RIPRENDIAMOCI LO SCIOPERO GENERALE

di Nando Simeonerodtchenko2

Due settimane fa le tre confederazioni sindacali CGIL CISL e UIL hanno firmato con la Confindustria il regolamento applicativo dell’accordo del 31 maggio 2013. La finalità di questo accordo tra gli apparati burocratici e l’organizzazione padronale è quella di rendere difficilissimi se non impossibili gli scioperi dei lavoratori e in particolare quelli che si possono produrre dal basso in forme di lotta estremamente dure ed efficaci; in ogni caso lo scopo è prevedere dure sanzioni per quegli operai, delegati o sindacati che volessero invece intraprenderli. Siamo di fronte ad una gabbia che nega i diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori ed è volta a prevenire forti mobilitazioni operaie contro le politiche di austerità e le condizioni di sfruttamento sempre più dure.

Non è un caso che, seguendo l’esempio di CSIL e UIL, anche la segretaria della CGIL, Camusso, abbia parlato dello strumento dello sciopero generale come di uno strumento obsoleto e poco efficace, quasi che nel corso degli anni non siano stati loro stessi a rinunciare a praticarlo indicendo forme di sciopero parziali, frammentate o puramente dimostrative e quindi effettivamente inutili a creare un rapporto di forza favorevole per la classe lavoratrice.

L’articolo che pubblichiamo ripercorre il dibattito che ha attraversato il movimento dei lavoratori sullo sciopero generale, evidenziandone le caratteristiche sia per mostrarne tutte le potenzialità che dimostrare come esso sia ancora uno strumento indispensabile non solo per la conquista di rivendicazioni sindacali normative ed economiche ma anche per la lotta complessiva di emancipazione della classe lavoratrice. (ndr)

RIPRENDIAMOCI LO SCIOPERO GENERALE

di Nando Simeone

A metà novembre la CGIL, unitariamente con CISL e UIL, ha dichiarato uno sciopero generale di 4 ore articolato su base regionale e con manifestazioni locali. Si è trattato dell’ennesima iniziativa puramente dimostrativa che non puntava affatto a far saltare la legge di stabilità e i suoi effetti antipopolari ma che anzi ne dava per scontata l’approvazione. Per di più la piattaforma sulla quale lo sciopero regionale era proclamato non aveva alcuna impostazione antipadronale ma si basava sul “patto” stipulato a settembre tra i tre sindacati confederali e la Confindustria: il risultato è scioperato per dare soldi alle imprese senza neanche pretendere il blocco dei licenziamenti.

Un gruppo di delegati sindacali di Roma e del Lazio quel giorno è sceso in piazza con la parola d’ordine “RIPRENDIAMOCI LO SCIOPERO GENERALE” rivendicando fortemente la fine di scioperi solo dimostrativi, proclamati solo a livello territoriale e che non danno fastidio a nessuno! Occorre che, nella predisposizione della piattaforma, gli scioperi siano fondati sulla partecipazione attiva dei lavoratori coinvolti attraverso una campagna di assemblee e di attivi! Ci vorrebbe un sindacato conflittuale e di lotta, indipendente sia dai governi che dalle forze politiche e non subalterno ai padroni! La CGIL dovrebbe organizzare in tempi brevi uno sciopero generale vero che blocchi l’intero paese con una grande manifestazione nazionale a Roma per chiedere le dimissioni del governo Letta, governo delle banche, dell’austerity e della Troika.

Appena una settimana dopo questi avvenimenti a Genova gli autoferrotranvieri hanno scioperato ad oltranza per 5 giorni bloccando totalmente il trasporto pubblico locale. Questi lavoratori hanno saputo osare per ben cinque giorni di fila da una parte”disobbedendo” alla legge 146 antisciopero e dall’altra resistendo alla precettazione che gli imponeva il Prefetto. È bastato che in una grande città un po’ più di 2.000 lavoratori e lavoratrici tipicamente”tradizionali” si muovessero in maniera decisa che il loro messaggio diventasse un’indicazione concreta di rivolta e ribellione al potere favorendo anche uno spostamento di rapporti di forza. Al di là degli attuali livelli di coscienza di classe, ciò è determinato dalla forza strutturale e contrattuale che la classe lavoratrice ha nella possibilità di bloccare gli ingranaggi del sistema produttivo e in questo caso specifico nella produzione di servizi. Questa forza se esercitata consente immediatamente di indicare una prospettiva generale e di raccogliere intorno a sé altri comparti e settori delle masse popolari. L’esempio dei tranvieri genovesi è stato infatti seguito dalle lavoratrici e dai lavoratori toscani a Firenze, Pisa, Livorno dove nel trasporto pubblico locale sono state messe in campo iniziative di lotta particolarmente radicali.

A distanza di una settimana dalle giornate di Genova la segretaria nazionale della CGIL, Susanna Camusso, in un convegno organizzato dalla FIOM a Bologna ha affermato che lo sciopero generale non basta più. Siccome è difficile credere che con ciò la segretaria della CGIL abbia voluto annunciare il passaggio a forme di lotta rivoluzionarie, è probabile che di quest’affermazione sia giusta l’interpretazione che ne ha voluto dare la stampa: basta con lo sciopero generale. Bonanni, segretario della CISL, non aspettava altro per dichiarare a sua volta di essere contento di queste affermazioni della Camusso perchè un muro è crollato e a Palermo ha spiegato che gli scoccia fare questi discorsi visto che la CISL ormai li fa anni ma, a causa di ciò, è sempre stata incompresa, vilipesa, offesa e aggredita. Manca solo Luigi Angeletti ma se si vuole accomodare c’è posto.

Queste dichiarazioni sono venute non solo dopo la durissima lotta dei lavoratori e delle lavoratrici del trasporto pubblico ma contemporaneamente alle manifestazioni dei forconi e in apertura del XVII congresso nazionale della CGIL. La gravità di questa asserzione è data dal contesto in cui è avvenuta: il rischio di esplosione sociale è alto ma non è scontato che l’esplosione sociale assuma una dinamica progressista e di sinistra, anzi i rischi di un movimento reazionario di massa sono alti e sono strettamente legati alla capacità della classe lavoratrice di assumere una sua iniziativa autonoma. Questo è tanto più grave se si pensa anche alla piena indifferenza di quella che una volta era la sinistra sindacale e al silenzio assordante di Landini!

Se però proviamo ad analizzare lo sciopero generale alla luce di quella che è stata la storia del movimento operaio e sindacale del ‘900, scopriamo che non è uno strumento di lotta così inutile e obsoleto.

Partiamo dal presupposto che non è facile dare una definizione di sciopero generale: cosa distingue uno sciopero generale da un semplice sciopero di vasta dimensione? Non si può rispondere a questo interrogativo in maniera meramente quantitativa; sarebbe assurdo pensare che uno sciopero si può definire generale solo se aderiscono fino all’ultimo lavoratore e all’ultima lavoratrice.

In linea generale possiamo dire che alcune delle principali caratteristiche di uno sciopero generale sono individuabili nei seguenti tratti:

a) è vasto e largamente intercategoriale sia per quanto riguarda i partecipanti che per gli obiettivi;

b) va largamente oltre il settore privato: coinvolge elementi decisivi di tutti i lavoratori e le lavoratrici dei servizi pubblici, paralizzando così non solo le fabbriche ma anche tutta una serie di enti statali quali ferrovie, gas, elettricità, acqua, ecc.;

c) ha un carattere continuativo e/o prolungato;

d) crea nel paese un ’atmosfera che è inafferrabile e che forse ne è il fattore principale: la dimensione è quella dello scontro globale tra le classi che non è lo scontro tra un settore del padronato e un settore di classe operaia ma più complessivamente è lo scontro della classe lavoratrice nel suo insieme contro il padronato nel suo complesso, anche se la partecipazione dei lavoratori non dovesse essere del 100% o del 90%.

Cercando una semplificazione delle diverse concezioni possiamo dire che, tra la fine del XIX secolo e per tutto il XX secolo, nel movimento operaio si sono scontrate due concezioni: da una parte i social democratici che hanno sintetizzato la loro idea di sciopero nella famosa formula dei sindacati socialdemocratici tedeschi “Lo sciopero generale è l’idiozia generale”, vale a dire che uno sciopero generale è impossibile in regime capitalista, e dall’altra i marxisti rivoluzionari che invece vedevano nello sciopero generale in un paese a capitalismo avanzato un modello della rivoluzione socialista. Guardando al corso della storia del movimento operaio del XX secolo si può dire che tutta questa parte del ragionamento classico dei socialdemocratici si è rivelata completamente errata.

Quale ragionamento c’è dietro l’argomentazione socialdemocratica?

Si tratta di un punto di vista assolutamente meccanicistico basato sulla presunta simultaneità di tutta una serie di processi: i socialdemocratici sostenevano che, perché uno sciopero generale riuscisse, era necessario che tutti gli operai fossero organizzati e che già fossero socialisti; ma se tutti gli operai fossero già socialisti e organizzati, non avrebbero bisogno di uno sciopero generale perchè avrebbero la maggioranza in parlamento e il potere nello Stato. Naturalmente, la presunta simultaneità dei tre processi (capacità di lotta, organizzazione e coscienza) è completamente errata: una classe lavoratrice ancora organizzata in modo minoritario e socialista ancora in una minoranza relativamente esigua si è dimostrata storicamente in grado di fare uno sciopero generale. Tra i tre processi non c’ è necessariamente coincidenza.

L’errore metodologico soggiacente a questa concezione meccanicistica sta nella sottovalutazione estremamente decisiva dell’azione come fonte di coscienza. Si tratta dell’idea che occorra prima una propaganda individuale rivolta ad ogni singolo operaio per permettergli di raggiungere un determinato livello di coscienza, laddove l’esperienza ha dimostrato che è esattamente grazie a grandi scioperi politici di massa e grazie a scioperi generali che tutta una frangia della classe lavoratrice, che non può accedere alla coscienza di classe par la via individuale dell’educazione e della propaganda, acquisisce o si impossessa della coscienza di classe, diventando estremamente combattivo.

L’approdo di questo errore ha costituito una costante nel dibattito tra la sinistra e la destra del movimento operaio in Europa fin dall’inizio del secolo XX. Rosa Luxemburg ad esempio ha svolto un ruolo decisivo in questo dibattito, ancor più degli stessi Lenin e Trotskij: la rivoluzionaria tedesca ha capito che la divisione della classe operaia tra avanguardia organizzata e retroguardia disorganizzata è una concezione molto semplicistica e angusta della realtà. Per capire la realtà, oltre all’avanguardia organizzata e alla retroguardia disorganizzata va introdotto nell’analisi almeno un terzo elemento composto da quella parte di operai non organizzati che nella lotta di massa possono scavalcare tutta una parte della classe lavoratrice organizzata che, a causa della burocratizzazione delle organizzazioni sindacali, tenderà a seguire nella lotta le parole d’ordine della burocrazia, cessando così di essere avanguardia nella lotta. Questa tesi di Rosa Luxemburg è stata fraintesa, è stata considerata una tesi spontaneista quando non è assolutamente così; c’è sì un elemento di spontaneismo, ma solo un elemento che riguarda la comprensione del fatto che “organizzato” non necessariamente coincide con “avanzato”, cosa che anche oggi è un dato evidente e che nessuno si sognerebbe di contestare. Rosa Luxemburg non era in assoluto ostile all’organizzazione, era anzi favorevolissima ad essa e si rendeva conto, semplicemente, che non necessariamente organizzazione e avanguardia coincidono in tutti i momenti, soprattutto al momento di uno sciopero generale (E. Mandel)

Un elemento che bisogna sottolineare è il seguente: no sciopero generale è oggettivamente politico, per il fatto di implicare lo scontro tra la classe borghese e la classe lavoratrice. C’è un grande esempio storico in Europa che lo conferma, forse tra i più importanti prima del maggio ’68 ed è l’esempio del giugno 1936 in Francia dove non si avanzava alcuna rivendicazione politica, dove gli operai occupavano le fabbriche e avanzavano solo apparentemente obiettivi di tipo economico (riduzione dell’orario di lavoro, ferie retribuite, ecc., al limite “controllo operaio”), ma chi ha esaminato quel movimento, si sono resi ben conto che quei lavoratori rivendicavano, al fondo, infinitamente di più di quel che erano in grado di articolare.

Il ‘900 in Europa è stato attraversato da tanti scioperi generali che chi non ha vissuto ha studiato avendo così l’occasione di notare le conseguenze di uno degli aspetti fondanti dello sciopero generale, ossia il suo carattere prolungato e/o continuativo che è quello che “costringe” i lavoratori in sciopero o in lotta a dotarsi di proprie strutture di autorganizzazione come, ad esempio, l’assemblea generale dei lavoratori in sciopero che decide forme e modalità della lotta e coordinamenti dei delegati eletti e revocabili dalle proprie assemblee di fabbrica o di azienda. Nel nostro paese queste forme di partecipazione di massa dei lavoratori si sono viste nei momenti più alti dello scontro di classe come il movimento dei consigli negli anni ’20 e nei mesi di giugno e luglio del ’69 quando a Mirafiori incominciare, per poi allargarsi a macchia d’olio, la creazione dei delegati di reparto. Questi venivano eletti da un gruppo operaio omogeneo indipendentemente dalla affiliazione politica e sindacale ed erano revocabili in qualsiasi momento. Era un’iniziativa che rompeva con la prassi consuetudinaria delle organizzazioni sindacali contrastandone i disegni burocratici (anche se i burocrati erano costretti abbastanza rapidamente a fare buon viso a cattivo gioco). In realtà, l’emergere dei delegati e dei consigli era lo sbocco di un movimento «spontaneo», contraddistinto dalla dinamica anticapitalistica e antiburocratica e dal punto di vista delle strutture segnava il punto più alto del movimento operaio del nostro paese.

Per non andare troppo indietro negli anni, possiamo ricordare anche la straordinaria lotta dei lavoratori francesi del pubblico impiego e dei servizi nel 1995. All’epoca in Francia come in Italia si voleva far pagare alla classe lavoratrice il prezzo del rispetto dei “parametri di Maastricht”.

Il 15 novembre Juppé presentò all’Assemblea Nazionale il suo piano di riforma contro le pensioni e l’assistenza malattia (“Piano Juppé”). Esso prevedeva vari attacchi alla Sécurité Sociale e soprattutto il passaggio anche per i dipendenti pubblici dai 37 anni e mezzo di contribuzione ai 40 . Nella stessa settimana fu varato anche il “contratto di piano” per la SNCF (le ferrovie), un contratto tra Stato ed ente ferrovie che peggiorava le condizioni di lavoro degli addetti.

I sindacati proclamano lo sciopero generale di 24 ore del pubblico impiego e dei trasporti che si svolse il 24 novembre: 5 milioni furono gli aderenti allo sciopero, il Paese si paralizzò e code di auto di chilometri circondarono le città. È da quel momento che è iniziata la mobilitazione destinata a rimanere in scena per tre settimane e a piegare Juppé. I ferrovieri infatti avevano deciso di restare in sciopero, seguiti dai lavoratori dei trasporti della città di Parigi (RPT), delle poste, della telefonia (France Telecom) e dell’azienda elettrica (EDF). Si unirono alle proteste anche gli universitari che erano in agitazione già da ottobre per ottenere maggiori fondi per l’istruzione e migliori condizioni di studio. Il 30 novembre la Francia era già alla paralisi: mezzi fermi e negozi semivuoti. Il 5 dicembre le manifestazioni che si svolsero in tutto il Paese raccolsero 700.000 persone nelle piazze, ma Juppé non cedette e si limitò a concedere ai dirigenti sindacali una convocazione. Il 7 dicembre si raccolse un milione di persone nelle manifestazioni e il governo affidò ad un mediatore il compito di negoziare ma i sindacati rifiutarono pretendendo la presenza di Juppé al tavolo delle trattative. La paralisi divenne sempre più grave, in un clima di crescente coinvolgimento popolare e sostegno da parte dell’opinione pubblica. Il 10 dicembre Juppé dichiarò in TV la sua disponibilità al negoziato. Il 12 dicembre due milioni di manifestanti scendono in piazza partecipando ai diversi cortei. Juppé cedette sui due punti chiave: piano di ristrutturazione delle ferrovie e pensioni ma non sugli altri aspetti del suo pacchetto. A partire dal 15 dicembre ci fu un lento rientro nella normalità e il 16 dicembre la manifestazione conclusiva raccolse ancora nelle piazze più di un milione di persone. Durante quello sciopero generale del pubblico impiego e dei servizi, tra i lavoratori e gli studenti si crearono forme di autorganizzazione di tipo consiliare: delegati eletti e revocabili in qualsiasi momento dall’assemblea degli scioperanti e dalle facoltà occupate per gli studenti mentre il coordinamento dei delegati in sciopero eleggeva a sua volta rappresentanti nel coordinamento nazionale .

Per arrivare ai giorni nostri, dobbiamo analizzare quella che giornalisticamente è stata definita la primavera araba nata da un combinato tra crisi economica e richiesta di democrazia; in Tunisia, ad esempio il movimento è iniziato con un’esplosione sociale che immediatamente si è saldata con l’opposizione al regime dispotico di Ben Ali.

Sia in Tunisia che in Egitto il cuore della rivoluzione sono stati i giovani, per lo più tra i venti e i trenta anni, una generazione nata e cresciuta sotto regimi oppressivi e senza prospettive per il futuro. Il movimento operaio ha svolto un ruolo determinante per la cacciata dei due dittatori. In questi due paesi infatti il movimento operaio ha ancora un peso significativo; è una forza che ha radici popolari ed l’unica forza capace di costruire un’alternativa all’integralismo religioso. In Tunisia Ben Alì è scappato dal paese proprio durante lo sciopero generale. Dopo giorni di scioperi regionali e settoriali, sempre in Tunisia abbiamo visto la formazione di alcune strutture di autorganizzazione come i Comitati di difesa della Rivoluzione che, nati per proteggere i quartieri dalle milizie paramilitari, sono diventati presto una forma di autogestione fondamentale in un momento in cui il crollo dell’apparato statale benalista aveva lasciato i territori sprovvisti di amministrazione. Pur con difficoltà di strutturazione e di coordinamento i comitati hanno rappresentato una delle principali forme di autorganizzazione del movimento. In Egitto, con le enormi mobilitazioni di massa e le tende a simboleggiare una protesta continua e permanente è Piazza Tahir il simbolo della Rivoluzione ma anche della primavera Araba. Non dobbiamo dimenticare l’impatto che hanno avuto gli scioperi di massa del febbraio 2011, prima e dopo la caduta di Mubarak: la vastità delle proteste e degli scioperi non coordinati dei lavoratori ha avuto un potente effetto “disorganizzante” rendendo impossibile l’isolamento delle proteste di massa in Piazza Tahrir dal resto della società. Dopo la caduta di Mubarak, il proseguimento e l’ampliamento di quest’ondata di scioperi è ancora servito a “disorganizzare” il regime e a dissipare l’illusione di un rapido ritorno alla “normalità”, ponendo con forza le esigenze sociali della classe operaia e degli strati più ampi dei poveri nell’agenda politica. Dopo la caduta di Mubarak, sulla base dell’organizzazione degli scioperi che l’hanno preceduta e seguita, è stata fondata la nuova Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (FESI) che è una forza significativa che dichiara circa un milione e mezzo di aderenti. Quest’organizzazione ha svolto un ruolo decisivo nel rovesciamento di Mubarak. La rivoluzione egiziana ha avuto un’eco tra la popolazione mondiale, basti pensare alla grande manifestazione sindacale di Londra del marzo 2011, al movimento degli indignati in Spagna e in Grecia e più recentemente al movimento Occupy che si è diffuso negli Stati Uniti che sicuramente si è prodotto anche grazie ad una concentrazione mediatica mondiale molto più importante sugli eventi dell’Egitto che non su tutti gli altri paesi arabi.

Oggi ci troviamo di fronte ad un fase di riflusso del processo rivoluzionario, a noi però serve per mettere in evidenza come anche di recente si sia prodotta una dialettica vincente frutto di mobilitazioni di massa combinate con lo sciopero generale. Questo combinato dialettico di lotta e di movimento ha avuto la forza di cacciare due terribili dittatori!

In sintesi possiamo affermare che nelle Rivoluzioni Arabe il movimento operaio continua a giocare un ruolo fondamentale e che lo strumento dello sciopero generale rimane uno strumento indispensabile per qualsiasi ipotesi rivoluzionaria.

In questi anni nel nostro paese, abbiamo assistito ad una graduale e lenta perdita di efficacia dello strumento dello sciopero generale: più le burocrazie sindacali viravano su posizioni moderate, spinte anche dai loro partiti di riferimento, che da social democratici diventavano social liberisti, più lo sciopero generale diventava solo un elemento dimostrativo. Si sono proclamati scioperi di solo 8 ore, di 8 ore ma decentrato a livello territoriale, di 4 ore e articolato regionalmente in giorni diversi, manifestazioni nazionali senza sciopero generale, sciopero generale senza manifestazione nazionale che in ultima analisi sono tutte formule che hanno la finalità di depotenziare lo strumento più classico e più efficace che il movimento operaio e sindacale ha a disposizione per difendersi e per contrattaccare l’arroganza dei padroni e dei loro governi.

A questo punto possiamo trarre le prime conclusioni: le dichiarazioni della Camusso sono il tentativo politico ed ideologico di traghettare definitivamente anche la CGIL verso un nuovo modello di sindacato, non più basato sulla lotta e la contrattazione, ma verso il sindacato dei servizi, neo corporativo di cislina memoria!! Il quadro politico e le vicende del PD con l’affermazione prepotente di Renzi non potranno che amplificare questo processo in atto!!

Anche per questi motivi è importante avere una nuova area programmatica di classe in CGIL. È una priorità politica e sindacale creare un’area organizzata attraverso una rete di delegati e delegate per provare a modificare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, che in ultima analisi sono i soli che modificano i rapporti di forza complessivi tra le classi. Occorre perciò un nuovo sindacato di classe democratico e di massa.

Questo deve essere il nostro orientamento strategico in questa fase storica dove si avverte fortissima la pratica di una politica consapevole di ricostruzione della coscienza e della necessità di una organizzazione sindacale di massa, autonoma, democratica e classista.

Affermiamo con chiarezza che vi è la necessità di costruire quel sindacato di classe e di massa, fondato su basi democratiche, che oggi non esiste e che non sarà un processo di breve periodo o che si possa costruire dal semplice assemblaggio dei gruppi dirigenti del sindacalismo di base e della sinistra CGIL.

Sicuramente i punti da cui partire, senza produrre forzature, sono i sindacati di base e l’opposizione di sinistra in Cgil ma occorre anche e soprattutto un nuovo protagonismo della classe lavoratrice. Gli steccati si possono superare e le ricomposizioni produrre solo di fronte a grandi avvenimenti e mobilitazioni di massa che spingono tutti i protagonisti a ripensare posizioni politiche e forme organizzative e che possono permettere l’emergere delle strutture di autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Non possiamo prevedere quando e come analoghe potenzialità si produrranno. Sarà la concreta dinamica della lotta di classe a produrre le ricomposizioni come nel 1968-69 e una nuova fase di autoorganizzazione di massa come nel 1992-93. Possiamo però lavorare per favorire al massimo la costruzione delle resistenze sociali e rafforzare tutte le iniziative critiche e di opposizione contro le scelte dei gruppi dirigenti confederali, sia dentro la CGIL, costruendo e rafforzando la nuova area di opposizione al suo interno, le sue iniziative e quelle unitarie di tutte le sinistre, sia fuori di essa, spingendo verso la convergenza e, laddove possibile, anche a un forte livello di unità d’azione dei e coi sindacati di base. La presenza e il lavoro nelle strutture della CGIL resta ineludibile e si basa sul fatto che essa raccoglie ampi settori di lavoratori con cui è necessario interloquire, lottare insieme se possibile e costruire un’ unità di intenti con i quadri più critici e maturi, consapevoli delle necessità di dare risposte adeguate alle esigenze dei lavoratori. La costruzione di una nuova area classista in CGIL, basata sulla centralità dei delegati, per riunificare le lotte e costruire l’unità con tutto il sindacalismo conflittuale e di base e con i movimenti sociali, per promuovere lotte e mobilitazioni di resistenza contro le politiche di austerità, è il compito prioritario su cui impegnarsi nel prossimo periodo.