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Anticapitalismo, il nostro piano A. Lo stato della classe

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La classe lavoratrice, nel nostro paese, dunque, nella sua grande maggioranza appare rassegnata di fronte ai colpi che sta subendo. Ma sta erodendosi quel sentimento di condivisione per le politiche di austerità, quel senso di inevitabilità che pure aveva predominato negli anni fino a qualche tempo fa.

Sulla rassegnazione pesa la crisi, un costo della vita sempre più grande di fronte a retribuzioni in calo, i margini di sopravvivenza sempre più esigui, la paura di perdere un posto di lavoro sempre più difficile da ritrovare, la frammentazione indotta dai processi di esternalizzazione e di privatizzazione, la precarietà dei giovani e spesso anche dei lavoratori non più giovani, l’illusione di potersi salvare (o almeno limitare i danni) obbedendo pedissequamente ai voleri del padrone. Ma il protrarsi e l’approfondirsi di politiche di austerità che non producono alcun effetto positivo sono potenti strumenti di convinzione della loro inefficacia e della loro ingiustizia.

La non condivisione di queste politiche, la percezione della necessità di trovare strade diverse, meno penalizzanti e più eque però non si esprime con lotte, né tantomeno attraverso la tessitura di una nuova coscienza di classe. Le sconfitte subite, gli scioperi testimoniali o volutamente inefficaci indetti in questi anni, l’aspetto sempre più autoreferenziale delle burocrazie sindacali, la sparizione di ogni posizione di sinistra nel panorama politico hanno contribuito a diffondere il senso di rabbiosa rassegnazione che predomina nei posti di lavoro. La rabbia si esprime scaricando la frustrazione su chi, nella “piramide sociale”, sta al di sotto e, a livello politico, in forme spurie, impotenti, a volte perfino pericolose, con la dilagante astensione elettorale (soprattutto nei ceti più poveri), con il voto verso liste populiste o, addirittura, verso forze demagogiche e di destra.

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