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Carrara, i lavoratori muoiono in cava

Comunicato di Sinistra Anticapitalista Massa-Carrara

Abbiamo rinunciato a commentare “a caldo” la tragedia avvenuta in una cava del bacino di Gioia; ci sono i giorni del lutto durante i quali il rispettoso silenzio e la sobrietà dei più costituiscono, secondo noi, il miglior sostegno per i famigliari, gli amici e i compagni di lavoro delle vittime, cui vanno le più sentite condoglianze di Sinistra Anticapitalista.

C’è poi il tempo per la riflessione cui devono seguire i giorni dell’impegno, della denuncia e della lotta perché la tragedia non si ripeta. Le liturgie e le litanie consuete le lasciamo agli altri.

Nella nostra provincia si sono registrate in dieci anni otto vittime, con una media di una “morte bianca” ogni 15 mesi; nella sola Carrara, negli ultimi sette mesi, gli infortuni mortali sono stati 5.

Queste morti e le loro dinamiche stanno ad indicare due cose ben precise:

  1. il rispetto dei protocolli di sicurezza è ridotto ai minimi termini;
  2. la capacità della montagna di sostenere l’impatto violento dell’escavazione è ormai arrivata oltre i limiti di guardia.

Sul primo punto che dire, se non l’ovvio: la frenetica corsa al profitto e il mantenimento della rendita impongono organizzazione, tecnologie, modalità e ritmi di lavoro che fanno a pugni con le regole minime di sicurezza, mentre l’attività degli organi di controllo e dei responsabili della sicurezza si rivela perlomeno inadeguata; che dire poi dell’attività dei sindacati ridotta a rito e rappresentazione di sé.

Sul secondo punto si continua ad ignorare il fatto che in larga parte dei bacini marmiferi carraresi le cavità sotterranee create dalle escavazioni “in galleria” e i dislivelli ( tecchie o gradonamenti) tra la base delle lavorazioni e la sommità hanno ormai raggiunto dimensioni e determinato interferenze tali che è la stabilità di parti intere delle montagne ad essere messa in gioco.

Le forze che tengono in equilibrio, tra loro, i versanti e la geomeccanica della montagna sono ormai troppo spesso compromessi.

I nostri monti che, per gli antichi, costituivano lo scheletro della terra, sono oggi malati come lo scheletro di un vecchio segnato da malattie ossee e gravi infortuni.

Questa è la situazione oggettiva; basta passare, con occhi disincantati, per i nostri principali bacini marmiferi per rendersene conto.

Servono quindi misure radicali per disinnescare la bomba idraulica che che sta sopra la testa della città e salvare vite, lavoro e anche il marmo.

E’ necessaria una ciclopica opera di riconversione:

  1. Analisi di tutte le attività a rischio (contiguità delle escavazioni), con contestuale sospensione delle stesse, attraverso studi congiunti su ogni versante e su tutte le interferenze, sia per le attività a cielo aperto che in sotterraneo.
  2. Contingentamento e progressiva riduzione della produzione.
  3. Conduzione diretta da parte del settore pubblico di alcuni tra i migliori giacimenti per ottenere risorse sufficienti al sostegno del risanamento dei cantieri di cava e dell’ambiente e al rilancio della lavorazione del marmo a livello locale.
  4. Approvazione di una legge regionale per le cave e per le miniere che classifichi il marmo tra le lavorazioni di miniera, togliendo così ogni alibi al vergognoso balletto in corso tra il PD Toscano, il PD nazionale e gli industriali del marmo.

Questa è utopia? Pensiamo di no. Anche perché sappiamo che la realtà è fatta, sempre di più, di morti sul lavoro, di frane, di alluvioni e di vittime innocenti, di evasione fiscale, di truffa legalizzata verso una città che sta morendo e di tanto opportunismo e tanta ipocrisia.

I lavoratori muoiono in cava. La città, le montagne ed il marmo stanno agonizzando. Siamo realisti: per salvarli occorre immaginare e osare ciò che può sembrare impossibile. Siamo realisti! Organizziamoci per dare un calcio a questo sistema.