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Governo, altri tagli alla sanità e via il diritto di sciopero

di Chiara Carratù

Dopo aver dedicato ampio spazio alla crisi greca, da qualche giorno i media hanno cominciato a dedicarsi alle cose di casa nostra con lo scopo di preparare l’opinione pubblica ai prossimi tagli sulla sanità e alla prossima stretta sul diritto di sciopero.

La sconfitta greca ha per ora allontanato le paure della borghesia e del governo di un rischio di ripresa delle lotte per contagio greco; anche se la possibilità di costruire un’alternativa al binario unico delle politiche di austerità è stata per il momento allontanata, torna la necessità, per le classi dirigenti, di costruire il terreno fertile intorno alle prossime manovre annunciate da Renzi in questa calda estate. Si avvicina la Legge di stabilità e con essa la necessità di proseguire nelle politiche di austerità utili a reperire risorse per continuare a mantenere alti rendite e profitti. I rimedi, fino a quando non verranno imposte politiche economiche alternative a quelle di austerità, saranno ricercati sempre nelle stesse tasche e ad essere saccheggiati saranno sempre i settori pubblici e sempre le stesse categorie sociali (lavoratori e pensionati in primis) che, a turno, vengono spremuti.

Ora si ripassa alla sanità pubblica, individuata, ancora una volta, come fonte di spreco da normalizzare. L’obiettivo da conseguire è fissato intorno ai 10 miliardi di euro in 3 – 4 anni partendo dal taglio delle prescrizioni cosiddette inutili che valgono circa 13 miliardi si euro. Ormai i discorsi che precedono i tagli dovrebbero metterci subito in allarme perché sono sempre gli stessi e ripetono più o meno sempre le stesse tiritere: quante volte abbiamo sentito la storia della siringa che in Sicilia e Campania ha un costo e in Lombardia e Veneto un altro? Quante volte abbiamo sentito parlare di piccoli presidi sanitari che sono un spreco di risorse e quante volte abbiamo sentito dire ai diversi esponenti di governo che dobbiamo stare tranquilli perché si starà accorti a non fare tagli lineari ma a colpire solo dove serve e solo dove di annidano spreco e corruzione? Nella retorica generale, quel che manca, a volte anche nella sinistra più accorta, è un’analisi generale che individui la radice del problema e che serva ad orientare l’opinione pubblica oltre i luoghi comuni che girano a iosa sui social network e nelle trasmissioni televisive cosiddette d’informazione. Intorno ai tagli vengono costruite tesi, il più delle volte presentate come nuove, ma che invece ci ripropongono vecchie teorie liberiste sui benefici della privatizzazione. Nel frattempo, nelle trasmissioni televisive, si alternano tecnici, economisti e politici chiamati a mostrarci come novità vecchie metodologie di azione del capitalismo.

La pratica più comune, quando lo scopo è privatizzare, consiste nel mettere in concorrenza il settore pubblico con il privato, dequalificando il pubblico sottraendogli risorse in modo che il privato risulti così più efficiente e più economico. Da quando sono cominciati i tagli alla sanità pubblica (da circa 20 anni) sono aumentate progressivamente le cliniche private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale: queste sono in grado di offrire gran parte delle prestazioni in tempi brevi e a volte anche con costi minori rispetto al pubblico. Nel frattempo, numerosi presidi pubblici sono stati chiusi e molti servizi sono stati tagliati, con conseguente aumento delle liste d’attesa. Le prestazioni sono state sottoposte a ticket sempre più esosi e vengono erogate con sempre più difficoltà a causa del blocco del turn over. Quest’ultimo vige da qualche anno nel pubblico impiego e non permette un rinnovo adeguato del personale rispetto alle reali esigenze, sottoponendo quello in servizio a turni massacranti.

L’altra favola che ci viene ripetuta con insistenza riguarda l’universalità del sistema che verrebbe addirittura potenziata proprio grazie a queste oculate politiche di razionalizzazione (che intanto è diventato il nome in voga per non parlare tout court di tagli e privatizzazione) che permetterebbero, a detta della ministra Lorenzin, di avere risorse per potenziare la ricerca.

I provvedimenti intorno ai quali si sta dibattendo in questi giorni non sono di poco conto se perfino un organismo come l’OCSE mette in guardia il nostro paese dall’effettuare altri tagli se non si vuole mettere a rischio la tutela dei cittadini dato che la spesa pubblica per la sanità è troppo bassa.

Oltre ai dati dell’OCSE dovrebbe allarmarci anche il dibattito tra le diverse forze politiche e il dibattito interno alla stessa compagine governativa che, al di là delle parole rassicuranti della ministra Lorenzin e del commissario alla revisione della spesa e parlamentare PD Gutgeld, mostra crepe evidenti quando la senatrice PD Nerina Dirindin, capogruppo alla Commissione Sanità del Senato, dichiara “Non illudiamoci, nessuna ottimizzazione delle risorse. Nel decreto soprattutto tagli”. La senatrice conferma poi come uno dei principali provvedimenti verso cui il governo si sta indirizzando, ossia il taglio delle prestazioni inutili, sarebbe a tutto danno dei cittadini che dovrebbero pagare di tasca propria una serie di prestazioni che non verrebbero più garantite dal servizio pubblico. Il Ministero avocherebbe a sé il potere decisionale in merito stabilendo con criteri, ad ora del tutto oscuri, quali sarebbero le prestazioni utili e quali quelle inutili.

Sembra del tutto evidente il potenziale di privatizzazione, comprese tutte le sue conseguenze, insito in questa norma. Tutta questa retorica ha lo scopo di creare una cortina fumogena intorno alle concrete intenzioni di questo governo che – e vale sempre la pena ricordarlo – rappresenta gli interessi della borghesia nel nostro paese (nel caso specifico del settore sanitario, i proprietari di cliniche e strutture mediche e paramediche private) e che è chiamato a legiferare in loro favore, per tutelare i loro interessi privati e la loro capacità di fare profitto. Gli interessi dei cittadini che vorrebbero vedere tutelata la loro salute vengono in subordine a questi e poco importa se migliaia di pensionati o migliaia di disoccupati sono costretti a rinunciare a esami specialistici o a cure perché non riescono più a permettersele.

Aumenta, infatti, il numero dei cittadini, soprattutto se con minori possibilità economiche, che si privano delle prestazioni sanitarie: secondo l’ISTAT l’11% dei cittadini, pur avendo bisogno, rinuncia ad una prestazione sanitaria per ragioni economiche o perché manca l’offerta sul territorio e si tratta di un fenomeno nuovo per l’Italia.

Esistono poi anche altri tipi di dati, attraverso i quali leggere lo stato della sanità pubblica italiana, come ad esempio la classifica stilata da Bloomberg pubblicata qualche giorno fa da “Il Sole24Ore”: in base ai dati forniti da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Italia è al terzo posto in quanto ad efficienza del sistema sanitario. Nella stessa classifica la Francia è all’ottavo posto, l’Inghilterra al decimo e gli Stati Uniti sono solo al 44° posto. Nello stesso articolo si sottolinea che in Italia, nonostante un calo del 9% della spesa sanitaria rispetto al 2013, si è passati dal sesto al terzo posto. Se leggiamo con attenzione l’articolo notiamo che la classifica di Bloomberg è costruita guardando ai paesi con una popolazione superiore ai 5 milioni, con un prodotto interno lordo di almeno 5.000 dollari USA e con un’ aspettativa di vita di almeno 70 anni. Tra i parametri presi in considerazione c’è la percentuale di spesa sanitaria sul totale del PIL e la spesa procapite per la sanità. Se letti dal punto di vista degli investimenti pubblici in sanità, l’Italia sale al terzo posto in efficienza proprio perché sta tagliando il servizio sanitario pubblico.

Possiamo facilmente immaginare che i futuri tagli, che il governo si è affrettato in parte ad approvare, contribuiranno a migliorare la posizione del nostro paese in questo tipo di classifiche e a peggiorarla in quelle OCSE e ISTAT. Tuttavia, alla fine della fiera, la maggior parte delle persone sarà convinta che il pubblico è inefficiente e scadente e che il privato è bello e funzionale; in tantissimi avranno dimenticato buona parte degli scandali sanitari che hanno visto coinvolte molte cliniche private che hanno aumentato i giri di affari a spese della fiscalità pubblica per mezzo di imbrogli, tangenti e corruzione, tutto con il beneplacito della politica.

Dimenticheremo ad esempio gli scandali della clinica Santa Rita di Milano, definita la “clinica degli orrori”, il cui primario è stato condannato a 15 anni di carcere per l’omicidio volontario di 4 pazienti e per le lesioni provocate ad un’altra ottantina; alla base degli illeciti c’era la fame di compensi e di rimborsi regionali richiesti anche sulla base di interventi chirurgici illeciti. Metteremo in un cassetto della nostra memoria anche lo scandalo tangenti della famosa clinica pavese Maugeri che ha visto coinvolto, tra gli altri, l’ex presidente della regione Lombardia Formigoni e l’oblio calerà sulle centinaia di casi, grandi o piccoli che siano, di corruzione e malasanità del privato. Però, l’eco sulla malasanità pubblica e sul malfunzionamento delle strutture pubbliche distrutte da anni di tagli, in particolare al Sud, è più lunga e continuerà a colpire le nostre orecchie e a stuzzicare le nostre ire, facendoci perdere di vista il vero fulcro del problema.

Tutto questo accade perché la colpa viene individuata sempre in un sistema pubblico malfunzionante e corrotto e nelle responsabilità del singolo medico, infermiere, impiegato che avidamente si è approfittato della situazione. Contemporaneamente, volontariamente si cala un velo su di un sistema di affari che, costruito per garantire profitti a privati, apre anche strade a chi vuole approfittare per mettere a sua volta le mani sugli avanzi della marmellata.

L’iter scelto per l’approvazione di questa manovra è ancora una volta quello dell’urgenza e quello della fiducia parlamentare: una prima tranche di tagli è infatti contenuta nel decreto enti locali approvato al Senato il 28 luglio e oggi alla Camera. Ora Montecitorio deve procedere al voto finale e ai voti sugli ordini del giorno. Il mezzo scelto per l’approvazione è un maxiemendamento su cui è stata posta la questione di fiducia per evitare che si andasse oltre la data ultima del 7 agosto, pena la decadenza.

I primi effetti di questo decreto saranno tangibili a settembre quando uscirà la disposizione che indicherà le prestazioni ambulatoriali inappropriate e le condizioni di erogabilità; è stato già stabilito che i medici che non rispetteranno le regole saranno puniti in busta paga. Anche “Il Sole24Ore” conferma che questo “sarà soltanto il primo passo di una ristrutturazione della sanità pubblica che vedrà la luce nella legge di stabilità e che dovrà portare in dote un risparmio complessivo di una decina di miliardi in cinque anni”. Si tratta di un altro duro colpo inflitto alle classi popolari che perderanno un altro pezzo di diritti e welfare conquistato con le lotte degli ‘60 e ’70 che avevano portato, nel 1978, alla creazione del Servizio Sanitario Nazionale.

Questo provvedimento suona ancora di più come una beffa se accompagnato alle dichiarazioni del premier in merito al taglio delle tasse e alla limitazione del diritto di sciopero. Il discorso sul taglio delle tasse è anch’esso populista e non racconta proprio tutta la verità: Renzi ha infatti in mente di continuare un percorso iniziato già molti anni fa e che consiste nell’abbassamento delle tasse e degli oneri fiscali per i padroni. Una delle intenzioni è tagliare la tassa sui profitti la cui aliquota dovrebbe scendere dal 31,4 % al 24%: si tratta di una bella cifra che lascerà nelle tasche dei padroni bei soldoni, che andranno ad unirsi agli sgravi fiscali di 24 mila euro in 3 anni per ogni lavoratore assunto e a quelli risparmiati grazie al taglio del cuneo fiscale e dell’IRAP.

È un luogo comune pensare che il taglio delle tasse alle imprese aumenti le possibilità di assunzione e alimenti la crescita; l’unica conseguenza certa di simili politiche è la soppressione dei servizi pubblici il cui finanziamento, non essendo più possibile attraverso la fiscalità generale, apre la strada proprio alla privatizzazione.

La privatizzazione sembra essere l’unica soluzione possibile anche per il caso Atac a Roma, al centro delle polemiche in questi giorni. La vicenda Atac, insieme all’assemblea sindacale dei lavoratori e lavoratrici di Pompei e allo sciopero dei piloti Alitalia, sono stati utilizzati dal governo per avanzare il progetto di limitazione del diritto di sciopero. Questa richiesta, sostenuta fortemente da Confindustria, insieme alla messa in discussione del contratto collettivo nazionale, è una delle tappe principali di distruzione di quel che resta dei diritti della classe lavoratrice e rappresenta la totale affermazione del diritto di impresa su quello di lavoratori e lavoratrici.

Anche in questo caso, il materiale utile ad avallare la causa agli occhi dell’opinione pubblica, viene preso dal mondo del lavoro: quei lavoratori e quelle lavoratrici che provano ad alzare la testa e a ribellarsi a tagli e a condizioni di lavoro poco dignitose assurgono agli onori delle cronache e si fanno diventare protagonisti di una retorica feroce e forsennata, volta a dipingerli come fannulloni, irresponsabili e lavativi. Così le ragioni di chi ha scioperato in Alitalia e di chi si è riunito in assemblea sindacale a Pompei neanche trovano posto nei dibattiti in tv e nelle pagine dei giornali.

Particolarmente grave è il caso dell’austista di Atac che dopo aver denunciato in un video, virale sul web, le reali responsabilità del malfunzionamento del servizio di trasporto pubblico romano, è stato sospeso dal servizio. I lavoratori e le lavoratrici, protagonisti/e di questi avvenimenti sono completamente surclassati/e e le loro vicende vengono discusse solo da esperti in tagli di diritti. Lo scopo è quello di mettere in pratica uno dei vecchi cavalli di battaglia del capitalismo: il “divide et impera”, separando tra loro non solo i lavoratori ma anche cittadini e lavoratori o utenti e lavoratori, i cui interessi vengono arbitrariamente contrapposti. Si opera così, in nome della mobilità e dei diritti dei cittadini/utenti, un annullamento dei diritti di chi lavora, per il quale l’orizzonte ideale dovrebbe essere quello dell’obbedienza totale.

Chi prova a contrastare questo tipo di visione, chi prova a mostrare che l’interesse di chi lavora coincide con quello di chi usufruisce del servizio pubblico diviene oggetto di violente discriminazioni proprio come è il caso dell’autista romano sospeso dal servizio, dei lavoratori del sito archeologico di Pompei o dei piloti Alitalia, il cui sciopero potrebbe far venire alla luce le mille criticità di una privatizzazione che ha lasciato per strada migliaia di lavoratori e lavoratrici ma che è stata salutata da tutti come una manna scesa dal cielo.

L’attacco al diritto di sciopero non viene dal nulla: anni di concertazione sindacale al ribasso, in cui un pezzo alla volta venivano ceduti diritti (pensando erroneamente che si sarebbero potuti riconquistare in un momento più favorevole), hanno portato all’accordo del 10 gennaio 2014 tra Confindustria e sindacati, dove venivano poste le basi per poter poi mettere mano a questo diritto. Piccoli assaggi di quel vorrebbero che fosse l’abbiamo visto con Expo dove è stato chiesta e ottenuta la limitazione dello sciopero e ora il governo spera di arrivare ad una soluzione del problema prima del Giubileo, un evento sul quale Roma Capitale sta puntando molto.

Ad occuparsi della faccenda è stato chiamato il ministro delle infrastrutture Del Rio che propone tre assi introno ai quali costruire la limitazione del diritto di sciopero: il referendum preventivo, la rappresentatività (50%+1 dei lavoratori di un’azienda) per poter proclamare lo sciopero e l’inasprimento delle sanzioni, che devono essere più chiare e perseguibili. Il presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi Roberto Alesse ha subito rafforzato le dichiarazioni degli esponenti del governo e mentre nelle stanze dei sindacati si continua ancora a discutere e ad illudersi che non sia possibile varare un simile provvedimento, il mondo politico si sta già muovendo con Maurizio Sacconi (Ncd), presidente della commissione Lavoro del Senato, che ha ripescato un suo disegno di legge depositato tempo fa al Senato e dal quale ora vuole ripartire, con l’assenso di personaggi come Cesare Damiano e Pietro Ichino.

All’opinione pubblica viene detto che “oggi l’economia è basata molto sul turismo ed è importate che questi settori non scoraggino chi arrivi in Italia” ragion per cui già a settembre potrebbero iniziare i lavori parlamentari per il giro di vite sul diritto di sciopero.

Sinistra Anticapitalista, di fronte al continuo aggravarsi della situazione sociale nel nostro paese, continua a sottolineare l’importanza della costruzione di un fronte comune contro le politiche di austerità e contro il governo Renzi. Il primo passo è non lasciar cadere e rafforzare le lotte conto la Buona Scuola, allargandole e unendole a quelle di tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici che si stanno opponendo, come possono e come riescono, a tagli e privatizzazioni.