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Anticapitalismo, il nostro piano A. La crisi della società

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Il livello di degrado economico e sociale in cui è stata precipitata la stragrande maggioranza della popolazione, la mancanza di risposte collettive sul piano sindacale e politico, l’involuzione delle forze socialdemocratiche diventate liberiste ed impegnate a gestire le politiche padronali, ma anche il fallimento del governo Prodi e il contestuale fallimento del PRC che per circa 15 anni era sembrato una possibile alternativa e punto di riferimento, hanno provocato una generale disillusione nella società, un senso di impotenza, combinata con rabbia, rancore, rincorsa alle soluzioni individuali di fronte alla mancanza o alla credibilità di soluzioni collettive.

Siamo di fronte a un generale processo di depoliticizzazione, di crollo della coscienza di classe, di perdita delle speranze e di caduta dell’impegno politico in ampie aree del mondo del lavoro. Tutto ciò produce una disaffezione verso le diverse espressioni della politica e verso il voto, percepito da tanti come un esercizio inutile, senza effetti né cambiamenti di rotta. In questa ripulsa del voto ci sono espressioni di sinistra, ma c’è anche una larga parte di comportamenti conservatori e qualunquisti, passivi, potenzialmente reazionari. Ma ciò corrisponde ai desideri delle classi dominanti, alla scelta di privare di contenuti la democrazia borghese in particolare di ogni traccia della partecipazione di massa manifestatasi nel dopoguerra.

Questo non significa che non ci siano settori sociali attivi socialmente e politicamente, capaci anche di animare significative resistenze e di produrre attività e pensiero culturale in controtendenza. Ad esempio, il referendum sull’acqua pubblica è stato sintomatico da due punti di vista: per il coinvolgimento di massa su un tema sociale cruciale che ha prodotto la vittoria e per la capacità del governo centrale e di quelli locali e della borghesia di continuare ad operare come se quel voto non ci fosse stato e non avesse prodotto un quadro legislativo che fa divieto alla privatizzazione.

Questi settori attivi sono stati sempre parziali, non completamente liberi dal rapporto col PD e con le varie burocrazie né è stato costruito alcun percorso di riunificazione delle mobilitazioni parziali. Rientra in questa riflessione anche l’operato del principale sindacato di categoria, la Fiom.

Il livello medio di coscienza della classe lavoratrice è quindi estremamente frammentato, con grande difficoltà a comprendere quale cambio epocale di periodo ci sia stato, quali siano gli avversari fondamentali, il ruolo del padronato e delle aziende capitaliste; si reagisce di fronte ai problemi più immediati, attacco violento, chiusura di aziende, licenziamenti, ma non si comprende la portata complessiva delle scontro in atto. Le direzioni esistenti non aiutano in questa comprensione.

Per tutte queste ragioni, la società italiana ha un largo ventre molle, un’atomizzazione degli individui sottoposti all’implacabile propaganda dell’ideologia della classe dominante nelle più svariate forme e a tutti i livelli che non lascia nulla al caso per perseguire la conformizzazione passiva della società. Questo ventre molle è anche il luogo di formazione e di sviluppo delle divisioni nelle sue forme più aberranti e pericolose, la diffusione delle idee e delle pratiche razziste e xenofobe, e quindi dell’azione delle varie destre, dalla Lega Nord, riciclatasi come forza nazionale reazionaria, alle forze dichiaratamente fasciste. Le politiche dell’Unione Europea e della borghesia producono non solo disperazione e mucillaggine sociale, ma anche l’acqua sporca in cui gli incubi del passato tornano a materializzarsi. Lo sviluppo in tutta Europa delle forze di estrema destra e fasciste indica più di ogni altro elemento il portato reazionario di questa fase storica del capitalismo.

Nelle vicende italiane un ruolo importante viene giocato dalla corruzione e dal malaffare che sembra attraversare tutti i gangli della società a partire da ampi settori delle istituzioni pubbliche. E’ il terreno su cui si esprime con più immediatezza e facilità la rabbia e la ripulsa dei cittadini.

Corruzione e malaffare hanno da sempre fatto la storia del capitalismo, ma acquistano particolare rilevanza in un periodo di crisi del sistema, e tanto più in una fase economica così turbolenta, dominata dalla crisi di sovrapproduzione e da una gigantesca estensione della finanza, che per definizione è il luogo della truffa e del facile arricchimento.

In una società in cui, al di là delle ipocrisie, a dominare è solo l’imperativo del profitto, della ricerca a breve termine della ricchezza, in cui sono neanche troppo nascoste le enormi ricchezze di alcuni, le immense rendite finanziarie, in cui una frazione estremamente minoritaria della popolazione si è impadronita di gran parte delle ricchezze prodotte dalla classe lavoratrice, numerosi individui sono spinti a ricercare la loro soluzione personale di scalata sociale e di arricchimento con gli strumenti o la posizione personale di cui dispongono. Cercano di partecipare anch’essi al banchetto dei potenti, di poter usufruire delle briciole che cadono; chiunque abbia una collocazione o un ruolo politico, istituzionale, economico può essere spinto ad utilizzarli per non essere tagliato fuori dal bottino, dall’enorme furto perpetrato in questi anni con il trasferimento di immense risorse dai salari, dalle pensioni, dal welfare alle rendite della classe borghese.

E’ giusto partire dalla ribellione dei cittadini contro i furti pubblici quotidianamente sotto gli occhi di tutti e contro ogni forma di privilegio; per i rivoluzionari l’obiettivo è riuscire a smascherare i grandi ladri, il grande furto che ogni giorno si perpetua con la riduzione delle tasse ai ricchi e con il taglio della spesa pubblica, il blocco dei salari, la miseria delle pensioni, lo sfruttamento sui luoghi di lavoro.

Il Movimento 5 Stelle ha costruito la sua fortuna nella lotta contro la corruzione e nella difesa della legalità, ma il partito di Grillo nella sua denuncia si ferma ai gradini inferiori del sistema capitalista e nulla fa per indicare le cause strutturali, le colonne portanti, l’essenza stessa di questo sistema economico ingiusto ed oppressivo. Questa scelta corrisponde alla natura interclassista, piccolo borghese del M5S e ne mostra i limiti politici e strategici.

Nella mancanza di risposte sociali collettive, il tema della corruzione del ceto politico ed istituzionale è uno degli elementi che produce il fenomeno politico oggi dominante: la ricerca, la richiesta di avere chi faccia giustizia, chi realizzi i desideri e i bisogni che ogni “individuo” esprime. Berlusconi, Renzi, Grillo ed oggi, ancor più pericolosamente, Salvini.

Ma non c’è nulla di spontaneo, ciò corrisponde alle nuove modalità di gestione politica degli interessi della classe dominate, niente azione collettiva sociale, ma un uomo solo al comando, il deus ex machina. Così si ottiene ancor più la passività delle masse: “mi arrabbio, protesto, voglio cambiare”, ma non mi autorganizzo, né partecipo alla vita politica e sindacale, delego qualcun altro, un uomo, o al massimo la direzione di un partito o di un sindacato a “fare i miei interessi”. Non è la mia azione collettiva con altri a cambiare la società, ma c’è qualcuno che lo fa al posto mio. E’ un meccanismo psicologico e sociale che è decisivo spezzare per costruire una vera alternativa.

In tanti chiedono un’alternativa alla situazione presente, ai redditi insufficienti, alla disoccupazione, al sistema sanitario che non risponde più ai bisogni, per il futuro di figli e nipoti, ma la ricerca di “alternativa” può declinarsi in tanti modi. E’ quanto hanno ben capito Salvini e i suoi sodali della destra che tentano di costruire credibilità, nel più sporco dei modi, attorno alla loro interpretazione di alternativa, costruendo il conflitto contro i più deboli e alimentando ogni forma di razzismo. Il rischio reale di involuzione reazionaria ed autoritaria è, per la sinistra autentica, uno dei problemi politici e sociali da affrontare. Occorre togliere acqua nella piscina in cui nuotano costoro, far ripartire una mobilitazione sociale collettiva contro i veri nemici, i padroni; la lotta dell’autunno contro il Jobs Act, poi interrotta, aveva dato dimostrazione che quella era la via da intraprendere.

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