In evidenza

Scuola: la ripresa delle lotte e le iniziative referendarie

di Chiara Carratù

Con l’approvazione della “Buona Scuola” alla Camera dei Deputati il 9 luglio e la successiva firma del provvedimento da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella cambia lo scenario entro il quale il cosiddetto mondo della scuola, protagonista nelle piazze negli ultimi tre mesi, dovrà agire a settembre, alla riapertura delle scuole. La cornice del nuovo quadro entro il quale esso dovrà muoversi è dato purtroppo dalla sconfitta subita con l’approvazione della legge e anche se non si mostrano segni di rassegnazione non bisogna dimenticare che questa mobilitazione ha camminato su gambe fragili sia per l’isolamento nella quale è nata e si è mossa fino a questo momento sia per l’inadeguatezza della sinistra tutta che a parole ha appoggiato e solidarizzato con i lavoratori e le lavoratrici della scuola ma che nei fatti non è stata in grado incidere in maniera evidente nella mobilitazione segnando un’assenza sia dalle piazze e dalle assemblee dove si è vista poco che dal terreno politico dove si è sentita la mancanza di una proposta politica che puntasse alla costruzione di un fronte unitario contro le politiche di austerità e che includesse anche gli altri settori colpiti dalla crisi e avversi al governo Renzi. La mancanza di una proposta politica unitaria in questo senso ha contribuito a creare un clima di confusione al momento dell’approvazione della “Buona Scuola” perché non era stata costruita un’alternativa politica e di lotta che contemplasse questo caso. Questo ma anche la positiva determinazione di non dichiarare chiusa la partita sono alla base di una proliferazione di iniziative che se non adeguatamente pensate rischiano si essere nocive per la prosecuzione della mobilitazione stessa. È il caso delle due proposte di referendum (uno proposto da Civati e l’altro proposto dal “Comitato Nazionale Leadership alla Scuola”) che tante discussioni hanno innescato in questi ultimi giorni e che sono viste come la risposta politica all’approvazione della “Buona Scuola”.
Proviamo perciò a vedere quali sono le diverse proposte in campo, partendo dall’assunto che a partire da settembre assisteremo a nuove iniziative di lotta verso le quali dobbiamo essere preparati ad intervenire.
La “Buona Scuola” è diventata legge nonostante lo sciopero del 5 maggio sia stato il più partecipato del settore nella storia della Repubblica e nonostante l’unità sindacale, le tante e partecipate forme di protesta, i presìdi continui sotto il Parlamento, le petizioni accorate a Mattarella affinché non apponesse quella firma.
Questa battaglia è stata persa anche se è stato fatto molto per bloccare questo distruttivo provvedimento: questo dovrebbe farci riflettere su un dato che è una specificità della fase storica attuale: non ci sono spazi per concessioni anche minime; è stato messo in piedi un percorso di lotte che ha visto in più anche un’inedita unità sindacale ma quello che fino a qualche anno fa sarebbe bastato a far tornare indietro il governo non basta più perché la durezza dell’attacco ai diritti che la classe lavoratrice in generale sta subendo è senza precedenti e non ammette prigionieri. Per resistere e avviare una controffensiva a questo genere di assalto vanno ricercate delle forme di organizzazione delle lotte più radicali che puntino all’unione e che provino a superare le diverse divisioni sociali. In questo senso il mondo della scuola si riorganizza, prova a ragionare sulle iniziative da mettere in campo alla riapertura delle scuole e si cercano le forme e le modalità per far ripartire la conflittualità spezzata dalla pausa estiva. Infatti, il primo elemento positivo da sottolineare è proprio questo: non era dato per scontato che all’approvazione di questa legge, il cui iter parlamentare è stato portato avanti dal Governo arrogantemente e per tappe forzose, la reazione non fosse la resa ma la continuità delle lotte. Gli effetti di anni di applicazione delle politiche di austerità cominciano a vedersi anche nel nostro paese, considerato fino a questo momento un’anomalia in Europa a causa dell’assenza di mobilitazioni ampie e radicali. La protervia di un governo e di un Presidente del Consiglio sul quale in molti, oggi delusi e frustrati, avevano posto le loro speranze di cambiamento è un elemento ulteriore che contribuisce a dare forza alla volontà di non arrendersi e che va sfruttato fino in fondo.
La firma apposta da Mattarella alla legge è stata seguita infatti da una serie di dichiarazioni che non alzano bandiera bianca sottoscrivendo la resa ma che rilanciano a settembre in nuovo scenario, che potrebbe vedere anche un rinnovato protagonismo studentesco. La Rete della Conoscenza e l’UDS (Unione degli Studenti) hanno scritto una nota in cui dicono che “le scuole saranno un problema a settembre per il governo Renzi” perché “boicotteranno i dispositivi di valutazione”, creeranno “nuovi organi di partecipazione per bloccare l’applicazione della riforma” e continueranno a “scendere in piazza accanto a lavoratori e precari”. Dal lato sindacale le dichiarazioni delle diverse organizzazioni che hanno animato la lotta degli ultimi mesi, anche se con diverse sfumature di analisi, vanno nella stessa direzione: la continuità della lotta a partire dal primo settembre. La FLC – CGIL in un ordine del giorno del Comitato Direttivo Nazionale lancia assemblee unitarie il primo giorno di scuola dentro e fuori gli istituti scolastici e un’assemblea unitaria delle RSU l’11 settembre. Nello stesso ordine del giorno la FLC –CGIL si esprime anche per l’apertura di nuova stagione di lotte in vista della quale si lavorerà per una manifestazione nazionale e l’indizione di uno sciopero generale che, a partire dal rinnovo del contratto, coinvolga anche le altre categorie del pubblico impiego.
A questo bisogna aggiungere le iniziative, proposte da diversi sindacati e comitati, volte a boicottare l’applicazione della legge attraverso la disposizione di dispositivi studiati ad hoc che permettano agli insegnanti, al personale ATA e agli stessi dirigenti di opporsi nei collegi docenti all’applicazione della norma. Lo spirito che anima le diverse proposte continua ad essere quello dell’unità del fronte delle mobilitazioni.

Questo è quello che è stato messo in campo dal punto di vista sindacale e delle mobilitazioni; più controversa è stata la reazione verso le proposte di referendum che in molti, nell’ambito del fronte unitario che ha animato le lotte contro l’approvazione della “Buona Scuola”, hanno giudicato come iniziative solitarie. Diversi esponenti sindacali e dei movimenti hanno messo in luce come queste proposte di referendum siano deboli correndo perciò il rischio di non essere ammessi al voto e individuando il pericolo peggiore in una possibile spaccatura del movimento e nella demoralizzazione in caso di non ammissione o di non raggiungimento del quorum.
Le proposte, come accennato, sono due e sono state entrambe presentate in Cassazione: la prima è un quesito proposto dal “Comitato Nazionale Leadership alla Scuola” e che chiede l’abrogazione in toto della legge N° 107/2015 (“Buona Scuola”) mentre il secondo è stato presentato da Pippo Civati che, nell’ambito di otto quesiti proposti dalla sua neonata Possibile, interviene sulla figura del preside – manager.
Entrambi i quesiti presentano dei limiti dal punto di vista formale e sostanziale: il primo rischia di essere rigettato perché interviene su tutta la legge N° 107/2015 che non è omogenea e contiene degli articoli che trattano di fiscalità e bilancio, materie che per legge non possono essere oggetto di referendum abrogativo; il secondo se anche fosse accolto, intervenendo solo su aspetto della legge non ne cambierebbe la filosofia di fondo, correndo il rischio di fungere da boomerang proprio per quel movimento che si sta battendo soprattutto contro l’impianto della legge. Parallelamente all’iniziativa del “Comitato Nazionale Leadership alla Scuola” è partita anche l’iniziativa promossa dal Movimento Cinque Stelle che intende proporre alle varie giunte regionali l’inoltro di mozioni contro la “Buona Scuola” renziana. Il vantaggio di questo percorso, secondo i Pentastellati, riguarda soprattutto i tempi di riuscita: basterà l’azione congiunta di cinque regioni per concretizzare immediatamente la proposta referendaria, senza la necessità di correre nella raccolta firme. Di fatto questa iniziativa sarebbe positiva se ci non trovassimo di fronte una classe dirigente sprezzante anche delle norme basilari della democrazia borghese: è un’iniziativa che rischia di vanificare sforzi e speranze perché se da un lato permette di non raccogliere le firme, dall’altro non ci salva né dalla non ammissione del referendum (come è capitato ad esempio per quello proposto dalla Lega Nord sulla legge Fornero) né dalla sua non applicazione in caso di superamento del quorum. Passare per le regioni significa non coinvolgere direttamente gli insegnanti nella sua costruzione e puntare tutto su forme di lotta compatibili con un sistema che ci si ostina a credere riformabile con i suoi stessi mezzi.
L’iniziativa referendaria proposta da Civati è stata poi condannata per il suo carattere solitario, calato dall’alto frutto più della necessità di lanciare la sua formazione politica che non della volontà di essere partecipe delle lotte della scuola. Non si può certo dire che sia stato uno dei protagonisti di questa lotta visto che, a parte qualche presenza davanti a Montecitorio per qualche comizio, non ha preso parte a nessuna assemblea e non ha partecipato a nessuna discussione in merito. Se è assolutamente da condannare l’atteggiamento di tutti quegli esponenti politici che, come Civati, per portare acqua al loro mulino provano a scavalcare il movimento grazie alla loro visibilità, un ragionamento diverso va fatto per lo strumento referendum che ad ora resta l’unica proposta politica in campo.
Non credo che sia valido uno strumento come quello referendario se è solo fine a se stesso e se è staccato dalle lotte e dalle mobilitazioni; penso possa essere utile nella misura in cui questo serve a riattivare settori di lavoratori e lavoratrici che non si sono arresi all’approvazione della legge e che cercano strumenti per coinvolgere e mobilitare altri. Se accompagnato ad una rinnovata stagione di lotte, se proposto insieme a manifestazioni e scioperi può risultare uno strumento intorno al quale costruire nuova e rinnovata partecipazione. Se resta uno strumento delle mani del movimento e non un’ arma propagandistica in mano a questo o quell’esponente politico di turno può aiutare la crescita di sensibilità verso i problemi della scuola e può essere un mezzo per allargare il consenso intorno all’abrogazione della “Buona Scuola”. Se lo scopo è quello di aprirsi anche ad altri settori della società al fine di costruire una vasta e articolata opposizione al governo Renzi, vale la pena tentare la strada. Se invece si pensa di convogliare tutte le energie espresse in questi mesi dai lavoratori e dalle lavoratrici della scuola e dalla società in generale sul referendum come unica arma in grado di cambiare la realtà attuale credo si tratti di un grave errore politico dato dalla sottovalutazione dell’attuale fase storica.
Abbiamo diverse esperienze, anche recenti, che ci dimostrano che non basta più battere le solite strade per ottenere condizioni migliori di vita e per vedere rispettati e applicati i propri diritti. Non è da dimenticare che uno degli assi portanti del governo Renzi è proprio la radicale modifica degli assetti costituzionali del nostro paese che non prevedono solo l’Italicum e l’abolizione del Senato ma anche la proposta di modifica di istituti di espressione popolare come il referendum e la legge di iniziativa popolare al fine di renderne più difficile la proposta e limitarne ulteriormente l’utilizzo. Non sono passati molti anni da quando c’è stata la grande vittoria referendaria per l’acqua pubblica eppure oggi, eccetto pochissime eccezioni, non solo la volontà popolare è ancora disattesa ma la privatizzazione continua come se quel referendum non si fosse mai tenuto (vedi il caso di Roma dove su una delibera di iniziativa popolare sul tema anche SEL, che pure aveva sostenuto i quesiti referendari per la ripubblicizzazione dell’acqua, si è astenuta). Il fatto che, dopo la vittoria referendaria, non si siano avute più manifestazioni e iniziative sociali a sostegno della ripubblicizzazione ha contribuito a rendere più difficile la richiesta di applicazione del risultato referendario.
La lotta per la difesa della scuola non è una partita chiusa: data la grande confusione che genererà la messa in moto del meccanismo della riforma e data la posticipazione dell’applicazione di tutta la riforma al 2016 è ancora possibile giocare delle carte e rimettere tutto in discussione a patto che il percorso fatto fino a questo momento ci faccia riflettere sull’importanza della costruzione di un percorso di lotta che provi ad allargare e ad andare oltre la scuola e sulla capacità delle forze politiche della sinistra di mettere in campo proposte di reale alternativa al governo Renzi centrate sul respingimento di ogni forma di austerità e quindi anche sul respingimento della Buona Scuola per la quale va giustamente chiesta l’abrogazione. Questo è il nodo che siamo chiamati a sciogliere nel prossimo futuro ed è in base alla capacità che avremo di lavorare uniti su questo fronte che si misureranno le nostre possibilità di vincere o meno la guerra contro la “Buona Scuola”.