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Anticapitalismo, il nostro piano A. La classe lavoratrice. La chiusura di una fase sul piano sociale e politico

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Questa vicenda sancisce in modo formale la chiusura di un lungo periodo storico della lotta di classe del nostro paese, portando la classe operaia Fiat (che negli anni 20 e poi dagli anni ‘60 del ‘900 era stata al centro delle mobilitazioni operaie italiane) fuori dal contratto nazionale di categoria, privando la Fiom di ogni diritto sindacale in fabbrica ed espellendo o mettendo ai margini gran parte dei quadri e dei delegati dell’organizzazione metalmeccanica della Cgil. Si tratta di una sconfitta di dimensioni epocali che conclude la lunga fase di smantellamento delle conquiste degli operai dell’automobile iniziata con i licenziamenti del 1980. Opera anche uno strappo violento nel sistema delle “relazioni industriali” mettendo alle strette un mondo sindacale già in profonda crisi.

La situazione sociale, in particolare negli ultimi 15 anni e, ancor più, dopo lo scoppiare della crisi del 2008, è sottoposta a cambiamenti profondi. La base produttiva si riduce e con essa si riduce in numero dei posti di lavoro. Sulla spinta della “rivoluzione” liberista sparisce ogni traccia di intervento pubblico in economia, perlomeno nella forma degli investimenti, mentre gli “aiuti” pubblici alle imprese il più delle volte premiano quelle più determinate nell’iniziativa antioperaia. La “globalizzazione” e lo sviluppo delle tecnologie e dei trasporti favoriscono le delocalizzazioni e, comunque, lo sfruttamento di una manodopera a bassissimo costo nei paesi “emergenti”. Nell’immaginario collettivo le aziende manifatturiere non detengono più un ruolo centrale, che sarebbe assunto da quelle del terziario e dei servizi e, soprattutto, si propaganda l’idea della sostanziale sparizione della figura sociale dell’operaio industriale, in particolare quello della grande industria. Si diffonde la favola della trasformazione delle conquiste operaie e sindacali dei decenni scorsi in “privilegi” puro appannaggio dei lavoratori “garantiti” e, perciò stesso, negati alle nuove figure del mondo del lavoro: precari, collaboratori, partite IVA.

Anche sul piano politico, la completa trasformazione di quello che resta del vecchio PCI in un partito politico (il PD) saldamente e direttamente in mano alla classe dominante e l’estromissione di quello che resta del PRC dalle istituzioni e dai mass media danno luogo ad una sostanziale sparizione di ogni riferimento di classe e di sinistra, cosa che agevola e accompagna lo sfarinarsi della classe lavoratrice come soggetto sociale ma politicamente orientato, fino a quelli che sono i risultati delle elezioni politiche del febbraio 2013, quando il voto operaio si esprime in primo luogo nell’astensione e nel voto al populismo “grillino”.

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