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Stato spagnolo, quale scenario sociale e politico dopo il 26 giugno?

Anche lo Stato Spagnolo è alla vigilia di un voto politico di grande rilevanza non solo per quel paese, ma per le ripercussioni che potrà avere sulle dinamiche dell’Unione Europea. Jaime Pastor descrive gli assi portanti della crisi dello Stato spagnolo, che torna al voto dopo pochi mesi dalla precedente consultazione politica generale, ed individua i possibili scenari politici e sociali che si potranno aprire nella prossima fase, quello caratterizzato da un blocco che difenda il regime, oppure dall’apertura e di un nuovo cammino.

di Jaime Pastor, da Viento Sur, traduzione di Giovanna Russo

Mentre entriamo nell’ultima settimana di campagna elettorale (26 giugno) è impossibile negare che, malgrado gli sforzi della maggior parte dei candidati alle elezioni di parlare il meno possibile delle “linee rosse” che la Troika intende imporre alla Spagna (tagli di bilancio di più di 8 miliardi di euro e una multa per non avere rispettato gli obiettivi in materia di deficit di bilancio), il referendum del 23 giugno in Gran Bretagna mette il futuro dell’Unione europea al centro dell’agenda politica.

Infatti, quale che sia il suo risultato e al di là delle conseguenze economiche che avrà, non è difficile prevedere che il progetto “più Europa” è in via di esaurimento, confermando definitivamente la sua battuta d’arresto. Manifesta, inoltre, tendenze ad una geometria sempre più variabile all’interno dell’UE, mentre contemporaneamente cerca la preservazione dell’unità della zona euro. La prima tendenza si esplicita nella costituzione di un blocco commerciale (in particolare con i negoziati TTIP con gli Stati Uniti). La seconda mira ad assicurare una più grande coesione interna, muovendo nuovi passi in direzione di un federalismo autoritario (nel mezzo di tensioni crescenti tra i paesi del nord e del sud, tra Bruxelles, Francoforte e Berlino).

A questo bisogna aggiungere i movimenti che si oppongono alla controriforma della legislazione del lavoro in Francia, vale a dire un paese chiave dell’Unione e della zona euro; proprio mentre le critiche alle politiche di austerità, ritenute inefficaci, si fanno sentire oramai anche in seno all’OCSE. E’ certo che non sarà facile fare arretrare coloro che hanno dettato queste politiche e questa legge, al servizio della quale François Hollande si è messo, come indicava un articolo recente [in francese]. Ma è già evidente che il rifiuto di queste politiche ormai si estende oltre i paesi del Sud.

Al tempo stesso, la tragedia della “crisi” dei diritti dei rifugiati/e e dei richiedenti asilo prosegue, accompagnata dalla vergogna di un’Europa impegnata esclusivamente a ricattare i governi dei paesi vicini del Sud, obbligandoli a costruire un maggior numero di campi di concentramento in cambio di un “aiuto allo sviluppo”. Si continua così a fare orecchio da mercante di fronte alle parole che la poetessa somala Warsan Shire ci ricorda: “Nessuno lascia la sua casa finché la tua casa sia questa piccola voce nel tuo orecchio/Che ti dice/Parti/Parti di qui subito/Non so che cosa sono divenuto/Ma so che non importa dove/sarà più sicuro di qui [Qui l’intera poesia] ” .

Nel cuore di questo clima di incertezza sul futuro dell’Unione Europea, ci troviamo di fronte anche ad un’altra incognita, quella dei risultati delle elezioni del 26 giugno. Tuttavia, la maggioranza dei sondaggi concorda sulla possibilità di una relativa ripetizione dello scenario prodotto dalle elezioni precedenti del 20 dicembre. Con la differenza di un’astensione maggiore, a beneficio del PP e a scapito del PSOE, ma anche la possibilità reale che Unidos Podemos [coalizione elettorale di Podemos, di Izquierda Unida e delle diverse “liste di convergenza” in numerose comunità autonome] divenga la seconda forza politica, sebbene col sistema elettorale in vigore rimanga il dubbio sul rapporto tra voti ottenuti e numero di seggi per il PSOE e UP (Unidos Podemos). Non disponiamo, d’altronde, di dati sui risultati possibili al Senato, di modo che bisogna temere, tenendo conto del sistema praticamente maggioritario di questa elezione, di non riuscire ad impedire la presenza in seno a questa istituzione screditata di una maggioranza che disponga della capacità di bloccare ogni “cambiamento” democratico della Costituzione, una funzione per la quale è stata verosimilmente creata.

A dispetto del fatto che una frangia significativa dell’elettorato non ha ancora deciso per chi votare, sembra altamente probabile che alla fine le opzioni di governo si collochino nell’alternativa rappresentata dal PP, da un lato, e da UP dell’altro. Ne consegue la previsione di quale sarà la correlazione delle forze nel nuovo parlamento, le alleanze e gli accordi che ancora saranno indispensabili per formare un nuovo governo e, in questo modo, evitare nuove elezioni, senza che ciò costituisca tuttavia una legislatura di quattro anni.

Nel contesto dello scenario possibile, la chiave dell’investitura di un nuovo governo risiede in ciò che potrà fare il PSOE, votando a favore oppure astenendosi sia nei confronti del PP che di UP. I dirigenti del PSOE, tuttavia, continuano ad essere restii a riconoscere la bipolarizzazione dell’elettorato. Ora, essa è stata dimostrata sufficientemente durante questa campagna: quella che esiste tra le forze disposte a permettere la continuità di élite corrotte e delle politiche di austerità della zona euro (che il PSOE ha condiviso finora) da un lato; dall’altro, le forze che aspirano ad avanzare verso una rottura con esse. Questa bipolarizzazione finisce con il restringere lo spazio ideale del “centro”, dentro il quale il PSOE in queste elezioni ancora si augura di muoversi. Ciò a differenza di Ciudadanos, il cui dirigente Alberto Rivera ha optato per svelare il vero volto di una destra ultraliberale e centralista, sempre più bellicosa contro Podemos per timore di perdere voti a profitto del PP.

Un articolo recente di Susana Díaz [presidentessa della Giunta dell’Andalusia, dirigente del PSOE] sul quotidiano El País di fronte a questa evidenza conferma la sua ostinazione, reiterando il rifiuto di ogni avvicinamento a UP, nel momento in cui questo si dovesse verificare, “la socialdemocrazia corre il rischio di abbandonare i suoi quartieri e suoi fondamentali per fare riferimento al discorso degli alternativi, lasciando a questi ultimi campo libero” [3]. Una posizione che, sicuramente, contrasta con le timide aperture che certi dirigenti socialisti della Catalogna manifestano verso En Comù Podem e che sembrano espressione di una parte significativa del proprio elettorato. Converrà interrogarsi su ciò che intende dire questa dirigente andalusa con le parole “quartieri” (non si tratterebbe piuttosto dei privilegi accumulati da una élite che raggiunge, con le Era [1] dell’Andalusia, il suo più alto grado di infamia e che, inoltre, si oppone alla rinuncia del meccanismo delle cosiddette “porte girevoli” cioè i frequenti passaggi da un incarico politico a posti all’interno di imprese. Tutto ciò non ha niente a che vedere, beninteso, con il linguaggio dell’ideologia socialista alla quale il partito – al cui interno pesano sempre più gli “arrivisti” e sempre meno i “credenti” – ha rinunciato da parecchi decenni, malgrado il rispettabile sforzo fatto dal settore critico di José Antonio Pérez Tapias (universitario di Granada, membro del PSOE).

Susana Díaz dimostra così il suo fermo allineamento alla campagna della paura condotta dalla maggioranza dell’establishment rispetto all’ipotesi di un governo diretto da UP e dalle “liste di convergenza”. Una campagna che mette in luce i peggiori rigurgiti demagogici della vecchia e della nuova destra, come della vecchia e della nuova guardia del PSOE, che si fanno concorrenza sul miglior modo di seminare il panico in seno all’elettorato davanti alla vittoria possibile di queste forze, malgrado le numerose garanzie espresse da alcuni dei principali dirigenti sul loro rispetto della “responsabilità di Stato”. Va in questo senso l’ammirazione espressa da Pablo Iglesias nei confronti di José Rodríguez Zapatero (ex-presidente del governo del PSOE dal 2004 al 2011], lo stesso che ha iniziato la svolta dell’austerità nel maggio 2010, che ha poi concluso un patto col PP per fare nell’agosto 2011 la controriforma dell’articolo 135 della Costituzione, che rende prioritario il rimborso del debito .

Abbiamo beninteso già rilevato che il presidente di Bankia, José Ignacio Goirigolzarri, richiede un prolungamento del termine per la ri-privatizzazione di questa banca, la quale vive un processo di risanamento grazie al denaro pubblico, e si schiera contro la proposta di UP di trasformare questa banca, insieme al Banco Mare Nostrum, in punto di partenza per la creazione di una nuova banca pubblica. Questo non è che un esempio simbolico della nuova serie di “linee rosse” che saranno tracciate da chi sta in alto nel corso dei prossimi giorni e settimane, senza dimenticare il significato politico della visita di Obama, presidente di quella che resta una grande potenza imperiale, tra il 9 e l’ 11 luglio, dopo il summit della NATO a Varsavia e nel mezzo dei negoziati per la formazione di un nuovo governo. In politica, avvenimenti casuali di questo tipo non esistono.

Alla diffidenza nei confronti di un programma che può, infatti, essere qualificato socialdemocratico, si aggiunge il timore che, se UP arriva al governo, questa formazione possa svelare nuovi scandali di corruzione sistematica che dalla “Transizione” (1978) è cresciuta fino a raggiungere l’apogeo con la bolla immobiliare e speculativa dell’ultimo decennio. Non c’è alcun dubbio che molti aspetti devono ancora emergere, stando a quanto abbiamo visto di recente in numerose comunità autonome e municipi, tra l’altro nella capitale del regno. Per questa ragione, non sorprende il timore di Rajoy e compagnia che gli aforamientos, cioè i privilegi giurisdizionali fissati nella Costituzione del 1978, di cui beneficia un gran numero di eletti, di magistrati, il presidente, i ministri, certi giudici, e che offrono loro un alto grado di immunità, diventino cosa del passato.

La prima battaglia dopo il 26 giugno sarà, dunque, quella dell’interpretazione dei risultati: saranno esaminati allo stesso modo, a seconda che si formi una nuova maggioranza anti-PP, anti-austerità ed anticentralista [cioè in favore di un Stato spagnolo plurinazionale, fino ad un referendum sull’indipendenza in Catalogna]; o, al contrario, che si sommino voti e seggi permettendo la creazione di un blocco che difenda il regime? Un blocco che si definisca come blocco “delle forze costituzionaliste”, disposte ad impedire l’accesso al governo di quelle forze alternative che tanto inquietano Susana Díaz? Al momento, i dirigenti del PSOE sembrano essere inclini al secondo asse di lettura, fissando come sola condizione la rinuncia di Rajoy o la ricerca di pretesi “indipendenti” che otterrebbe il favore della nuova triade PP-PSOE e Ciudadanos.

Se dovesse realizzarsi questa ipotesi, per nulla agevole ma sulla quale sicuramente puntano i grandi poteri economici, potremmo trovarci di fronte ad uno scontro aperto su cui, tranne che per quelli che non vogliono vederlo, si saranno espresse molto probabilmente le urne. Da un lato, la volontà di una maggioranza chiara dell’elettorato di far andare via il PP dal governo, dall’altro la ferma decisione di intraprendere un nuovo cammino, quello della conquista della democrazia – economica, sociale, politica, ambientale, cittadina e internazionale – come dichiarato nei “50 assi per un governo insieme” enunciati da UP. Un programma comune, di cui numerosi passi devono essere concretizzati, come quello che riguarda la lotta contro la “debitocrazia” ed altre questioni appena abbozzate, ma che devono costituire, nel caso in cui UP arrivi al governo, un punto di partenza per camminare, insieme a milioni di persone che gli avranno dato il voto il 26 giugno, verso una convergenza ancora più ampia, quella dei differenti popoli dello Stato in direzione di un progetto comune (che sia federale e/o confederale), sulla base del rispetto del diritto a decidere del loro avvenire, per quelli che, come in Catalogna, lo reclamano.

Non dovremmo risparmiare i nostri sforzi, mediante l’auto-organizzazione e l’empowerment crescente dei nostri popoli, quelli di qui e d’altrove, per essere all’altezza di questa opportunità storica eccezionale e fare fronte con successo all’enorme resistenza dei rappresentanti del dispotismo oligarchico che oggi domina su queste terre e in Europa. Articolo pubblicato sul sito Viento Sul 18 giugno; traduzione A l’Encontre)
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[1] «Comment l’Europe a pesé sur la loi El Khomri», Mediapart, Martine Orange, 12 giugno 2016
[2] Traduzione in francese di Paul Tanguy. Si può leggere questa poesia in:  (Réd. A l’Encontre)
[3] «Orgullo y reformas», El País, 18 juin 2016
[4] L’Era, Expediente de regulación de empleo, designa, secondo la legislazione spagnola, una procedura che può essere utilizzata dalle imprese in caso di difficoltà economiche per chiedere l’autorizzazione di sospendere o di licenziare dei lavoratori. Nel caso andaluso, il governo del PSOE di questa comunità autonoma, diretto da Manuel Chaves, aveva costituito nel 2001 un fondo speciale per l’Era di più di 700 milioni di euro. Un’inchiesta giudiziaria in corso rivela che una parte di questi fondi, tra 130 e 150 milioni, è stata utilizzata, tra l’altro, per assicurare pensioni anticipate e sovvenzioni ad imprese fraudolente così come per finanziare una vasta rete di studi di avvocati, di sindacalisti, di consulenti della rete clientelare del PSOE andaluso. (Redazione A l’encontre)