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Anticapitalismo, il nostro piano A. Il bilancio degli 8 anni della grande crisi. L’Unione Europea

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La trasformazione delle precedenti organizzazioni comunitarie continentali in Unione Europea coincide anche temporalmente con il consolidamento della svolta neoliberale delle classi dominanti dei principali paesi del continente. Nel 1992, infatti, il trattato di Maastricht, sancisce la nascita della UE e, contemporaneamente ne fissa le regole monetaristiche che da allora ne governano la vita economica e sociale.

La UE è stata fondata propagandando l’illusione che l’unione economico – politica avrebbe giovato alle condizioni di vita degli abitanti del continente. Nel fare questa operazione le borghesie europee hanno sfruttato ed indirizzato la legittima e positiva aspirazione di vasti strati della popolazione di porre fine alle anacronistiche divisioni degli stati e alle loro frontiere dopo le terribili e distruttive guerre del ventesimo secolo. Anche sulla base di questa colossale operazione ideologica, quasi tutti gli stati nati dopo la disgregazione del blocco sovietico si sono candidati a farne parte e sono stati accettati al suo interno.

Mai una menzogna fu più spudorata. Al trattato di Maastricht, nel corso degli anni successivi, si sono sommati altri e peggiori trattati, fino a quello di Lisbona, al Fiscal Compact e al Meccanismo Europeo di Stabilità, che hanno stretto i 28 paesi che ad oggi ne fanno parte in una camicia di forza che ha “messo fuori legge” ogni politica di intervento statale in economia con finalità sociali.

Tutti gli sforzi economici dei 28 governi e delle istituzioni comunitarie sono stati finalizzati al sostegno delle aziende nazionali e transnazionali e alla compressione del costo del lavoro.

L’introduzione della moneta unica (2002) ha ulteriormente stretto i vincoli dei trattati, in quanto tutti i parametri di bilancio previsti da quel momento in poi sono stati calcolati nella nuova valuta senza che più le differenze di andamento economico tra le varie economie nazionali potessero agire come strumento di parziale riequilibrio.

L’Unione Europea, anche sul piano democratico ha smentito tutti gli assunti propagandistici che ne hanno patrocinato la fondazione. Nessuna vera libertà di circolazione, salvo che per le merci per le quali non esiste più nessun muro né alcun filo spinato. Nessun rispetto per la democrazia, disattendendo i risultati negativi dei referendum svoltisi in numerosi paesi. Nessun riguardo neanche per una formale democrazia parlamentare borghese, in quanto il parlamento dell’Unione svolge funzioni solo di orientamento, mentre tutto il potere è in mano a istituzioni non elette da nessuno. É stata spesso propagandata l’idea secondo cui tutto ciò potrebbe essere sanato se la UE diventasse una vera “unione politica”, ma ciò viene smentito dai fatti. In realtà, la UE è una “unione” del tutto politica che consente alla borghesia da un lato di governare le contraddizioni interstatuali e dall’altro di imporre con maggiore forza la sua politica classista e antisociale.

La recente vicenda greca sta a dimostrare tutto ciò con la forza dei fatti.

In realtà, dunque, l’Unione Europea costituisce una struttura protostatale sovranazionale, che svolge quindi molte funzioni proprie di uno stato, riflettendo in ciò l’aspirazione degli strati più forti della borghesia dei differenti paesi del Vecchio continente a poter agire in un mercato molto più ampio. Tutto ciò conferma il carattere intrinsecamente obsoleto delle frontiere nazionali. Ma della bandiera del superamento di queste frontiere, anche grazie al deprimente nazionalismo e provincialismo delle direzioni politiche e sindacali del movimento operaio, si è impadronita la classe dominante.

Lo strumento statuale della UE deve essere considerato, alla stregua degli stati nazionali, uno strumento di quella classe e dunque da abbattere. Ma occorre dire che ogni aspirazione al ritorno alle frontiere nazionali costituisce una visione nostalgica e potenzialmente reazionaria. In questa fase, di fronte alle raccapriccianti scene a cui si assiste ai confini dell’Ungheria o a quelli di altri paesi, alla tragedia dei naufragi nel Mediterraneo o nell’Egeo, ogni discorso “sovranista” ha un sapore acido sciovinista e retrogrado.

Se dunque l’attuale costruzione dell’Europa capitalista corrisponde a un progetto di società reazionaria e violenta di dominazione di classe, anche il ripiegamento sugli stati nazionali non sarebbe meno reazionario e violento.

Le forze anticapitaliste e rivoluzionarie devono proporre ciò che è necessario in questa fase storica: un’altra Europa, in totale rottura con i trattati e le attuali istituzioni, fondata sulla democrazia, la collaborazione e la solidarietà tra i popoli, l’armonizzazione sociale verso l’alto, lo sviluppo dei servizi pubblici comuni, cioè il disegno di un’Europa socialista come era negli progetti storici del movimento operaio. L’unico superamento possibile della UE non può che risiedere quindi nella lotta transnazionale per gli Stati uniti socialisti d’Europa, cioè per una entità sociale, egualitaria e democratica che unisca tutti i popoli del continente.

Questo non significa che un processo anticapitalista di trasformazione possa avvenire contemporaneamente in tutti i paesi. E’ verosimile che le resistenze sociali in corso in Europa produrranno una crisi verticale prima in un paese piuttosto che in un altro; se una rottura sociale e politica portasse, come è nei nostri obiettivi, a un governo di sinistra dei lavoratori, basato sulla mobilitazione popolare, quest’ultimo dovrebbe prendere tutte le misure adeguate (compresa, se necessaria, l’uscita dall’euro), per difendere gli interessi della classe lavoratrice di fronte all’aggressione padronale e delle istituzioni europee e per aprire una transizione verso il socialismo.

L’approccio strategico anticapitalista di fronte all’Unione Europea è dunque è fondato su:

  • una impostazione internazionalista e di unità dei lavoratori a livello europeo;
  • il rigetto delle politiche di austerità e dei loro strumenti;
  • lo stretto collegamento della rottura delle politiche liberiste europee con il rigetto di ogni politica liberista nel paese dato e con un progetto di rifondazione democratica, cooperativistica e socialista dell’Europa.

In ultima analisi, infatti, soltanto una profonda e prolungata mobilitazione popolare in diversi paesi e su scala internazionale potrà sconfiggere le classi padronali dell’Europa e i loro progetti reazionari. Una crisi così violenta del capitalismo richiede soluzioni radicali, l’uscita dal capitalismo; il cammino è lungo e difficile, si parte dalle resistenze e dalle lotte concrete, ma la meta dev’essere ben chiara.

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