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Per un manifesto ecosocialista e rivoluzionario

E’ possibile ridefinire un programma per il socialismo dopo le tragedie e le sconfitte del Novecento? È ancora credibile per centinaia di milioni di persone un progetto di trasformazione complessivo della società? È ancora attuale parlare di rivoluzione?

La storia dell’umanità porta le stigmate dell’oppressione, dell’ingiustizia sociale, dello sfruttamento delle classi subalterne da parte delle classi possidenti. E’ la storia della lotta di classe tra chi possiede terra, ricchezze, capitali, e quindi potere, nei confronti di chi non possiede altro che il lavoro delle proprie braccia e del proprio cervello. Questi ultimi fossero contadini, schiavi, servi della gleba, braccianti, operai e lavoratori salariati non si sono però mai completamente rassegnati a questa oppressione; nel corso dei secoli si sono più volti ribellati nel nome di una società di giustizia e libertà contro gli strumenti del dominio, imposti attraverso rapporti di forza materiali e ideologici, leggi, istituzioni, violenza, e generalmente il potere statale.

Lo sviluppo delle forze produttive, innescato dal capitalismo, e la formazione di una classe operaia sempre più numerosa e organizzata, sembravano aver creato le condizioni per rendere praticabile una rivoluzione politica, sociale ed economica che scacciasse la borghesia dominante aprendo la strada a una società socialista di democrazia piena, di eguaglianza sostanziale, di veri diritti, di libera espressione della personalità di ognun@.

Nel corso del novecento milioni di lavoratori e di lavoratrici si sono battuti, in momenti e in paesi diversi per questa “utopia” che, dopo la vittoria della rivoluzione russa, sembrava poter diventare realtà; la storia del secolo scorso è la storia delle rivoluzioni, ma anche delle guerre imperialiste e delle controrivoluzioni delle classi dominanti per impedire l’affermazione del progetto socialista della democrazia e della eguaglianza sociale. Ma anche là dove la rivoluzione aveva vinto, complici l’isolamento e le risorse economiche di partenza molto limitate, il percorso della transizione dal capitalismo ad una società di eguali ha subito involuzioni e distorsioni profonde producendo degenerazioni terribili e la formazione di nuovi strati burocratici e parassitari fino al totale fallimento di quelle esperienze e del loro ritorno nel girone del capitalismo, in Russia come in Cina.

Il fallimento del cosiddetto “socialismo reale” e le sconfitte subite dalla classe lavoratrice in molti paesi hanno reso sempre meno credibile l’idea di un’altra società, tanto più che la borghesia, grazie a queste sue vittorie, ha potuto sviluppare un’amplissima campagna culturale per presentare il capitalismo come un sistema economico “naturale”, l’unico possibile, l’unica scelta per l’umanità, come il pensiero unico. There is no alternative (TINA) sta scritto nella bandiera macchiata di sangue della borghesia contemporanea.

Eppure la sopravvivenza della specie umana sulla terra è oggi in questione. Il sistema capitalistico sta producendo una devastazione ambientale che potrebbe avere conseguenze disastrose per il genere umano nel giro di un paio di generazioni. L’attività economica così come è organizzata nel capitalismo, con la sovrapproduzione sistematica di beni materiali, spesso inutili, sta determinando un cambiamento climatico che ha già raggiunto un punto di non ritorno. Le catastrofi naturali sono già in corso e i loro effetti hanno una caratterizzazione sociale evidente. Occorre invertire il disastroso processo di surriscaldamento climatico e di ecocidio capitalista. L’umanità si trova oggi di fronte ad una scelta radicale: ecosocialismo o barbarie!!!

“Un altro mondo è possibile!” gridavamo nelle piazze di tutto il mondo durante il movimento altermondialista tra il 1999 e i primi anni del nuovo millennio. Ne siamo tuttora convinti, ma aggiungiamo che un altro mondo è oggi più che allora necessario, se non vogliamo sprofondare nella barbarie della devastazione ambientale, delle disuguaglianze sociali, del terrorismo e della guerra tra i popoli. Un altro mondo significa per noi una organizzazione alternativa della società e del modo di produzione, che riprenda il meglio delle conquiste sociali, democratiche, libertarie degli ultimi secoli e le estenda a tutte e tutti; che faccia diventare reali diritti oggi scritti solo sulla carta o la cui fruizione è limitata a chi può permettersi di pagare; che riconosca nuovi diritti di libertà e di felicità a quelle donne e quegli uomini che fino ad oggi hanno dovuto spendere gran parte della propria vita per far arricchire una porzione minoritaria della popolazione; che riconosca la priorità della difesa dell’ambiente naturale in cui viviamo e l’uso razionale delle risorse, per poter garantire anche alle generazioni future i diritti e le condizioni di vita che vogliamo costruire per l’umanità del presente.

Per questo quello che proponiamo è un vero e proprio manifesto ecosocialista. L’ecosocialismo corrisponde a una trasformazione sociale rivoluzionaria attraverso un profondo passaggio da criteri economici quantitativi ad altri qualitativi, con il dominio del valore d’uso piuttosto che del valore di scambio. Il fine del capitalismo è la ricerca spasmodica del plusvalore e del profitto, la crescita quantitativa del valore; il fine dell’ecosocialismo è la crescita qualitativa dei valori d’uso, dei bisogni, dei servizi sociali. Il primo è fondato sulla valorizzazione del capitale; il secondo sul valore d’uso del lavoro e della natura. È qui, nel nuovo rapporto tra l’uomo e la natura, che sta la doppia valenza del manifesto ecosocialista: nell’emancipazione dallo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo e nell’emancipazione dallo sfruttamento capitalista dell’uomo sulla natura.

L’eguaglianza di genere è parte integrante dell’ecosocialismo e i movimenti delle donne sono stati tra gli oppositori più attivi nei confronti dell’oppressione capitalista e patriarcale. In questo senso, l’ecosocialismo o sarà femminista o non sarà. L’ecosocialismo è la piena affermazione del socialismo poiché si basa sul libero sviluppo dei produttori associati, donne e uomini, in cui il libero sviluppo di ciascun@ è condizione per il libero sviluppo di tutti. Questi obiettivi implicano processi decisionali democratici nella sfera economica, liberi dal maschilismo e dal burocratismo. Solo così la società è in condizione di definire collettivamente e democraticamente i bisogni, gli obiettivi d’investimento, di produzione, di socializzazione pubblica dei mezzi di produzione. Infatti, solo una pianificazione democratica ecosocialista e femminista può offrire la prospettiva di lungo periodo necessaria per l’equilibrio e la sostenibilità dei nostri sistemi sociali e naturali.

Tuttavia, oggi viviamo all’interno di una terribile contraddizione: abbiamo di fronte una società violenta e ingiusta più che mai; una parte infima della popolazione s’impadronisce di ricchezze immense ancor più che nel passato, la logica del profitto ruba il futuro a miliardi di persone e alle giovani generazioni e porta alla distruzione dell’ambiente in cui viviamo; nello stesso tempo la speranza in una società futura di giustizia, libertà e socialità è al suo punto più basso

Rompere questa contraddizione passa innanzitutto attraverso la riunificazione delle forze della classe lavoratrice a livello nazionale e internazionale. Ma dove sono i nostri? Dove sta la classe che produce la ricchezza materiale e immateriale della società, di cui si appropria la borghesia nazionale e multinazionale? A che livello stanno la coscienza di classe e l’organizzazione delle classi lavoratrici? Per questo, il compito prioritario del programma è partire da queste domande al fine di lavorare per la necessaria ricomposizione della classe lavoratrice, per la sua unità coinvolgendone tutti i settori, compresi in primo luogo quelli più oppressi della società umana, dai popoli più poveri, dai migranti costretti dal capitale alla perdita di ogni forma di dignità umana.

Il nostro programma è la piena manifestazione della libertà: libertà dallo sfruttamento e dall’alienazione, libertà economica, libertà sociale, libertà politica, libertà sessuale, libertà di pensiero e libertà religiosa. Il socialismo è stato sempre identificato con la giustizia e l’uguaglianza. Sebbene eguaglianza e libertà siano in rapporto dialettico, nel senso che non può esservi l’una senza l’altra, abbiamo la necessità di specificare che il socialismo è la massima espressione di libertà perché per demistificare l’ideologia del liberalismo borghese. Dove sta la libertà economica e quindi anche la piena libertà personale ed individuale nel capitalismo, quando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale al massimo riesce a consumare per la propria sussistenza e dove subisce ogni sorta di condizionamento e di imposizione? Solo nell’ecosocialismo la libertà economica si realizza nella democrazia economica autogestionaria in cui ciascun lavoratore si trasforma in produttore associato, garantendo contemporaneamente il massimo di libertà individuale. La proprietà privata capitalista è la negazione della libertà economica, perché priva la proprietà altrui. Il capitalismo è sfruttamento e oppressione, il comunismo è l’espressione piena della libertà!!!