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Anticapitalismo, il nostro piano A. Il bilancio degli 8 anni della grande crisi. La crisi e l’ambiente

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La nostra attenzione alle problematiche sociali non deve farci dimenticare che l’epoca della crisi economica è caratterizzata anche da una straordinaria accelerazione del degrado ambientale su scala planetaria. I cambiamenti climatici che si stanno producendo rischiano di far precipitare la qualità della vita nel pianeta e di renderla del tutto impossibile in ampie aree di esso.

Il tendenziale esaurimento delle fonti energetiche fossili, invece di indurre a scelte radicali di risparmio energetico, allo sviluppo delle fonti rinnovabili, provoca la criminale ricerca di fonti ancora più pericolose e inquinanti, come quella nucleare, con effetti disastrosi e con il rischio del moltiplicarsi di episodi come quelli di Černobyl’ o di Fukushima. La stessa spasmodica opera di trivellazione messa in atto dal governo e da varie aziende private in numerose aree del nostro paese alla ricerca di gas o di petrolio produce devastazioni e modifiche gravi al territorio.

La recente scoperta della falsificazione dei dati sugli scarichi delle auto Volkswagen dimostra da un lato la totale subordinazione alla logica del profitto di ogni regola minima di rispetto per l’ambiente e per la salute pubblica e dall’altro la urgente necessità di una scelta drastica e complessiva in direzione del trasporto pubblico.

L’uso dissennato del territorio, ridotto a oggetto di speculazione finanziaria, più che a luogo dell’habitat umano e della natura, sta consumando aree un tempo agricole per trasformarle in quartieri spesso invendibili vista la scarsa “domanda solvibile” e la minore disponibilità delle banche nel concedere prestiti a lavoratori sempre più precari e sottopagati, con la conseguenza che, nelle periferie delle grandi città o nei centri turistici, proliferano i quartieri senza abitanti mentre si moltiplicano le persone senza casa.

Il potere dei grandi contractors dell’edilizia induce i governi nazionali e locali a una politica basata sulle “grandi” opere, inutili per la società, devastanti per il territorio e oggetto di colossali azioni di corruzione. Nel frattempo si dimentica ogni opera di manutenzione, abbandonando ampie ed importanti aree ai rovinosi effetti dei fenomeni climatici.

La diffusione degli OGM e l’appropriazione della natura da parte delle multinazionali dell’agroindustria, l’uso di pesticidi e di fertilizzanti tossici, la deforestazione e la privatizzazione delle fonti idriche contribuiscono in maniera determinante alla devastazione dell’ambiente, ai cambiamenti climatici e all’impoverimento di larghi strati di popolazione rurale, spingendoli in massa verso le periferie di megalopoli sempre più inquinate e disumane. La produzione agricola dell’agrobusiness avvelena con i suoi inquinanti le popolazioni del Nord del mondo senza peraltro risolvere la crisi alimentare che affama ed uccide milioni di persone nel Sud.

Nel frattempo gli effetti pesantemente inquinanti ed omicidi di alcune produzioni industriali vengono lasciati agire, nonostante le denunce di molti ricercatori, la mobilitazione delle popolazioni, le azioni di magistrati attenti all’ambiente.

Gli apparati sindacali sembrano totalmente subalterni ad una visione produttivistica e industrialista della società, ma, occorre dirlo, anche le associazioni ecologiste, specularmente, con il loro interclassismo, non sembrano attente agli aspetti sociali delle politiche ambientali e propongono “ricette” basate su pure soluzioni tecniche e non di trasformazione dei meccanismi di mercato. La impostazione ecosocialista che ci è propria va fortemente portata sia nel movimento dei lavoratori, sia nei movimenti ecologisti, come unica soluzione in grado di ricomporre la lotta delle vittime del capitalismo in crisi. Sarà con questa impostazione che parteciparemo a tutte le prossime mobilitazioni ambientaliste, a partire da quelle attorno alla XXi Conferenza sul clima di Parigi (COP21).

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