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Anticapitalismo, il nostro piano A. La crisi della società. La crisi e i rapporti di genere

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Il quadro della difficile situazione fin qui delineata si completa aggiungendo altri elementi sui quali riflettere. La perdita di diritti, il ritorno di teorie che pensavamo sorpassate, l’abbrutimento culturale e la violenza generalizzata che colpiscono principalmente le donne sono un segno forte e allarmante di questi tempi. Tra questi, ricordiamo: gli attacchi alla 194, i tagli alla sanità e al welfare pubblico, che mettono seriamente in discussione strutture pubbliche come i consultori; la diffusione e la persistenza dell’obiezione di coscienza che impedisce di fatto il libero accesso all’aborto; il tentativo di istituzionalizzare i centri antiviolenza trasformandone la natura da percorsi di autodeterminazione della donna in servizi, sottraendone il controllo a quelle associazioni di donne che hanno contribuito alla loro nascita, alla crescita e al radicamento sul territorio; la forte precarizzazione del mondo del lavoro e l’abbassamento generalizzato dei salari, raggiunti anche grazie allo sfruttamento del lavoro delle donne; l’aumento della disoccupazione; l’accrescersi della violenza di genere, il ritorno di teorie misogine, che pensavamo sorpassate.

Su questo terreno matura e cresce ancora più forte l’azione ideologica delle gerarchie ecclesiastiche, guidate da un papa, Francesco, che dà di sé un’immagine che in troppi, a sproposito, definiscono rivoluzionaria, delle destre conservatrici e di tutte quelle associazioni filocattoliche che si ergono a difesa della vita e della famiglia quali valori assoluti da cui partire nelle relazioni sociali e di genere. Ovviamente lo stesso discorso vale per tutte quelle religioni che fanno della subordinazione e sottomissione della donna punti importanti della loro dottrina.

Se il clima è questo, non è sufficiente solo la denuncia delle condizioni della donna e di ciò che comporterebbe il ritorno all’aborto clandestino, delle statistiche che continuano ad individuare la famiglia come il principale luogo entro il quale la donna subisce violenza. Attorno a queste questioni c’è un silenzio assordante non casuale, le cui radici vanno individuate nell’abbandono della lettura di genere dei processi sociali, relegata di fatto in ristretti ambiti accademici con poca influenza sulle grandi masse. Su questi temi non ci sono prese di posizioni da parte delle sindacaliste, mancano dibattiti indipendenti all’interno della sinistra radicale, ma soprattutto manca una coscienza femminista che difenda le condizioni materiali di vita e di scelta e delle donne.

Infatti, non c’è neanche l’ombra di un dibattito che parli della centralità di un’istituzione come la chiesa cattolica nella costruzione del patriarcato e dell’ideologia che lo sorregge, principale causa della subordinazione della donna. A parte qualche articolo o qualche nota sul web, sulle gesta di papa Francesco leggiamo solo una canea di lodi e di inchini ossequiosi che contribuiscono a diffondere un’immagine alterata di un’istituzione che nel corso della storia ha scelto sempre di stare accanto ai potenti di turno e che opera in continuità di pensiero.

Se lette con un’ottica di genere, le dichiarazioni di Francesco sono in sostanziale continuità con i suoi predecessori, Benedetto XVI incluso. Il baricentro resta sulla “difesa della vita” e della famiglia, che per la chiesa rimane lo spazio entro il quale ognuno di noi trova conforto e sostegno, mentre l’aborto continua ad essere un peccato da cui bisogna essere assolte.

Di questi tempi, la maggior parte delle donne rifiuta il femminismo, relegandolo in un angolo un po’ folle della nostra storia, ovvero non ritenendolo più un pensiero e una pratica politica adeguata a leggere e contrastare la realtà odierna. Manca la comprensione di quello che questo movimento ha significato, e sono in troppe a ignorare i frutti delle diverse e straordinarie stagioni di lotta che hanno visto protagoniste le donne. Con il grande movimento degli anni ‘70 si ottenne il diritto al divorzio, il riconoscimento del reato di stupro, la messa in discussione di tradizioni e pratiche retrograde come il delitto d’onore, il matrimonio riparatore, l’aborto clandestino. Consultori e centri dedicati alla salute della donne furono conquiste che evitarono che l’aborto fosse “un crimine di classe” (per dirla con Simone de Beauvoir), visto che a praticarlo e a subire gli effetti dati da operazioni condotte in scarsità di igiene e senza assistenza medica erano donne povere, prive delle risorse economiche per accedere ad anticoncezionali e aborti effettuati in condizioni più sicure.

Oggi, per molte, i sacrifici e la generosità di tutte quelle donne, che si sono autodenunciate per aver ricorso all’aborto, che hanno presidiato le aule dei tribunali per fare pressione ed evitare che ad essere giudicate fossero le donne vittime di stupro e non gli stupratori, che sono scese in piazza per affermare il diritto al divorzio, all’aborto e con esso ad una sanità pubblica che tutelasse la salute di tutte a prescindere dall’estrazione sociale, sono solo un lontano ricordo da documentario storico. In pochissime donne c’è la consapevolezza che ciò che è stato guadagnato è frutto di una dura e intensa lotta, nessun diritto è stato regalato ma è stato strappato e conquistato tutto, con forza, in particolare alla Chiesa e alle destre conservatrici. Oggi si accettano passivamente i tagli alla sanità e al welfare, anche se le prime a subirne gli effetti sono proprio le donne.

Poche sono le associazioni femministe che si spendono ancora con generosità su questi temi; tante altre sono impegnate nella difesa delle donne solo da un punto di vista istituzionale e partendo da ottiche moraliste e perbeniste. I maggiori esponenti della sinistra radicale profferiscono lodi al papa ponendolo, in loro vece, alla guida del cambiamento sociale contro la barbarie che ci sta ingoiando; alcuni di loro, nel tentativo di acquisire credibilità agli occhi delle masse, si attaccano alla figura del papa invocandolo ogni volta che un diritto viene calpestato. In tal modo abdicano alla costruzione della lotta di classe che dovrebbe essere alla base di quel cambiamento sociale che a parole tanto evocano. Infine, la famiglia ha assunto il ruolo di unica tutela sociale sostituendo in ciò quella che un tempo era l’azione collettiva e sindacale. Anche questa è una vittoria della chiesa e dei conservatori che, seguendone puntualmente i precetti, continuano ad affermare la centralità della famiglia nelle relazioni sociali e di genere.

E’ attraverso l’organizzazione sindacale che la classe lavoratrice ha potuto organizzarsi e migliorare la propria condizione ed è attraverso il protagonismo di massa, figlio dell’avanzamento della classe operaia, che la donna ha potuto affermare con forza la libertà di scelta in tema di contraccezione e maternità, guadagnando dignità e rispetto. Sono conquiste che non possono essere date per scontate; infatti oggi dobbiamo fare i conti con una retrocessione delle condizioni di vita materiali delle donne e con un abbrutimento culturale generalizzato e non ci sarà una fine a questo se non si sarà in grado di mettere almeno un argine a tutti i discorsi che vogliono controllare e direzionare le donne in modo da poter continuare, seppure con gli adeguamenti ritenuti necessari dal sistema economico capitalistico, ad esercitare il dominio di un genere sull’altro: nessun uomo e nessuna chiesa concederà mai diritti e dignità alle donne.

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