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Regeni, raccontare il mondo che cambia

di Cinzia Nachira, da rproject.it

Raccontare il mondo che cambia per capire in quale direzione si incammina oggi è forse l’impresa più ardua e pericolosa. La difficoltà del raccontare non riguarda solo la complessità del momento storico in cui viviamo, lo stravolgimento di assetti geografici e politici che credevamo incrollabili. L’ostacolo più grande è rappresentato dalla necessità che è stata imposta di pensare al mondo come un enorme campo di calcio, una partita infinita di cui non conosciamo bene le regole e neanche le squadre in campo. Tuttavia ci viene chiesto di tifare per questo o quello. Mai come ai nostri tempi è arte difficile rifiutare gli schemi imposti. Coloro che tentano di farlo spesso sono emarginati, quando non derisi, perché, notoriamente, capire è più scomodo.

Un elemento sovente sottovalutato è che moltissime parti del nostro mondo ci sono precluse, restando a noi ignote, anche se poi le prime pagine dei giornali, i talk-show, i libri, gli articoli e i “nuovi mass media” (la rete Internet) ogni giorno ci riempiono di notizie di cose e persone che in buona sostanza non conosciamo. È chiaro che a seconda della prospettiva da cui si racconta una vicenda umana, si sceglie anche da quale parte stare. Ma questa scelta non per forza deve significare, o meglio non significava fino a qualche tempo fa, diventare semplicemente la cassa di risonanza acritica di quella parte. Erroneamente si pensa che questo sia un problema esclusivamente dei cosiddetti addetti all’informazione, i giornalisti. È vero, invece, che questo riguarda moltissimi altri ambiti.

Questo è non altro dimostra la tremenda vicenda umana di Giulio Regeni, il giovane ricercatore di Cambridge, assassinato al Cairo e i tanti aspetti di “uso politico” che in Italia sono emersi in questa storia. Tragicamente, Giulio Regeni ed il suo modo di fare ricerca ci offrono l’opportunità (che mai avremmo voluto avere) di concretizzare quanto fin qui detto. Non entreremo nei dettagli dello squallore che ha accompagnato le ore successive il ritrovamento del corpo martoriato di Giulio Regeni da parte di quelli che forse lui riteneva dei suoi amici e che forse ammirava, ritenendoli, nei suoi ventotto anni – una troppo breve esistenza – , un punto di riferimento, perché purtroppo il panorama giornalistico ed editoriale italiano è tra i più poveri.

Giulio Regeni voleva diventare un economista, ma per occuparsi delle cose delle persone, occorre incontrarle, per capire ed avere elementi che amplino e concretizzino le ricerche e gli studi. Per studiare l’evoluzione di una società sarebbe buona abitudine vederla da vicino per confrontare le proprie tesi con la realtà. Certo, alcuni hanno osservato, anche giustamente per alcuni versi, che le ricerche di Giulio Regeni si concentravano su quei sindacati indipendenti (nati nel 2009) che non hanno un gran peso in Egitto. Ma ciò non diminuisce il valore del metodo, che in pochi seguono al contrario dei molti rinchiusi nelle torri d’avorio dei centri di ricerca; non poche volte condizionati dalle fonti di finanziamenti (governi, istituzioni pubbliche o private).

La ricerca scientifica ormai da molto tempo è condizionata e succube dei meccanismi infernali introdotti all’interno delle Università o nei centri di ricerca che subordinano la quantità alla qualità. Per questo motivo chi come Giulio Regeni voleva verificare le proprie tesi era esposto ai pericoli insiti nel vivere e lavorare in un Paese, l’Egitto, dove regna una dittatura come quella del generale Abdelfattah Al Sissi, per molti aspetti peggiore di quella di Hosni Mubarak. E diversamente non poteva essere perché i problemi economici, politici e sociali che hanno portato alla “rivoluzione del 25 gennaio” 2011 (come la chiamano gli egiziani) sono ancora tutti irrisolti, mentre la società egiziana, nel suo insieme, rimane inquieta, malgrado gli errori commessi dai gruppi dirigenti delle opposizioni laiche a partire soprattutto dal momento in cui nel 2013 il governo diretto dai Fratelli Musulmani è stato contestato da un movimento di massa non inferiore a quello del gennaio 2011, poi sfociato nel golpe militare.

Purtroppo, però, è vero d’altro canto che la storia tristissima di Giulio Regeni, sempre che venga provata la tesi della responsabilità del suo assassinio barbarico dell’apparato di sicurezza egiziano (polizia, servizi segreti, o altro), la conosciamo solo perché era italiano, mentre in Egitto, come in Turchia e in molti Paesi, rappresenta un “normale” episodio di ordinaria repressione. Per questo motivo è ancora più deprimente l’atteggiamento di chi, per qualunque motivo lo faccia, cerca di appropriarsi di una morte tanto atroce.

A questo proposito è esemplare, ma in senso negativo, un editoriale, pubblicato su Il Manifesto il 7 febbraio scorso, di Luciana Castellina (tra i fondatori di quel giornale) dal titolo I «nostri» inviati speciali nel mondo: una sorta di elogio della precarietà lavorativa che in definitiva cerca di emendare il giornale dalle accuse di aver sfruttato Giulio Regeni dopo la morte per vendere qualche copia in più, inventandosi un rapporto che non esisteva. Per fare questo Luciana Castellina sostiene:

Con tutto il rispetto per i miei colleghi iscritti all’Ordine, spesso bravissimi, debbo dire che il lavoro di questi nostri «inviati» diversi ha una qualità speciale: perché è frutto di una quotidiana immersione nelle società in cui vivono e che, proprio per via di questa immersione, riescono a dare, oltreché notizie, il senso profondo del vissuto che solo può venire dalla quotidianità di rapporti umani, di lavoro così come di amicizia, di ambienti lontani da quelli specificamente politico-istituzionali.

E più avanti:

Si potrebbe dire che la povertà (finanziaria) del nostro giornale, acuisce da sempre l’ingegno: l’impossibilità di avere veri inviati e corrispondenti professionisti ci ha offerto una risorsa che, senza vana gloria, oserei dire che fa del servizio esteri de il manifesto uno dei migliori esistenti.

In conclusione, secondo questa tesi, solo la povertà di mezzi economici sarebbe la garanzia di indipendenza dei giornali (o altro, evidentemente) e dei giornalisti, presunti tali o che aspirano a diventarlo. Sarebbe fin troppo facile, ma lungo, faticoso e noioso dimostrare quante volte anche i giornali “indipendenti” (compreso Il Manifesto), le riviste, le pubblicazioni monografiche che si definiscono “alternative” hanno, al contrario, obbedito alle logiche imperanti di superficialità a prescindere che abbiano o meno le casse piene. Non è possibile sostenere, in buona fede, che solo coloro che non hanno un contratto regolare si immergano nelle società in cui vivono, mentre tutti gli altri sono casse di risonanza del potere. Questo dipende dalla deontologia e dall’etica personale; per altro queste asserzioni sono palesemente false se si pensa a quanti giornalisti, a volte molto noti e firme prestigiose di giornali internazionali (ovviamente con contratti regolari), hanno pagato, spesso con la vita, il loro essere indipendenti.

Ovviamente, questa sorte è toccata spesso anche ad altre figure. Basti pensare ai centotrenta docenti universitari turchi arrestati per aver firmato un appello internazionale che chiedeva al Presidente Erdogan di avviare un dialogo con i curdi. Onestà vuole che si osservi come questo episodio in Occidente non abbia avuto granché rilevanza, anche se questo caso (almeno viste le numerose persone coinvolte) dovrebbe essere più eclatante come esempio di negazione di libertà di espressione e di pensiero.

Il problema di questi tempi sembra essere un grosso equivoco su un fatto di fondo: mettere a disposizione di una causa la propria attività, spesso la propria vita, non significa essere speculari a chi, invece, si nutre del blandire il potere. Nella storia si contano numerosi gli intellettuali che hanno combattuto per le cause in cui credevano, spesso armi alla mano. Ma questo non significava rinunciare alla serietà della propria preparazione e delle proprie elaborazioni. Per parafrasare e smentire ancora una volta Luciana Castellina, figure fondamentali come Hannah Arendt o Edward W. Said hanno iniziato a riflettere e a produrre opere fondamentali spesso partendo esattamente dalle loro condizioni individuali. Se queste due persone non avessero avuto le esperienze che hanno segnato la loro vita è assai probabile che opere come La banalità del male o Cultura e imperialismo non avrebbero visto la luce. Quindi non sarebbero nate molte discipline, che partendo da quelle riflessioni, oggi studiano l’evoluzione umana. Sapere che sia Edward W. Said e Hannah Arendt erano prestigiosi docenti universitari e firme ricercate dai più noti quotidiani e riviste scientifiche statunitensi e internazionali autorizza a dire che non si immergessero nelle società in cui vivevano? Ovviamente no.

La precarizzazione del lavoro, anche quello intellettuale, viene largamente sfruttata da tutte quelle istituzioni preposte o legate in qualche modo alla produzione dell’informazione e degli studi scientifici, che in questo modo si assicurano una lealtà di necessità. Le università, i grandi giornali e le reti televisive sfruttano giovani e meno giovani che cercano di vendere il proprio lavoro e le proprie prestazioni. Spessissimo vittime di una dinamica che ricorda un circo equestre in cui si richiede di aumentare sistematicamente la spericolatezza dei propri numeri per non essere cacciati. Nel mondo della “produzione intellettuale” e dell’informazione questa spericolatezza è ormai quasi sempre sinonimo di un uso spregiudicato delle nuove tecnologie che permettono di avere una mole immensa di informazioni, ma di cui è assai raro che si verifichi la veridicità e l’onestà. Quest’uso spropositato delle nuove tecnologie fa sì che le opere, gli articoli e i reportages che riescono a superare la prova del tempo siano ormai una rarità.

L’accanimento di molti nel voler etichettare in un modo o nell’altro la morte orribile del giovane ricercatore italiano al Cairo è tanto più osceno perché dimostra, ancora una volta, che anche quella stampa come Il Manifesto, che un tempo cercava di sottrarsi ai dettami del sensazionalismo e del complottismo più sfrenato, con questa vicenda, invece, di aver ben appreso la lezione data da quelli che abitualmente vengono definiti sbrigativamente definiti organi mainstream e chi vi lavora embedded, a prescindere da ciò che si scrive, ossia al soldo del potere. Anzi, in quanto ad assenza di prudenza hanno superato i maestri. Dire questo non significa assolvere la grande stampa, che ha un ruolo importante nella creazione del consenso.

Una lezione importante dovremmo tutti noi trarre da questa vicenda terribilmente triste: il senso di responsabilità. Il mondo sta diventando un posto sempre più pericoloso ed è molto probabile che questa tendenza sia destinata a crescere anziché il contrario. Se un contributo all’inversione di marcia è possibile ciò avverrà esclusivamente se smetteremo di rincorrere le dinamiche imposte non dalla necessità, ma dall’adeguamento ai peggiori metodi di produzione della conoscenza. Questo passaggio storico, più di altri nel passato, è talmente intricato che venire meno a questo diritto/dovere rischia di renderci tutti colpevoli e responsabili. La sostituzione del dibattito sui grandi temi di fondo con la sopravvivenza quotidiana in una gara continuamente al ribasso, a nostro avviso, è ciò che ha prodotto un cortocircuito che sta minando, speriamo non in modo irreparabile, la nostra capacità di orientarci e di orientare correttamente; sapendo che spesso gli schemi consolidati e ritenuti infallibili, al contrario, alla prova della realtà hanno dimostrato la loro fallacia o in molto casi l’imperizia di coloro che pretendono applicarli.

La mia impressione è che la natura fra politica e cultura stia cambiando perché sono in corso profonde mutazioni funzionali all’interno di entrambi i sottosistemi della cultura e della politica, e soprattutto entro il secondo. Nel giro di un decennio, o poco più, siamo passati in Occidente, per dirla con estrema concisione, dal dogmatismo manicheo dei fronti ideologici contrapposti alla scomparsa del conflitto ideologico e all’eclissi di qualsiasi dibattito intorno a grandi principi o a radicali alternative. 

Queste considerazioni fatte da Danilo Zolo nel 2008 indicano, per coloro che guardano con onestà alla realtà del nostro mondo, la via che occorre intraprendere non per tornare ad un passato cristallizzato come un’immagine salvifica, ma per contribuire a diradare le fitte nebbie in cui viviamo.