Congresso Cgil, donne, immigrate/i e rappresentanza

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Lettera aperta ai compagni Nicola Nicolosi, Maurizio Landini, Domenico Moccia

di Sveva Haertter (iscritta Filcams- Cgil)

Per diversi anni ho lavorato alla Fiom nazionale occupandomi di immigrazione e tre anni fa ho scelto di dimettermi e di rientrare sul posto di lavoro. Negli anni in cui ho ricoperto quell’incarico, con le compagne ed i compagni immigrati abbiamo spesso e a lungo discusso dell’opportunità o meno di introdurre un meccanismo di quote, più vincolante rispetto alle varie raccomandazioni di mantenere nella composizione degli organismi dirigenti a tutti i livelli una proporzionalità rispetto alle iscritte ed agli iscritti immigrati presenti nel territorio. All’epoca abbiamo scelto di non rivendicare le quote e mi sento di dire che probabilmente abbiamo sbagliato. Sicuramente ho sbagliato io nel credere che fosse possibile cambiare la sensibilità e il modo di ragionare dell’organizzazione. Le responsabilità me le sono già assunte tornando a lavorare. L’amarezza resta però. Ed è giustificata dai fatti.

Scrivo a voi perché nel testo documento conclusivo che avete presentato al XVII Congresso della Cgil avete denunciato lo stato di crisi della Cgil, la mancanza di riscontro tra l’applicazione delle norme di vita interna e i cambiamenti avvenuti nella realtà, affermando che queste si configurano come una parodia dell’esercizio della democrazia che ha poco a che vedere con i soggetti che la Cgil vuole rappresentare, ma rispondono alle logiche e agli assetti dei gruppi dirigenti.

Parole sagge. Parole che però trovano un riscontro diretto proprio nella composizione e nella gestione della lista da voi presentata per il Direttivo Nazionale Cgil, che, anche scegliendo di mettere in cima alla lista un delegato dello stabilimento Fiat di Pomigliano, o anzi, anche in questo modo, a questa parodia hanno dato un contributo significativo.

Cosa è successo? Potendo contare in base alle percentuali congressuali sull’elezione di 16 o 17 compagne e compagni nel Direttivo Nazionale Cgil, l’unico compagno immigrato inserito nella lista è stato collocato al 25° posto. Ma, grazie ai miracoli del voto segreto, la lista ha preso più voti del previsto, conquistando esattamente 25 posti! A quel punto però è risultato che nella composizione della lista non era garantito l’equilibrio di genere previsto dallo Statuto e, applicando in modo “secco” le norme, tramite il meccanismo dello scorrimento, il compagno immigrato è stato sostituito dalla compagna che risultava prima dei non eletti. Una scelta diversa probabilmente avrebbe rischiato di compromettere equilibri ben più “delicati”, ovvero quelli tra voi e con i vostri rispettivi capibastone.

Sarebbe fin troppo facile dire che a fronte dell’esigenza di rappresentare la specificità delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati, si poteva derogare dalla norma statutaria sulla rappresentanza di genere. Avendo una mezza idea di come gira il mondo, una simile deroga aprirebbe un baratro, senza comunque riuscire ad affrontare (e possibilmente risolvere) un problema altrettanto serio di rappresentanza e rappresentatività.

Ho voluto citare questo episodio particolarmente sgradevole, squallido e soprattutto totalmente privo di coerenza rispetto a quanto affermato nel documento conclusivo da voi presentato, ma non posso e non voglio esimermi dal dire anche che non è di certo l’unico.

Le compagne ed i compagni immigrati sono stati penalizzati in tutto il percorso congressuale, fin dalle elezioni dei delegati al Congresso, passando per quelle degli organismi dirigenti a tutti i livelli. E questo in modo trasversale, a prescindere dai vari schieramenti.

Visti i fatti, invito le compagne ed i compagni immigrati a riflettere sull’opportunità di riaprire almeno una discussione sulle quote, ma soprattutto invito voi, in quanto responsabili della composizione della lista in cui si è verificato questo grave episodio, ad assumervi la responsabilità di rimediare sia all’errore politico commesso, che alla mancanza di rispetto non solo nei confronti di un singolo compagno, ma delle iscritte e degli iscritti immigrati che evidentemente non avete né titolo, né capacità, né – temo – intenzione di rappresentare.

Roma, 12 maggio 2014