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Classi sociali, destre e sinistra di fronte alla Brexit

di Franco Turigliatto

Leggi anche il Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

Con una partecipazione al voto del 72% e una maggioranza che sfiora il 52%, la Gran Bretagna ha deciso di lasciare l’Unione Europea, smentendo gli ultimi sondaggi che davano in leggero vantaggio la posizione del “remain”.

Le contraddizioni profonde che scuotono l’Unione Europea, e che hanno la loro base nelle modalità stesse con cui il processo di unificazione capitalista del continente è stato concepito e nelle violente politiche liberiste di austerità che da decenni ormai massacrano le popolazioni europee, si manifestano così appieno a partire cioè da uno dei principali stati costituenti l’Unione. Quali ne siano le conseguenze economiche e politiche è difficile oggi dirlo, ma di certo non potranno non essere profonde, perché è l’edificio stesso che subisce uno scossone di grandi dimensioni che potrà moltiplicare le spinte centrifughe. Ma anche solo le prime reazioni economiche e politiche indicano che ci troviamo di fronte a un avvenimento capitale della crisi europea.

Se per una breve fase storica l’Europa comunitaria non era stata solo un miraggio, una speranza democratica e di unità dei popoli dopo le due tragiche guerre mondiali del novecento, ma anche un periodo di sviluppo economico e sociale, di miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari, ben presto il progetto delle classi dominanti europee e delle istituzioni che avevano messo in piedi, ha mostrato il suo vero volto: la totale dominanza del capitale, la ricerca del massimo profitto, lo sfruttamento delle classi lavoratrici, la distruzione delle conquiste del movimento dei lavoratori, le divisioni sociali, la volontà di una modifica profonda dei rapporti di forza a vantaggio della borghesia. L’Europa dei padroni e delle multinazionali non era quella della democrazia, della solidarietà, della giustizia sociale, ma aveva il volto di una matrigna cattiva che impone l’austerità generalizzata, la polarizzazione sociale, la disoccupazione di massa, l’attacco ai diritti del lavoro.

Di qui un malessere profondo che si esprime in tutti i paesi, se pure in forme diverse; di qui la discussione politica e lo scontro nei diversi paese sulle prospettive dell’Unione Europea che ha assunto valenze politiche diversificate, molte volte estremamente pericolose, di destra e di estrema destra come in molti paesi dell’ex blocco sovietico, ma anche in qualche caso e per fortuna anche di sinistra, come è stato in Grecia fino alle disastrose scelte della direzione di Syriza di un anno fa, ed oggi in Portogallo e in Spagna.

Facendo riferimento alla relazione svolta al recente seminario ad Atene di forze politiche della sinistra anticapitalista sulla “Crisi della e nella Unione Europea” riprendiamo le principali contraddizioni che attraversano il processo di unificazione capitalista del continente:

  • la persistenza all’interno dell’Unione dei conflitto tra i diversi interessi capitalisti nazionali;
  • il conflitto tra due visioni diverse, quella della costituzione di un vero capitalismo europeo integrato e quello dell’Europa solo come un dipartimento del mercato mondiale;
  • la formazione di imprese trasnazionali che hanno rapporti sempre più allentati con il loro paese d’origine e la cui base non è solo europea;
  • la mancanza di un’egemonia politica e sociale della borghesia che si esprima a livello continentale e che non sia mutuata solo attraverso i vecchi stati nazionali; le spinte contraddittorie emerse tra la scelta dell’allargamento dei paesi membri e il rafforzamento strutturale dell’Unione;
  • quella di puntare tutto sulla concorrenza totale e la liberalizzazione estrema che ha acuito al massimo le differenze e le ineguaglianze economiche e politiche;
  • gli effetti della crisi economica e il trasferimento del debito privato sugli stati, facendolo diventare pubblico;
  • infine la contraddizione tra la ricerca della crescita, e la compressione dei salari e dello stato sociale per il rilancio dei profitti e la garanzia della rendita finanziaria.

Ma strettamente collegata a queste contraddizioni proprie del modo di produzione capitalistico in questa fase in Europa, la crisi dell’Europa è anche il prodotto della mancanza di un qualsiasi progetto alternativa socialista a questa crisi strutturale del capitalismo, che, se pure in forme parziali, spurie e molte volte discutibili, era stata presente nel corso del novecento. Questa mancanza sì è espressa fino ad ora in due profonde debolezze, l’inadeguatezza di una reazione di lotta e di massa delle classi lavoratrici alle aggressioni delle politiche neoliberiste e l’assenza di un a strategia di trasformazione socialista e di un movimento di forze politiche che se ne facesse carico a livello europeo.

La campagne elettorale in Gran Bretagna è stata molto dura e violenta, senza esclusione di colpi. Ha diviso profondamente il partito conservatore, quindi diversi settori della classe dominante; Cameron, pur avendo ancora una volta strappato nella recente trattativa con Bruxelles una serie di misure più favorevoli per la Gran Bretagna, o per meglio dire per i capitalisti inglesi e a svantaggio delle classe lavoratrice, non è riuscito a garantire la vittoria del remain. Un’analoga divisione ha attraversato anche in parte il Labour.

La campagna e la proposta della Brexit è stata quindi caratterizzata da posizioni di destra e di estrema destra , dominata dal partito di Farage, e ha assunto un carattere sempre più anti immigrati, xenofoba e nazionalista reazionaria.

Ma anche la sinistra radicale si è profondamente divisa sull’atteggiamento da assumere di fronte a queste voto. Pur partendo da un unanime giustizio negativo sull’Unione Europea e sulla impossibilità di una sua riforma alla luce anche degli avvenimenti della Grecia, si sono espresse due posizioni.

Da un parte coloro che credono possibile una uscita da sinistra “Lexit-Left Leave” dall’Europa, sulla base del fatto che la Brexit sarebbe un indebolimento del capitale e dell’imperialismo e determinerebbe quindi migliori condizioni per la lotta di classe, che ha visto insieme il Socialist Workers Party, il Partito comunista, il sindacato RMT (ferrovie e trasporti) e diverse altre forze.

Dall’altra le forze che si sono ritrovate nella campagna “Un’Altra Europa è possibile”, la Left Unity, raccolta attorno a Ken Loach, il Green Party, la Sinistra del partito laburista e i nostri compagni di Socialist Resistance, che hanno ritenuto che la vittoria della Brexit avrebbe significato solo un rafforzamento delle destre a tutti i livelli, dello sciovinismo e del razzismo e quindi un indebolimento del movimento dei lavoratori.

Come si può vedere, una discussione molto difficile, da cui emerge proprio la difficoltà ad affermare una alternativa democratica e socialistta rispetto alle diverse opzioni che il campo borghese propone.

Interessante è anche la posizione del SNP, il Partito nazionale scozzese, che ha fatto campagna per il remain (che in Scozia ha raccolto il 65%) e che proprio su questa base, partendo dalla necessità e dalla volontà di rimanere in Europa, oggi rilancia la richiesta di un nuovo referendum per l’indipendenza dall’Inghilterra. Un movimento in tal senso sembra esprimersi anche nell’Irlanda del Nord dove potrebbe riaprirsi la partita della riunificazione dell’isola verde.

Davanti a noi stanno due possibili soluzioni capitaliste alla crisi che scuote l’Unione Europea.

Quella che si potrebbe definire l’uscita del basso, ossia la frammentazione dell’Unione e quindi dell’Euro, la formazione di un’Europa a diverse velocità, con un blocco centrale intorno alla Germania, con ripiegamenti nazionalisti diversi e un aggravamento della concorrenza e quindi di svalutazioni competitive.

La seconda possibilità teorica sarebbe quella di una uscita dall’alto con “più Europa” che presupporrebbe, pur restando nel quadro capitalistico, una mutualizzazione del debito pubblico una reale finanza europea e un nuovo piano Marshall.

Sappiamo come le politiche dell’austerità impediscano questa seconda scelta, anche se le classi dominanti europee non vogliono ed anzi temono la prima uscita, quella della frammentazione. Per cui Draghi e soci rimangono a mezza strada con il Meccanismo europeo di stabilità, con cui cercano di mutualizzare in parte il debito pubblico, ma senza interventi complessivi, perché l’obiettivo fondamentale resta quello di schiacciare il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per questo la soluzione alla crisi europea non può che essere al di fuori di queste due ipotesi; può essere ricercata solo in quel che succede in questi mesi nelle piazze della Francia, nelle mobilitazione, nell’affermazione delle forze di sinistra radicale, cioè nella costruzione di un progetto alternativo che si poggi sulla forza delle mobilitazioni delle classi lavoratrici, contro le politiche liberiste e contro ogni opzione sciovinista nazionalista, xenofoba e reazionaria.

Fa impressione scriverlo, ma la bussola di coloro che vogliono un società democratica e di giustizia sociale, non può che essere la parola d’ordine proposta 160 anni fa da Marx “Proletari di tutti i paesi unitevi”, piazze di Europa unitevi.