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Roma ai tempi del Memorandum

La cronaca quotidiana della città di Roma di questi ultimi giorni è stata infiammata dall’approvazione del Documento Unico di Programmazione dalla cui lettura emergono all’evidenza le prime drammatiche conseguenze ai cittadini, ai dipendenti pubblici e ai servizi.

Una lettura che evidenzia il costante e inarrestabile avanzamento del processo di privatizzazione dei servizi pubblici e l’attacco al mondo del lavoro dipendente del settore pubblico colpito da una pesante riduzione di una già magra busta paga, mentre al contempo si apre ancora una volta ai capitali privati, affamati di nuovi profitti, la proprietà e la gestione dei servizi pubblici.

Appare necessario inquadrare questo documento non tanto come un atto autoritario e isolato del Commissario Tronca quanto parte di una politica globale da leggere all’interno della logica del Memorandum e delle sue implicazioni su scala nazionale e romana.

Due gli atti fondamentali per meglio comprendere il processo in atto: il pareggio di bilancio in costituzione e il piano di rientro, figlio del decreto appellato in maniera tanto suggestiva quanto mistificatoria: “Salva Roma”.

Il primo atto è descritto dalla legge costituzionale n.1 del 2012 che prevede l’estensione del pareggio di bilancio agli enti locali dopo anni di applicazione del patto di stabilità interno, votato dal governo Monti con il sostegno bipartisan sia del centro destra che del centro sinistra.

Attraverso questa norma, che pochi paesi in Europa hanno inserito in costituzione, si è limitata la capacita di gestione delle politiche economiche da parte dello stato mentre è aumentato ancora di più il peso decisionale dell’alta borghesia.

Il secondo tassello rappresentato dal decreto Salva Roma, in realtà artefice del suo affossamento, ha prodotto l’approvazione del piano di rientro 2014­2016, adottato con deliberazione di Giunta Capitolina n. 194 del 3 luglio 2014, il quale ha dato il via a una serie di politiche economiche atte a recuperare risorse attraverso una riduzione della spesa data da misure contenitive di bilancio, privatizzazione o liquidazione delle aziende municipalizzate e vendita/svendita del patrimonio immobiliare.

Un piano di rientro con il quale il sindaco Marino e la sua maggioranza, composta dal Partito Democratico e da Sinistra e Libertà, che oggi si scandalizzano del Documento Unico di Programmazione, si sono impegnati ad assorbire nel triennio 2014 – 2016 un importo pari a 440 mln di euro.

Se a questo quadro aggiungiamo l’intervento del Ministero dell’Economia e delle Finanze che ha dichiarato illegittimo il magro salario dei dipendenti comunali, il blocco del turn-over e il contratto nazionale, fermo da sette anni, risulta chiaro lo scenario generale all’interno del quale il Commissario Tronca, inviato a Roma dal duetto Renzi-Alfano, si muove e il suo reale mandato politico.

Questo il quadro sintetico del memorandum attraverso il quale leggere la situazione romana al momento attuale.

Il Commissario Tronca, sprovvisto di alcun mandato democratico e popolare, svolge per Roma il ruolo e la funzione che il governo tecnico in caso di necessità svolge a livello nazionale: un riordino dei conti attraverso politiche impopolari di cui nessuno schieramento vuole assumere la paternità.

Da qui un insieme di azioni miranti alla privatizzazione degli asili nido e delle scuole dell’infanzia, con gravi ripercussioni sulle insegnanti nonché la qualità del servizio erogato. Esternalizzazioni in campo anche a Torino, Modena, Livorno, Bologna e Mantova come inevitabile conseguenza del blocco del turn-over e della non volontà di procedere alla stabilizzazione delle precarie oltre i 36 mesi.

Una misura che insieme alla dichiarazione, contenuta nello stesso DUP, della carenza di fondi per il pagamento delle “cedole librarie” fa venir meno la garanzia del diritto alla scuola e al futuro per i bambini delle famiglie meno abbienti della città
Anche le istituzioni Biblioteche, importante presidio sociale e culturale per molti quartieri periferici di Roma, sono oggetto di attacchi e tentativi di smantellamento che le rendono meno fruibili.

Al contempo possiamo osservare come i dipendenti di Roma Capitale siano sottoposti a interventi sferzanti da parte del Ministero delle Economie e delle Finanze, al vaglio della Corte di Conti, al blocco del Contratto Nazionale con la previsione di un ulteriore taglio di 30 milioni di Euro di salario accessorio. Tutto ciò appare vessatorio verso lavoratori che percepiscono stipendi che mediamente si aggirano attorno a 1.200 euro mensili.

Altra azione prevista nel DUP è il processo di privatizzazione di servizi pubblici essenziali quali il trasporto pubblico e quello dei rifiuti nonostante la già sperimentata cessione, sempre in ambito di trasporto urbano, di linee periferiche alla privata TPL abbia avuto l’esito nefasto di lasciare autisti senza stipendio per dei mesi come abbiamo avuto modo di apprendere dalla recente cronaca romana.

La lettura dell’intero documento appare assai interessante e mette in luce come il quadro delle risorse e la loro destinazione apra a enormi contraddizioni: da una parte abbiamo l’esposizione del Comune di Roma verso le banche per 260.000 milioni di euro, per i cosiddetti punti verdi qualità con i quali si affidava ai privati la realizzazione di attività socio ricreative nei parchi; dall’altra 20 i milioni che sarebbero necessari per eliminare le liste d’attesa per asili nido e scuole dell’infanzia a Roma. Si è quindi data priorità a interventi cosiddetti di riqualificazione che nel migliore dei casi rappresentano enormi profitti per i privati e nel peggiore un debito del Comune verso le banche, mentre non si investe per niente nell’infanzia e nel sostegno a famiglie già provate da anni di crisi.

Questo dunque il quadro delle politiche di austerità ai tempi della crisi dove la deliberata volontà politica di andare in direzione di ulteriori restringimenti dei diritti, sia dei lavoratori sia dei cittadini, in parallelo a ulteriori privatizzazioni, produce un micidiale circolo vizioso fatto di: riduzione dei trasferimenti agli enti locali e blocco del turn-over da cui inevitabilmente discende un continuo logoramento della qualità dei servizi pubblici; una campagna stampa che denuncia tale situazione di decadimento accompagnata da accuse di inefficienza rivolte ai dipendenti; apertura ai capitali privati come cura del malfunzionamento. Ulteriore disinvestimento nel Pubblico con peggioramento dei servizi offerti e delle condizioni dei lavoratori – nuova mistificazione sull’inefficienza del pubblico e dei suo impiegati – ulteriore smantellamento e svendita ai privati.

Il tutto contro la volontà popolare espressa con il referendum del 2011, quando i cittadini avevano deciso che i servizi pubblici erogati dagli enti locali dovevano essere pubblici.

Di fronte ai vincoli imposti è necessario costruire una reazione basata sulla sinergia tra i lavoratori di Roma Capitale e delle Municipalizzate, superando le irresponsabili timidezze sindacali anche attraverso una stretta relazione con le realtà sociali diffuse nella città e a partire dalle periferie, dove emerge maggiormente e in maniera più immediata l’affetto negativo dei tagli ai servizi.

Non esistono scorciatoie elettorali ma la necessità di costruire una conflittualità diffusa e di massa per smantellare il memorandum romano, avendo piena consapevolezza dell’azione di repressione in atto per difendere le politiche di austerità.

Sinistra Anticapitalista Roma