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Anticapitalismo, il nostro piano A. Movimenti di resistenza e sindacato. Gli apparati sindacali e la Cgil

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I sindacati, in primo luogo la Cgil, vista la sua storia e la presenza al suo interno della grande maggioranza di ciò che resta dei quadri avanzati della classe, si sono assunti una responsabilità centrale nel diffondere tra le lavoratrici e i lavoratori la rassegnazione. Durante i governi Berlusconi l’azione della Cgil è stata quella di affiancare il PD di D’Alema, Veltroni e Bersani nella sua opposizione, mettendo in secondo piano tutti i contenuti sociali dell’azione dei governi di centrodestra, anzi, criticandolo per la sua scarsa sintonia con la politica della Commissione europea. L’avvento al governo di Monti è stato salutato con favore dalla Cgil, perché chiudeva il ventennio berlusconiano, ma anche perché condivideva la priorità del pagamento del debito, dell’avanzo primario, dei tagli ritenuti indispensabili. Anche per questo, le principali misure del governo dei “tecnici” (la controriforma previdenziale e quella del mercato del lavoro) non hanno visto alcuna iniziativa di contrasto reale da parte dei sindacati confederali e della stessa Cgil, anche qui in linea con l’approvazione che queste leggi hanno avuto da parte del PD. Anzi, l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2013 fece ancora di più attenuare l’azione sindacale, affidando tutto all’illusione di una facile vittoria del PD bersaniano, poi largamente smentita dalle urne.

Proprio nei giorni del 17° Congresso, malgrado il senso chiaro delle dichiarazioni programmatiche di Matteo Renzi e le messe in guardia nel dibattito da parte della minoranza classista, il gruppo dirigente della Cgil salutò con entusiasmo l’arrivo del nuovo governo e il successo drogato del PD “renziano” nelle elezioni europee, presentandosi del tutto impreparato allo scontro che si delineava. Anzi, compiendo atti (come la sottoscrizione dell’accordo del 10 gennaio 2014 su rappresentanza e esigibilità) che ipotizzavano un ritorno a relazioni concertative con padronato e governo.

Il governo, al contrario, da subito ha operato per mettere ancor più fuori gioco gli apparati sindacali, negando loro ogni significativa sede di confronto e, soprattutto, adottando misure (come il Jobs Act e i suoi decreti attuativi) dalla chiara impostazione confindustriale e che puntano a delegittimare ancora di più il ruolo di quegli apparati. E, nonostante questo attacco colpisse non solo le condizioni concrete di milioni di lavoratrici e di lavoratori ma anche il ruolo e il potere delle burocrazie, i sindacati confederali hanno rinunciato a qualunque iniziativa di opposizione reale, sostanzialmente condividendo le ragioni di fondo dell’offensiva liberista.

Nonostante si stiano già delineando sintomi innegabili di desindacalizzazione, le burocrazie sindacali si illudono di poter sopravvivere attraverso fonti di risorse sempre più discutibili, come quelle degli enti bilaterali o delle “quote di servizio”, cioè risorse sottratte ai lavoratori senza alcun loro preventivo consenso.

Nonostante ciò, la Cgil resta il luogo nel quale non mancano delegate e delegati combattivi, strutture che, pur se isolate e senza rompere con la linea generale della confederazione, tentano però di praticare un’azione di ricostruzione del conflitto. Gran parte di queste aree combattive presenti nella Cgil si sono raccolte nel corso del 17° Congresso attorno al documento di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa”, che ancora oggi continua a dare battaglia contro la “cislizzazione” progressiva della Cgil e per creare, anche con aree esterne alla confederazione, una rete di azione conflittuale.

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