politica sottesa alla vittoria di Trump, né tantomeno il giudizio altrettanto negativo sulla sua sfidante. Tre dati di fondo emergono a parere di chi scrive dall’esito della votazione:

  1. Il primo dato è la conferma dello scollamento delle élite capitaliste del Paese con i sentimenti, le emozioni, i desideri, le paure, la rabbia della classe operaia, i piccoli agricoltori, i disoccupati, le aree rurali depresse e schiacciate dai processi di transnazionalizzazione del capitale e dalle grandi multinazionali, insomma con il blocco sociale che, almeno parzialmente, ha votato Trump, e che tendenzialmente è ostile alla governance neoliberista, incarnata dai Democratici ma anche dalla gestione Repubblicana mainstream. La narrazione autoreferenziale e autoconsolatoria di Washington, e dei media nazionali e internazionali si è trasformata in un sonoro boomerang. Evidentemente la favola della “ripresa economica” e della “uscita dalla crisi” si è infranta sul muro della realtà vissuta da milioni di persone.
  2. Il secondo dato è il consolidamento di un’area politica molto pericolosa che, con diverse declinazioni e a prescindere dalla propria capacità di creare un blocco sociale a trazione borghese alternativa alle élite liberiste (o il riassorbimento nel quadro politico dato), si sta esprimendo sia in Europa (in cui si è manifestata per prima sul piano cronologico nelle sue forme contemporanee) che negli USA, ma non è assente neanche nei paesi del Sud Globale: un’area che per comodità definiamo populista, sebbene questo fenomeno può celare contenuti politici anche molto diversi gli uni dagli altri.
    È un fenomeno, prevalentemente nella sua variante di destra, che attualmente nei paesi occidentali ha la capacità di mobilitare in gran parte i cosiddetti “esclusi” dallo sviluppo capitalistico, con un approccio ideologico i cui ingredienti principali sono razzismo, isolazionismo, sovranismo, protezionismo, rivolta contro le elite di governo, neo-organicismo nazionalista (più spesso su basi culturaliste ma riemergono anche tendenze biologiste). Questa ideologia mobilitante affonda le radici nella spontaneità della percezione immediata di alcuni fenomeni esperiti nella vita quotidiana (qui ovviamente nel contesto proprio degli USA): spontaneità favorita dalla continua disgregazione e atomizzazione delle relazioni sociali promossa dal Capitale. Fosse solo un problema di indottrinamento mediatico, già saremmo al 50% della soluzione. Ma purtroppo si tratta di un dato strutturale che può essere affrontato solo sul piano della mobilitazione e dei conflitti, della discesa in campo in prima persona da parte della classe lavoratrice, degli sfruttati e degli oppressi, i quali, provando a cambiare il mondo cambiano anche loro stessi e la propria percezione della realtà.
  3. Il terzo dato, evidentissimo, è la grande responsabilità politica di due attori del campo Democratico, i cui fallimenti sono sotto gli occhi di tutti: il primo è Obama, il secondo, con responsabilità anche più gravi, è Bernie Sanders.

Barack Obama, troppo frettolosamente osannato all’epoca della sua prima elezione da buona parte della sinistra italiana, non ha certo fallito il mandato conferitogli dalle classi dominanti bensì ha cortocircuitato con le aspettative di chi lo aveva eletto, in primo luogo le cosiddette minoranze (che infatti non hanno votato la Clinton con lo stesso entusiasmo e con la stessa affluenza con cui avevano votato Obama) ma anche di tutte/i coloro che si attendevano una svolta radicale in politica estera, interna, e sul piano sociale, che si sono invece attestate sulla continuità liberale e imperialista dei suoi predecessori. Basti pensare che dal 2008 al 2016 il Partito Democratico ha perso ben 10 milioni di voti!

Poi c’è stato il gravissimo errore di Sanders, l’unico candidato che avrebbe potuto battere Trump, che aveva al tempo delle primarie del Partito Democratico ottenuto ben dodici milioni di voti su una piattaforma chiaramente alternativa e incompatibile con le politiche fino ad allora seguite dal suo partito. Egli aveva compreso la rabbia della “America profonda” e la voglia di riscatto di larghe fasce giovanili, e aveva usato la stessa chiarezza di linguaggio e di obiettivi di Trump, pur ribaltandone completamente il segno. Se invece di abdicare alla Clinton e al Partito Democratico, nella tragica illusione di una impossibile “pressione dall’interno”, avesse prodotto una rottura radicale correndo da solo, magari in associazione con la Stein, oggi probabilmente si sarebbero gettate le basi per la costruzione duratura di un’esperienza politica organizzata indipendente dai due partiti capitalisti, che avrebbe potuto a sua volta sostenere e contribuire alla costruzione dei movimenti sociali, ambientali e anticolonialisti in una sorta di feedback reciproco.

In politica la tempistica è tutto e ora, ammesso che Sanders volesse produrre quella rottura che non ha fatto dopo le primarie, potrebbe essere già troppo tardi.

Su Jill Stein: l’unica candidata alternativa da sinistra, pur con grande generosità, ha fallito di gran lunga l’obiettivo minimo della campagna elettorale di arrivare al 5%, sebbene abbia più che raddoppiato i voti assoluti rispetto al 2012 (1.194,004 contro 469,501: l’1%). Ha indubbiamente pagato la scarsa o nulla esposizione mediatica, la grande paura di Trump e, di conseguenza, il richiamo al voto utile, che le ha sottratto un bacino di voti potenziali verso la Clinton. Meno impattante è invece stato il richiamo al voto per Trump da destra, dove Johnson, il candidato turboliberista, che ha totalizzato un lusinghiero 3,2%.

Dovremo tornarci su, attendendo lo sviluppo degli eventi e le necessarie verifiche ma possiamo affermare che queste elezioni siano portatrici di importanti lezioni per ciò che ancora resiste in quanto sinistra di classe, anticapitalista e rivoluzionaria in tutto l’Occidente (al netto delle ovvie differenze di contesto), e indicano il salto di paradigma che è importante effettuare:

  • Smettere di avere paura della radicalità di linguaggi e obiettivi
  • Smetterla con un discorso paludato e incomprensibile
  • Cominciare a chiamare le cose con il proprio nome
  • Condurre un’attenta analisi delle forme e della composizione contemporanee del lavoro salariato nei paesi imperialisti, per studiarne la potenzialità in termini di riaggregazione di un blocco sociale anticapitalista (alleanze di classe, partiti, sindacati, ecc.), sia sul piano sociale che ideologico
  • Spendersi nella costruzione leale, rispettandone l’autorganizzazione, dei movimenti sociali, impegnandosi nell’organizzazione, nell’unificazione e nella generalizzazione delle lotte
  • Ma più di tutto, smetterla con la assurda illusione che nel capitalismo attuale ci sia spazio per un “riformismo senza riforme” e necessità di trarne le dovute conseguenze politiche, sia tatticamente che strategicamente
  • Speriamo ci siano ancora orecchie disposte ad ascoltare.