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Comunali 2016, un appuntamento politico affrontato in ordine sparso

di Franco Turigliatto

Tra pochi mesi alcuni milioni di italiane/i andranno al voto per il rinnovo dei consigli comunali e dei sindaci in una tornata elettorale che coinvolge 1.351 comuni, (il 16,9% degli ottomila comuni italiani) e che interessa tutte le regioni del paese con la sola eccezione della Liguria.

Ma il dato più significativo è che sono chiamate alle urne le 4 principali città italiane (Roma, Milano, Napoli e Torino) e 25 comuni capoluoghi di provincia, molti dei quali sono anche capoluoghi di regione.

Difficile non pensare che il voto di primavera non abbia una valenza politica generale e che i risultati non incideranno sugli equilibri politici e di governo. In genere nel nostro paese è sempre stato così e lo sarà ancor più questa volta, date la valenza del voto delle grandi città coinvolte e la verifica del giudizio delle elettrici e degli elettori non solo sul bilancio delle giunte uscenti, ma anche sull’operato del governo Renzi che ha superato proprio in questi giorni i due anni di vita.

Non è un caso che le mosse di Renzi nell’ultima fase, dalle polemiche con la UE, alle elemosine concesse qua e là, dalla legge sulle Unioni civili, alla retorica sulle riforme istituzionali, siano volte a difendere il consenso ottenuto nelle elezioni europee del 2014, quando la portata delle scelte liberiste e antipopolari del suo governo non erano ancora chiare alla maggior parte delle classi popolari.

Il giudizio sul governo Renzi e sulle giunte comunali

Si ricorderanno le/i cittadini l’opera indefessa di Renzi a vantaggio dei padroni? L’elenco dei misfatti è infatti lungo: il Jobs Act con la cancellazione dello statuto dei lavoratori e la libertà di licenziare data ai padroni, i 13 miliardi regalati alle imprese, i tagli alla spesa sociale, alla sanità e agli enti locali, l’ulteriore precarizzazione del lavoro con il decreto Poletti, la legge sulla cosiddetta “Buona Scuola”, contro cui la primavera scorsa si è sviluppato un imponente movimento di protesta nelle scuole, purtroppo sconfitto e lasciato senza prospettive dalle direzioni sindacali, il Sud abbandonato a se stesso, le imprese lasciate libere di chiudere i cancelli e di emigrare altrove, la portata distruttiva dello “Sbocca Italia”, la conferma della legge Fornero sulle pensioni coi suoi disastri umani e sociali, mentre altre infamie si stanno preparando contro le donne e le pensioni di reversibilità.

Sacrifici senza fine per le classi popolari, regalie di ogni genere ai capitalisti senza dimenticarsi che, per le spese e gli interventi militari nel mondo, tra cui una nuova avventura neocoloniale in Libia, i soldi sono stati trovati.

Lavoriamo perché il giudizio popolare sia il più severo possibile nel voto e soprattutto nelle lotte da costruire.

Ma si tratta anche di verificare come reagiranno i cittadini alla gestione delle città e dei comuni da parte delle amministrazioni del centro destra e del PD, tutte allineate sulle le politiche dell’austerità come l’Unione Europea e governo comandano, cioè tutte impegnate a privatizzare le aziende pubbliche, a ridurre ed esternalizzare i servizi sociali, a cancellare il salario accessorio dei lavoratori pubblici e a far ricadere sulle loro spalle i disagi prodotti dalla penuria di organico e di risorse disponibili. Per quanto riguarda le tanto vantate giunte di centro sinistra eterogenee rispetto alla vulgata renziana, nel migliore dei casi, hanno solo cercato i limitare i danni sociali dell’austerità con qualche pannicello caldo.

Che fine ha fatto il federalismo fiscale?

Qualcuno si ricorderà che per un decennio il mantra politico quotidiano dei media sia stato il tema del federalismo fiscale, sponsorizzato dalla Lega, ma ripreso da tutto il centro destra e dal PDS/PD come strumento fondamentale per risolvere i problemi del paese. Su questa materia, che ha prodotto una serie abnorme e stravagante di provvedimenti (compresa la possibilità di vendere le Dolomiti) è sceso il silenzio più assoluto.

La realtà è che esisteva molta più autonomia di scelte politiche ed economiche 40 anni fa da parte delle regioni e dei comuni che non oggi. Negli anni settanta una giunta di sinistra come quella di Novelli a Torino o le giunte regionali del PCI in Toscana o Emilia Romagna avevano risorse disponibili e possibilità normative per condurre una politica di reale progresso sociale e riforme, attraverso scelte politiche e amministrative diverse da quelle di altri comuni o regioni a direzione democristiana, pur rimanendo all’interno del quadro economico capitalista.

Poi sono arrivati il trattato di Maastrich, il fiscal compact e il patto di stabilità interno; le scelte liberiste dell’Unione Europea sono diventate la norma per la politica di ogni stato o governo e, a cascata, per ogni comune e ente locale. L’autonomia di queste strutture democratiche si è ridotta a zero: i trasferimenti dello stato agli enti locali sono infatti stati tagliati drasticamente (20 miliardi o più) e le risorse finanziarie disponibili sono state vincolate a scelte coerenti col dogma liberista. E, quando si lascia qualche maggiore flessibilità nella gestione dei bilanci,alleggerendo il patto di stabilità, essa deve servire a realizzare progetti funzionali alle imprese o al finanziamento di infrastrutture o eventi (come nel recente caso dell’Expo 2015, o in quello tanto desiderato da lor signori delle Olimpiadi 2024).

I rigidi vincoli di bilancio si combinano con lo strapotere dei sindaci, con la funzione residuale cui è ridotta la giunta comunale e con l’esclusione del consiglio comunale dall’esercizio di un effettivo potere, che non sia quello (nei fatti solo teorico) di cacciare il sindaco pronunciando la propria decadenza, hanno connotato, ormai da più di vent’anni, il potere locale in modo verticistico ed autoritario. Un verticismo incentrato sulla figura del sindaco che ha carta bianca anche sull’apparato burocratico comunale, ridotto quasi sempre alla impotenza nell’esercizio del controllo di legittimità e di economicità di gestione; infatti il sindaco, oltre a nominare gli assessori (che può facilmente revocare), sceglie il segretario generale, nomina i direttori generali e i dirigenti e l’organo che li deve valutare. Una concentrazione di potere con pochi paragoni.

Ma il carattere democratico (anche se pur sempre democratico borghese per usare la formula marxista) della istituzione Comune, l’ente pubblico più diretto e sentito come proprio da parte dei cittadini è stato profondamento colpito anche attraverso alcune modifiche apparentemente quantitative, ma in realtà strutturali. Con il pretesto di ridurre i costi della politica sono stati ridotti drasticamente sia il numero dei consiglieri comunali che quello degli assessori; nel combinato disposto con il premio di maggioranza si è così contratta fortemente la possibilità di una reale rappresentanza politica del voto delle elettrici e degli elettori, a partire dalle minoranze, predisponendo un organismo consigliare assai poco politico e sempre più di governance, gestionale delle politiche liberiste e istituendo assessori manager,  in stretto collegamento con i poteri economici e finanziari.

Sempre più il sistema delle autonomie locali che aveva caratterizzato la Repubblica Italiana si è trasformato in un sistema di piccoli governatorati, di quasi prefetti, pur se eletti, e, peraltro, eletti da una base elettorale sempre più ristretta a causa dell’astensione.

Molta confusione nelle sinistre

Anche solo per questi fatti obiettivi il giudizio positivo che settori della sinistra hanno dato e danno sulle giunte di centro sinistra cosiddette anomale non corrisponde alla realtà, ma solo al desiderio di autogiustificarsi dei gruppi dirigenti che hanno perseguito l’alleanza col PD, diffondendo l’illusione sulla possibilità di contenere le politiche di austerità nelle amministrazioni locali, della quale, al contrario diventavano corresponsabili.

Non è un caso che anche oggi, quando di fronte ai fatti hanno dovuto smarcarsi e/o rompere con il PD, lo scontro avviene col “partito di Renzi” e non col PD e il centro sinistra in quanto tali; permane ancora una lettura assurdamente nostalgica e mitica del vecchio centro sinistra, quello di Bersani. Alcuni sindaci, Pisapia di Milano, Zedda di Cagliari, e altri esponenti di Sel con importanti ruoli regionali non vogliono nemmeno ora il distacco dal PD; per tutti gli altri le rotture odierne non hanno un valore strategico, ma solo tattico finalizzato a riconquistare un rapporto di forza e una capacità negoziale col PD, possibilmente liberato da Renzi.

Le discussioni presenti in Sel e in Sinistra italiana, ben evidenziate nella recente assemblea di “Cosmopolitica” di lancio del futuro partito, ma anche in Rifondazione, molto stretta dalla iniziativa degli altri soggetti, risentono di questa confusione ed incertezza politica, nonché dei rapporti materiali istituzionali di potere e a volte perfino clientelari ereditati dalla partecipazione alle giunte locali.

Queste forze della sinistra, più o meno in via di riorganizzazione, affronteranno quindi le prossime elezioni amministrative (come è già stato l’anno scorso per le elezioni regionali parziali) con scelte politiche non omogenee su scala nazionale e con molti errori ed incertezze strategiche.

E’ una situazione per certi aspetti paradossale visto l’accumularsi delle difficoltà e dei disastri prodotti dalle amministrazioni liberiste del PD, che dovrebbero invece spingere a una rottura, non tattica, ma netta e definita nei confronti di questo partito, presupposto per costruire un qualsiasi progetto alternativo. Ma così non è.

Per noi quello che serve o servirebbe (ma ne siano ben lontani) per cercare di essere credibile a settori più ampi di lavoratrici/tori, di cittadine/i sarebbe un’opzione precisa nazionale di costruzione di uno schieramento unitario di sinistra radicale, fortemente alternativo alle scelte della classe dominante e del PD, che avesse la sua ragion d’essere e la sua forza nei movimenti sociali di lotta che pure con grandi difficoltà esistono .

Ad oggi nelle grandi città, solo a Torino e Napoli ci sono delle scelte già definite. A Torino si è formata una alleanza che riunisce la maggior parte delle forze di Sinistra intorno ad Airaudo, figura di certo significativa anche simbolicamente essendo stato il segretario dei metalmeccanici della Fiom, e che oggi si presenta in alternativa a Fassino. Airaudo ha come handicap politico non solo e non tanto di essere stato 5 anni fa un elettore dell’attuale sindaco, ma il fatto che Sel, nelle sue articolazioni e divisioni, continua a restare al governo della regione con Chiamparino e sta gestendo con il PD l’amministrazione comunale fino al suo termine naturale.

A Napoli dove De Magistris ha retto una giunta difficile e ha resistito a numerosi attacchi, a sostegno della sua candidatura c’è un vasto schieramento di liste, impegnate in una battaglia non certo facile per conquistare il ballottaggio di fronte al PD, a un centro destra forte e al Movimento 5 stelle, nella speranza di poter rivincere le elezioni al secondo turno.

A Milano la vittoria nelle primarie del centro sinistra del manager dell’Expo, Sala (stretto referente di Renzi), ha obbligato molti a sinistra, ma non tutti, a cercare la via di un’altra candidatura, ma dentro una lettura politicamente assai moderata, con un percorso ancora assai confuso e con un’ipotesi di pallida candidatura alternativa, di cui abbiamo già parlato.

A Roma regna poi la confusione più totale, dove la stessa candidatura di Fassina è in discussione perché Marino è ancora considerato da molti un candidato possibile nel gioco della sinistra. Da non credere.

E’ chiaro che qualsiasi soluzione possa uscire a Roma e Milano, anche se formalmente di alternativa, essa resterà debole politicamente per queste intrinseche incertezze delle forze che la produrranno.

Naturalmente siamo consapevoli delle difficoltà a costruire uno schieramento e un percorso radicalmente alternativo, non solo per la divisione delle forze politiche, ma anche per elementi oggettivi determinati dalle sconfitte, dalla dispersione sociale e dagli stessi limiti dei movimenti che si producono. Ma queste difficoltà fattuali andrebbero affrontate con una diversa chiarezza progettuale, liberandosi da ogni visione istituzionalista e opportunistica.

Tanto meno appaiono credibili come alternativa le scelte di altre forze della sinistra di correre con propria lista: non lo è di certo il partito stalino/inguardabile di Rizzo. Ben diversi i tratti politici del PCL, ma la scelta di continuare in solitaria, a prescindere da un necessario bilancio delle esperienze realizzate, ci pare dettata più da una coazione a ripetere, che non da un reale progetto politico.

Il movimento 5 stelle

La mancanza di scelte politiche chiare ed omogenee su scala nazionale delle maggiori forze della sinistra va naturalmente a tutto vantaggio non solo del PD, ma soprattutto di quella formazione politica, il movimento 5 stelle che, in questi anni, si è guadagnata la fama di essere l’unica vera alternativa al partito di Renzi.

Il movimento di Grillo ha certo qualche difficoltà a trasferire su scala locale la sua forza nazionale, anche per le esperienze di amministrazione locale che già ha maturato, ma resta un punto di riferimento credibile ed appare il partito che dispone dei voti e della possibilità materiale di scalzare il centro sinistra e il centro destra dal governo delle città.

Sui limiti degli orientamenti di questa formazione non ci dilunghiamo in questa sede, se non per sottolineare che si tratta una visione limitata, più o meno puntuale su alcune questioni, ma impossibilitata, per sua stessa natura e composizione, a definire un progetto realmente alternativo alle politiche liberiste. Un tempo si sarebbe detto che esso rappresenta una visione piccolo borghese democratica, del tutto incapace di farsi carico della difesa degli interessi delle classi lavoratrici, anche perché il suo punto di riferimento dichiarato sono la piccola e media imprenditoria e l’astratto cittadino; per di più il movimento 5 stelle non è esente da qualche ripetuto e grave scivolamento politico sui migranti, sui lavoratori pubblici e sul loro licenziamento, sul giustizialismo, ecc.

Se riuscirà a conquistare l’amministrazione in città importanti queste contraddizioni e limiti non potranno che esprimersi con maggiore forza ed evidenza.

Il nodo di fondo

C’è infatti una questione di fondo che dovrebbe essere ben presente in tutti coloro che nella sinistra vogliano cimentarsi con la costruzione di una vera alternativa alle scelte neoliberiste del capitalismo.

Qualsiasi vittoria elettorale delle sinistre e qualsiasi progetto di governo locale alternativo che si proponga di rappresentare gli interessi delle classi lavoratrici e della stragrande maggioranza dei cittadini, per portare avanti i suoi obiettivi economici e sociali deve da subito infrangere le norme inaccettabili e costringenti del patto di stabilità interno. Deve proclamare nel suo programma che non rispetterà questi vincoli che impediscono e frantumano qualsiasi progetto sociale e democratico. Se non lo facesse questi lacci finanziari farebbero avvizzire e perire rapidamente l’esperienza.

Non si può affermare di essere contro l’austerità e nello stesso tempo piegarsi alle norme antisociali e antidemocratiche del patto di stabilità.

Governi e giunte locali democratiche e di sinistra, come già si sta parzialmente manifestando in qualche paese, dovrebbero attivare una loro azione comune per rigettare debiti illegittimi e i vincoli capestro del patto di stabilità, promuovendo una mobilitazione e una rivolta sociale di massa contro di essi. Solo così potrebbero essere governi locali di alternativa sociale e non di gestione della realtà esistente. Solo così potrebbero diventare parte di un movimento ampio ed unitario nazionale (ma anche in una visione e dimensione internazionale) che punti a rigettare le politiche dell’austerità, per costruire un indispensabile progetto anticapitalista.