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Anticapitalismo, il nostro piano A. Premessa

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Il nuovo secolo era cominciato sotto la spinta del “movimento dei movimenti”, con le grandi mobilitazioni altermondialiste iniziate a Seattle, le grandi giornate di Genova, il Forum europeo di Firenze e lo straordinario movimento contro la guerra, un movimento che in Italia, in particolare, fu capace di attrarre le giovani generazioni e di creare enormi aspettative nella possibilità di contrastare o, addirittura, di fermare le politiche neoliberiste basate sullo sfruttamento del lavoro e la guerra. Si delineava una resistenza, una ribellione alle politiche della globalizzazione capitalista e alle scelte economiche e sociali neoliberiste che imperversavano ormai in tutti i paesi del mondo. Essa sembrava aprire nuove speranze e la possibilità di costruire un’alternativa alle scelte delle classi dominanti, che, di fronte alla crisi del capitalismo, stavano consolidando un progetto di restaurazione globale del loro sistema, basato sulla sconfitta storica del movimento dei lavoratori e sul completo rovesciamento dei rapporti di forza maturati tra le classi dopo la seconda guerra mondiale. Il progetto dell’Unione Europea esprimeva nei suoi vari aspetti politici, istituzionali, economici, sociali ed ideologici questo lucido disegno reazionario delle borghesie europee che dovevano fronteggiare una perdita di capacità concorrenziale e di ruolo rispetto agli altri grandi agglomerati capitalistici del mondo.

Il movimento contro la guerra, in particolare, ha avuto una crescita con pochi precedenti, un movimento internazionale, contro la dottrina della “guerra globale permanente” dell’amministrazione Bush, che tra l’altro puntava a trasformare l’insieme dei rapporti politici e sociali. In Italia il movimento ha espresso le più grandi mobilitazioni di tutta Europa al grido “no alla guerra senza se e senza ma”, ha contagiato i lavoratori e, perfino, le organizzazioni sindacali, in particolare la Cgil che, messa di fronte all’attacco brutale di Berlusconi all’art. 18, è stata costretta a sintonizzarsi con un clima sociale profondamente cambiato, con la volontà operaia di massa di reagire al degrado e con il desiderio di ampi settori dell’opinione pubblica popolare e democratica di contrastare l’azione del governo. La gigantesca manifestazione del 23 marzo 2002 e gli scioperi di quel periodo ponevano le condizioni per un rilancio delle lotte tra i lavoratori.

In Italia questa possibilità di rilancio della mobilitazione si esprimeva anche nelle giornate di Melfi, nella ricerca della Fiom di rompere le politiche della concertazione degli anni ‘90 che avevano già distrutto parti consistenti delle vecchie conquiste dei lavoratori, nelle lotte ambientaliste, la cui punta più alta e di massa era nella Valle Susa, in numerose altre manifestazioni sociali, democratiche e per la difesa dei diritti civili.

Le burocrazie sindacali, il gruppo dirigente dei DS, ma anche il gruppo dirigente del PRC, partito che pure aveva avuto un importante ruolo nello sviluppo del movimento, operarono nel 2005, seppure con modalità diverse, per rinviare la “resa dei conti” con il secondo governo Berlusconi alla scadenza elettorale del 2006. Ciò pose fine allo sviluppo e alla convergenza di quelle mobilitazioni che, al contrario, potevano metterlo alle corde nelle piazze.

Così la destra e alle forze economiche della borghesia poterono recuperare posizioni: la tanto attesa grande vittoria elettorale non si manifestò e il governo Prodi 2 nacque senza una vera maggioranza parlamentare e politica. Era stata però alimentata in vasti settori di massa l’illusoria speranza che il nuovo esecutivo sarebbe stato il governo del “risarcimento economico e sociale”, dell’abrogazione delle leggi della precarietà, delle politiche di pace, dopo i duri colpi inflitti dai governi precedenti alle condizioni di vita delle classi subalterne sul terreno dei salari, dei servizi sociali, del lavoro. E Rifondazione si era proposta come garante della realizzazione di questa speranza.

Il governo Prodi, invece, operò in continuità con il passato e si distinse per tre ordini di misure: la continuazione e l’intensificazione della partecipazione italiana alle guerre imperialiste, la detassazione delle imprese e delle banche e la conferma delle leggi sulla precarietà avvenuta attraverso il cosiddetto “Protocollo sul Welfare” che le burocrazie sindacali fecero “approvare” dalla base dei lavoratori e soprattutto dei pensionati attraverso una consultazione truffaldina e mistificante.

I primi anni del secolo erano stati caratterizzati da una situazione economica relativamente favorevole per i paesi del Sud dell’Europa, tra cui l’Italia. L’introduzione dell’Euro aveva infatti favorito in molti di questi un flusso di finanziamenti e di denaro non irrilevante. Nella seconda parte del decennio questa dinamica parzialmente positiva si è rovesciata e le attese di Prodi, di poter utilizzare l’avanzo primario e la riduzione parziale del debito realizzati grazie ai sacrifici dei lavoratori per poter agganciare una nuova fase di rilancio generale del capitalismo, si rivelarono completamente fasulle. La crisi capitalista di sovrapproduzione, rimandata per anni con strumenti finanziari, lo sviluppo del credito e del debito, batteva alle porte con tutta la sua violenza fin dal 2007, negli Stati Uniti e poi in Europa. La grande crisi comincia quindi quasi in contemporanea al fallimento del governo Prodi e alla demoralizzazione di larghissimi settori di massa e alla caduta delle speranze di un radicale cambiamento. Questi eventi combinati hanno avuto effetti gravissimi e molto profondi sulle condizioni materiali ed organizzative e sulla coscienza della classe lavoratrici.

Questi effetti agiscono ancora oggi.

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