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Anticapitalismo, il nostro piano A. Il bilancio degli 8 anni della grande crisi. La grande offensiva borghese

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La crisi ha comportato in primo luogo processi molto vasti e prolungati di deindustrializzazione e ristrutturazione, tra cui naturalmente quelli del settore dell’auto e dei trasporti, conclusosi con il trasferimento della Fiat negli USA. La chiusura e il trasferimento all’estero di impianti, le drastiche ristrutturazioni industriali e la distruzione dei posti di lavoro sono frutto di due elementi combinati. Da una parte la logica obiettiva della concorrenza capitalista che spinge i padroni a chiudere gli impianti considerati obsoleti e/o non più redditizi, dall’altra la scelta di spostare all’estero impianti ancora validi per sfruttare manodopera più a buon mercato.

Con le dinamiche obiettive della crisi si combinano le scelte politiche delle classi dominanti italiane e europee per creare un vasto esercito industriale di riserva e un sistema di precarietà del lavoro che permetta loro di aumentare in tutte le forme lo sfruttamento delle lavoratrici dei lavoratori. Ma ciò non riduce le dimensioni della classe lavoratrice che vede al suo interno una crescente massa di disoccupati, disposta ad accettare lavori anche di pochi giorni e mal pagati, con il massimo di sfruttamento, mentre resta sempre presente il lavoro nero che affianca e si confonde con le forme legali della precarietà; resta molto numerosa la massa dei lavoratori ancora con i vecchi contratti, ma con una contrattazione collettiva che, anno dopo anno, perde valore; si moltiplicano le forme dei nuovi lavori individuali, in cui i lavoratori non hanno né forza né strutture adatte per uscire dalla condizione individuale, per costruire nuove esperienze di organizzazione sindacale. Gli assi dell’attacco borghese sono stati complessivi, e hanno interessato tutta la condizione delle classi lavoratrici.

  1. Si accelera il percorso cominciato già alla fine degli anni ’80, sviluppato dal governo D’Alema e portato fino in fondo oggi da Renzi, di una forte detassazione delle imprese, dei redditi della borghesia, dei profitti. Ciò determina una radicale diminuzione delle entrate dello Stato a cui i governi sopperiscono utilizzando la leva del credito (con alti tassi di interesse) garantito da quelle stesse forze economiche che hanno tratto vantaggio dalla riduzione delle imposte. Per loro si tratta di un triplice vantaggio: più redditività del capitale, più profitti e un’accresciuta rendita finanziaria. Una parte dell’imposizione fiscale viene trasferita dallo stato agli Enti locali, con un aggravio della pressione fiscale su salari, pensioni, redditi medio bassi, e con una riduzione progressiva dei servizi.
  2. Nel corso degli anni, la riduzione della spesa pubblica assume dimensioni colossali per quanto riguarda l’insieme del welfare: 20 miliardi sottratti alla sanità, con un carico di ticket sempre maggiore e da un processo di privatizzazione di questo servizio sociale fondamentale; i tagli alla scuola sono delle stessa dimensione; altrettanto è la riduzione dei trasferimenti agli enti locali. I posti di lavoro nel settore pubblico si riducono di molte centinaia di migliaia. L’obiettivo della classe padronale è semplice: garantire nuove aree di profitto per il capitale attraverso nuove privatizzazioni ed esternalizzazioni e con investimenti pubblici nelle “grandi opere”, a cui corrisponde un ridimensionamento dei servizi sociali, sanitari, scolastici, e di tutti gli altri prima garantiti dal pubblico e dallo stato.
  3. Per la borghesia diventa indispensabile imporre una riduzione radicale dei diritti del lavoro attraverso l’attacco allo Statuto dei lavoratori, via via colpito dalle controriforme dei diversi governi e giunto a pieno compimento con il Jobs Act di Renzi. Lavoratrici e lavoratori senza più diritti significano maggior sfruttamento padronale e quindi maggiori profitti.
  4. Il padronato ha puntato a ridurre drasticamente i salari, con la concertazione, poi con il blocco diretto e l’indebolimento dei contenuti economici e normativi del contratto nazionale, con l’obiettivo di cancellare questo istituto, punto di forza della classe operaia italiana e strumento di unità dei lavoratori sia a livello nazionale che generazionale.
  5. La grande borghesia per concentrare al massimo risorse e ricchezze nelle sue mani stringe il cerchio ed arriva a colpire vasti settori di piccola e media borghesia a cui prima era stata garantita una sicurezza di reddito e di condizioni di vita; la totale liberalizzazione del commercio ha comportato una concorrenza accanita nel comparto con una mortalità altissima degli esercizi, alcuni peraltro messi in piedi dai tanti lavoratori licenziati alla ricerca di un reddito.

Si crea una polarizzazione sociale senza precedenti: da un parte la classe dominante (il 10% della popolazione, con al suo interno un’ulteriore cupola dell’1% che determina le scelte fondamentali) che mantiene ed accresce le proprie ricchezze, dall’altra una classe lavoratrice le cui conquiste storiche sono distrutte una dopo l’altra e che deve affrontare una gigantesca disoccupazione (più di tre milioni di persone senza lavoro, quasi il 13%, a cui si aggiungono i tre milioni che hanno rinunciato a cercare lavoro) e una povertà che supera ormai largamente i 10 milioni di persone.

All’interno delle classi lavoratrici c’è chi paga prezzi ancor più salati, quelli al fondo della scala, il sud, i migranti, ma anche le donne e i giovani e i lavoratori che a 50 anni perdono il lavoro e non hanno più alcuna prospettiva.

Con il funzionamento odierno del sistema capitalista, con la sua crisi epocale non c’è alcuna speranza di riscatto e di futuro per le giovani generazioni, se non per chi appartiene alla borghesia. L’ideologia comincia a diffondere l’idea per cui questa divisione in classe è un portato della natura così come i privilegi e l’alterigia della classe agiata. Per gli altri giovani si chiudono ulteriormente i canali della possibile ascesa sociale con la scuola duale (una per ricchi e una di bassa qualità per tutti gli altri). Il futuro è fatto solo di precarietà, concorrenza reciproca e subordinazione alle imposizioni padronali.

Il dramma occupazionale e generazionale non si è ancora manifestato in tutta la sua portata e violenza solo grazie alla struttura familiare italiana: genitori ancora occupati e con salario ragionevole, nonni che garantiscono un sostegno con la pensione, una condivisione del reddito in ambito familiare. Ma queste forme di welfare famigliare si stanno esaurendo e il baratro appare tanto vicino anche perché la disponibilità dei servizi sociali e pubblici si contrae a vista d’occhio.

La borghesia per gestire il progetto reazionario e le contraddizioni violente che produce ha bisogno di una forte azione politica, economica ed ideologica che garantisca un minimo di consenso ai governi che esercitano il suo potere e semini contrasto e divisioni nelle classe lavoratrice.

Di qui l’attento lavoro dei media per contrapporre le generazioni, operazione facilitata dal fatto che in questi anni le grandi organizzazioni sindacali hanno lasciato a se stessi i giovani e avallato le politiche di austerità, senza costruire serie risposte né un movimento unitario per respingerle. Senza dimenticare la contrapposizione tra italiani e migranti che alimenta il razzismo e la xenofobia.

Sul piano della gestione politica, la classe borghese ha deciso che non poteva lasciare la guida a un personaggio logoro come Berlusconi (che pur mantiene un ruolo ancora importante nella vita politica e economica) e neppure ai tradizionali dirigenti dei DS trasformatisi in PD. Serviva un personaggio ambizioso ed arrembante per affrontare un altro livello dello scontro contro la classe operaia, la fine di ogni forma di compromesso e di mediazione reale con i sindacati. Renzi e il suo mediocre nuovo personale politico sono stati chiamati a condurre oggi l’attacco capitalista perché considerati i più adatti per la guerra totale ai lavoratori, la restaurazione e la mistificazione politica ed ideologica.

Per garantire questa nuova governance, le vecchie forme dell’ordinamento democratico borghese sono obsolete e di impaccio. Per questo la controriforma sociale ed economica si accompagna con la distruzione dei vecchi assetti istituzionali (la Costituzione del ‘48), con il dominio totale dell’esecutivo sul legislativo, con una legge elettorale sempre più lontana dal consentire una rappresentanza reale del paese, con un parlamento non più sottoposto a mediazioni con i “corpi sociali intermedi”, con maggioranze taroccate, con l’ideologia del dominus che guida e decide. Chi decide sono ovviamente sempre gli stessi, la borghesia industriale e finanziaria del paese in stretta relazione con gli omologhi europei nel quadro autoritario dell’Unione Europea.

Le classi dominanti sono consapevoli delle contraddizioni e delle tensioni che tutto ciò produce; che i loro strumenti mediatici e politici di costruzione del consenso e della divisione tra le masse sono fondamentali, ma non sufficienti; che, al di là degli sforzi di devitalizzare la società, ci saranno lotte, resistenze dure, rivolte vere e proprie. Il varo di tutta una serie di misure repressive e securitarie viaggia di pari passo con i provvedimenti economici e sociali liberisti al fine di poter stroncare con la forza e la violenza ogni tentativo di mettere in discussione le scelte del capitale.

Le proposte su un’ulteriore contrazione di un diritto fondamentale, quale lo sciopero, già reso difficile in molti settori grazie a leggi concertative, mostrano fino a che punto sono disposti ad andare gli avversari di classe e la pericolosità di questo aspetto della politica padronale. Indicano anche gli scontri a cui devono prepararsi le classi sfruttate e le forze autentiche della sinistra.

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