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Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi

di Diego Giachetti

dove sono i nostri

 

 

Clash City Workers, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi (La casa Usher, 2014). Scritto da un collettivo che si occupa di fare lavoro d’inchiesta e di analisi al fine di connettere e organizzare le lotte che sono in corso in Italia, quello che abbiamo tra le mani è un testo controcorrente rispetto allo stato attuale degli studi sulle classi sociali prodotti dal caravanserraglio mediatico della cultura neoliberista vestita di sinistra. Si può concordare con quanto affermano gli autori: da alcuni decenni la sinistra ha rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura di classe del Paese perdendosi dietro a «tatticismi politici, a suggestivi “immaginari”, a nuove narrazioni». Non altrettanto ha fatto la classe dominante la quale ha prodotto ricerche, analisi, sondaggi, dati e ragionamenti sulla struttura e la composizione delle classi subalterne. Essa infatti per governare ha bisogno di conoscere i sottoposti, mentre questi ultimi avrebbero bisogno di riconoscere se stessi per poter cambiare la loro condizione. La borghesia non si pone tormentate domande introspettive circa l’esistenza o meno delle classi sociali, né vaga alla ricerca delle classi perdute. Ha piena coscienza che esse esistono, misura con ricerche e classificazioni il loro peso economico e sociale, per concludere che esse sono qualcosa di naturale, che è sempre esistito. Certo i numeri, le serie statistiche, le quantificazioni sono spesso una delusione per le idee con le quali si ha, a volte, la pretesa di “intuire” il sociale e l’economico. Balza subito agli occhi, ad esempio, che concetti oggi in voga quali deindustrializzazione, residualità operaia, centralità del cognitario siano nei migliori dei casi semplificazioni, oppure proiezioni soggettive di chi scrive.

Nel libro si trattano con dovizia di dati e di articolazione del ragionamento alcune questioni dirimenti. La struttura produttiva italiana è analizzata nella sua evoluzione dal 1971 ad oggi relativamente alla crescita o decrescita dei quattro settori di attività: agricoltura, industria, costruzioni, servizi. Parallelamente si ha una redistribuzione della composizione della forza lavoro relativa ai settori di attività. Si passa poi all’analisi delle principali caratteristiche della forza lavoro: per fasce di reddito, scomposte poi sulla base di altre variabili: settore produttivo, sesso, grado d’istruzione età, tipologia dell’azienda, regione di appartenenza. Con estrema attenzione si quantifica il tasso di sindacalizzazione della forza lavoro e le varie tipologie di contratto del lavoro dipendente. Fatta un’ampia anatomia delle caratteristiche dei lavoratori dipendenti che assommano a 23 milioni circa, si procede con eguale rigore all’anatomia di quello indipendente, dei disoccupati e dei Neet, acronimo questo che identifica quei giovani in età compresa tra i 15 e i 34 anni non occupati e fuori dai processi formativi.

I dati sono implacabili, discutibili certo, a differenza delle opinioni soggettive post-moderne. Non solo la classe subalterna non è cancellata nella società post-fordista né dalla presunta fine della storia ma, poiché si è accentuata la combinazione tra processi di terziarizzazione dell’industria e finanziarizzazione, tra lavoro produttivo e improduttivo, da un punto di vista materiale questi lavoratori sono più uniti che in precedenza. Ad esempio, le retribuzioni sono oggi molto più simili che in passato per un operaio, un impiegato, un facchino, un tecnico, un insegnate. E’ una tendenza all’eguaglianza verso il ribasso: blocco dei contratti, degli avanzamenti di carriera, precarizzazione, nuovi contratti di lavoro hanno ridimensionato le differenze fra chi all’inizio degli anni Novanta era all’ultimo gradino della scala sociale e chi si sentiva parte del ceto medio. Il settore pubblico tende a funzionare sempre più come quello privato lasciando così cadere l’ennesima distinzione interna alla classe. La classe in generale oggi è molto più omogenea che in passato, ma è una omogeneità frutto di perdita di posizione, un’uniformità tendente al ribasso.

La variegata composizione interna della classe lavoratrice è frutto di precise scelte legislative e contrattuali atte a favorire la valorizzazione del capitale a scapito dei salari. Il conflitto generazionale è indotto dalla pletora dei nuovi contratti precari e/o a tempo determinato che dividono nelle condizioni materiali di esistenza i giovani lavoratori dai “vecchi”. Ciò vale anche per la condizione delle donne lavoratrici rispetto ai lavoratori di sesso opposto e per i lavoratori immigrati. E’ poi la propaganda sfacciata a utilizzare tali contraddizioni per farne motivo di divisione e di scontro identitario generazionale, di genere, etnico. Sorprendenti e interessanti sono anche i dati relativi al tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e la mappatura dei conflitti sociali che caratterizzano il nostro paese. Certo, scrivono, la loro non è la conflittualità spettacolare del riot, ma è una conflittualità temibile perché continua, endemica, diffusa.

Nella parte conclusiva si prova a rispondere a domande importanti: come organizzare il conflitto, come favorire la possibilità di una strategia comune che dia un senso generale al conflitto di classe il quale, spesso, si presenta in forma sparsa, frammentata e isolata. E infine, perché la possibilità di un cambiamento radicale, data dall’oggettiva presenza di una classe sociale che avrebbe interesse a modificare i rapporti di produzione, non si traduce in rivolta? La risposta viene data citando Guy Debord il quale afferma che da tempo esistono tutte le condizioni oggettive per fare la rivoluzione, quindi la base oggettiva per la negazione c’è, ciò che invece manca è la possibilità di pensare politicamente la negatività al fine di definire una strategia per il cambiamento. Un libro da leggere insomma e da tener sempre pronto per la consultazione ogni volta che si vuole discutere di classi sociali e di struttura di classe.