Il teatro dei potenti e la realtà sociale

di Franco Turigliatto

Alfano_lettaColoro che seguono questo sito hanno verificato che non scriviamo ogni istante sul “dibattito politico” quotidiano delle principali forze politiche; il nostro palinsesto non segue le prime pagine dei giornali della borghesia e i suoi schiamazzi interessati.

Le ragioni sono semplici: proviamo a tenere la barra dell’attenzione dei nostri lettori sui “fondamentali”, cioè le dinamiche e le scelte economiche del governo, i loro effetti sulla condizione di vita delle masse lavoratrici, i livelli di coscienza, le resistenze sociali, i rapporti di forza tra le classi, gli obbiettivi e le piattaforme di lotta con cui misurarsi per rispondere alle politiche di austerità e al neoliberalismo imperante. E lo facciamo intrecciando in sinergia le vicende nazionali e quelle internazionali.

Il dibattito e i conflitti “politici” proposti dalle pagine dei giornali ricercano un effetto deviante sui lettori funzionale alla propaganda ideologica della classe dominante; in essi sono riscontrabili gli abissi di infamia, alterigia e sciattezza dei vari esponenti del padronato e dei loro conviventi politici in una fase di crisi storica del capitalismo, ma, proprio per questo, di selvaggia aggressione alle classi lavoratrici. L’effetto che produce in larghi settori di massa questa rappresentazione mediatica è molte volte rivoltante, nel senso che può spingere alla rivolta, ma anche al qualunquismo “incazzato” ed impotente.

Lo scontro dei burattini

Quale sceneggiata si recita sulle tavole del palcoscenico politico ufficiale?

Entrambi gli schieramenti di centro destra e di centro sinistra sembrano percorsi da conflitti durissimi tra di loro e al loro interno, caratterizzati da dure minacce e da linguaggi insultanti.

Ma come è possibile appassionarsi ancora alle vicende di Berlusconi e di un centro destra che si è infine diviso in due tronconi? Alfano e il suo schieramento hanno trovato la “forza” di separare, almeno in parte, la loro sorte da quella del cavaliere sia perché questi è in fase discendente, sia perché settori consistenti della borghesia li sostengono per la stabilità del governo e la continuità dell’austerità che non deve essere interrotta da immediati traumi elettorali.

Resta da dimostrare la capacità futura di Alfano e soci di recuperare consensi elettorali, come è tutta da verificare l’attrazione della nuova Forza Italia e quali orientamenti di destra o di estrema destra assumerà per polarizzare lo scontento popolare.

Anche la stabilità dell’ipocrita governo Letta dovrà essere confermata o meno.

Dall’altra parte, come appassionarsi al conflitto del giovane Renzi contro tutti gli altri del PD, compreso Letta, che rischia di ostacolargli la corsa alla Presidenza del Consiglio?

Renzi costituisce l’insostenibile leggerezza dell’essere politicista; le sue furbesche affermazioni politiche sono la vacuità della vacuità e hanno potuto avere successo solo per il forte aiuto dei mass media e per i ripetuti fallimenti del PD che spinge molti suoi iscritti ed elettori a ricercare finalmente un “cavallo vincente”. Per altro i suoi concorrenti sono del tutto interni, come Renzi, alle politiche dell’austerità da sempre abbracciate dal PD.

Insieme nel gestire l’austerità e a svendere il patrimonio pubblico

Lo scontro in questo teatro dei burattini, dove le fila e i reali programmi sono gestiti dai potentati economici europei e dalla troika è solo per accaparrarsi qualche consenso in più e difendere uno spazio politico: tutti insieme governano e gestiscono il famigerato fiscal compact tanto vero è che la discussione sulla legge di stabilità serve solo ad individuare dove distribuire i tagli, operati tutti all’interno di un solo sacco, quello dei redditi delle classi popolari, salvaguardano interessi e rendite della borghesia. Il Corriere della Sera supera ogni limite razionale a fini propagandistici quanto titola in un articolo “Letta e Hollande contro l’austerity Avanti con la Torino-Lione” riportando le dichiarazione dei due leaders che si esercitano in frase vuote come “ La crescita, l’occupazione e la stabilità dell’eurozona devono essere il cuore delle nostre decisioni” oppure “lavorare insieme perché la prossima legislatura (europea) sia quella della crescita, lasciandoci dietro la legislatura della sola austerità”.

Nello stesso giorno il Consiglio dei ministri proclama che procederà rapidamente alla privatizzazione di importanti comparti produttivi ed economici: la svendita di beni della collettività per pagare le rendite finanziarie; una svendita che sarà appannaggio di quegli stessi che lucrano sul debito pubblico!

Quindi come appassionarsi alla loro discussione sulla mancata partecipazione popolare alle elezioni quando ne sono causa e ancor meno sui loro diversi progetti di nuova legge elettorale, uno più antidemocratico dell’altro e tutti rivolti a far fuori la sinistra e una possibile rappresentanza parlamentare dei movimenti di lotta?

Sotto la spinta dei media e del padronato si stanno infatti muovendo verso una ulteriore restringimento della democrazia e la modifica presidenzialista della Costituzione; non si preoccupano certo per il decadere della credibilità delle istituzioni democratiche parlamentari borghesi emerse dal dopoguerra; anzi usano questa decadenza per realizzare un sistema istituzionale funzionale a questa fase del capitalismo: una democrazia sempre più formale e una decisionalità senza ostacoli o contrapposizioni. Per qualcuno il modello è direttamente quello di un consiglio di amministrazione; e le istituzioni europee già vi si avvicinano.

Per non parlare della giustizia, dove la vicenda Cancellieri ha dimostrato come essa sia concepita a due livelli dalle classi dominanti, quella per il popolo con annessa galera e quella per loro stessi con annessa impunità.

La sofferenza sociale della classe lavoratrice

Scendiamo in platea, nella società reale, nella materialità della sofferenza della classe lavoratrice e dei settori popolari più larghi.

E’ sofferenza per i migranti costretti a subire il ricatto del permesso di soggiorno, per la disoccupazione dilagante di giovani e meno giovani, per i lavori precari che arrivano rapidamente a scadenza, per la mancanza di un reddito, per salari sempre più taglieggiati, per una abitazione che non si ha (ma nella sola Roma ci sono 250.000 case vuote), per condizioni di lavoro sempre più degradate, in cui ai padroni ormai è possibile usare ogni sorta di ricatto e di arbitrio per imporre drastiche riduzioni di salario, orari di lavoro impossibili, forme di sfruttamento invereconde, come ognuno può verificare ogni giorno dalle testimonianze dei tanti che le subiscono.

E’ sofferenza per la contrazione dei servizi sociali e pubblici, a partire dalla sanità che diventa ogni giorno più costosa ed irraggiungibile per ampi strati della popolazione, per gli asili che non ci sono, per i trasporti pubblici che diventano sempre più cari e qualche volta inesistenti.

La materialità della realtà sociale e pubblica sono 880 mila milioni di ore di cassa integrazione questo anno, cioè l’equivalente di mezzo milione di lavoratori in cassa integrazione a zero ore con una riduzione del reddito pari a 3, 3miliardi di euro, cioè 6.600 euro per ogni lavoratore.

La materialità è nelle politiche della grande borghesia e delle banche che per ramazzare nuove risorse per difendere rendite e profitti esercitano anche l’impoverimento di vasti settori di piccola borghesia, di commercianti e di lavoratori indipendenti, che perdono la loro condizione di stabilità e sono sprofondati verso il basso: molti di questi sono anche ex lavoratori che dopo aver perso il posto di lavoro hanno aperto una piccola attività commerciale che ben presto arriva al capolinea. Sintomatico il blocco della stazione a Torino da parte di centinaia di ambulanti che si sono visti aumentare del 600% la tassa sulla occupazione del suolo pubblico da parte della giunta “sinistra” di Torino.

Lo scempio del territorio

Materialità infine è lo scempio del territorio che è stato fatto in tutti questi anni e di cui la natura si vendica con eventi atmosferici incontrollabili e che viene duramente pagato dalle popolazioni con morti e distruzioni. In questi giorni, di fronte alla tragedia della Sardegna, ancora una volta le lacrime di coccodrillo dei governanti responsabili del degrado ambientale si sprecano e il capo della Protezione civile dichiara che “c’è stato un consumo abnorme del territorio.” Il Corriere della Sera afferma che “le sconsiderate variazioni di destinazione d’uso delle superfici” hanno fatto perdere all’Italia in 40 anni 5 milioni di ettari di terreni agricoli.

C’è da trasecolare. Chi ha fatto queste scelte? Chi legge dopo legge ha permesso e promosso questo scempio? Chi spinge i comuni a cercare risorse nella cementificazione? Chi in questi giorni, dentro la legge di stabilità ha messo norme per una nuova cementificazione, di costruzione di stadi, centri commerciali, palazzi a schiera? Chi ha scelto di fare le grandi opere inutili e distruttive?

Come può permettersi il Corriere di dedicare diverse pagine di esaltazione della Tav e nello stesso numero parlare di “consumo di territorio abnorme”. Se c’è un’opera, se mai sarà fatta, che distrugge il territorio, inquina e provoca disastri è proprio la tav; con quel pochissimo che hanno già compiuto sono riusciti a trasformare una delle parti più belle ed archeologiche della zona in un cantiere mostruoso, un fortino illegittimo difeso da un vero esercito armato dalla rabbia sacrosanta degli abitanti della valle.

La materialità della lotta di coloro che stanno in basso

Ma la materialità per fortuna è anche altro: sono le resistenze, le ribellioni, le lotte e le mobilitazioni che cominciano a prodursi in diversi ambiti sociali e che danno speranze di poter contrastare i teatranti politici e il padronato che ne scrive i copioni.

Sono le giornate del 18 e 19 ottobre con lo sciopero e le manifestazioni romane, sono le grandi mobilitazioni popolari del 19 novembre a Napoli e in Valle Susa, ma sono anche le tante lotte che si manifestano per difendere il posto di lavoro, per impedire la privatizzazione dei servizi sociali. Sono le straordinarie giornate di Genova di questi giorni dove i lavoratori dei trasporti stanno dando un esempio a tutta la classe lavoratrice in termini di chiarezza di contenuti e delle forme democratiche e radicali di lotta. E non a caso tutto questo non trova spazio sui mass media perché il silenzio su di esso è parte integrante della lotta di classe che la borghesia conduce contro la classe lavoratrice.

Questi movimenti di lotta indicano che, se pure ancora la passività e la demoralizzazione attraversano larghi settori del proletariato, la situazione può modificarsi, le lotte possono moltiplicarsi.

Dobbiamo lavorare per l’unità dei vari movimenti che già si manifestano o che possono manifestarsi e costruirsi; i nemici sono gli stessi, governo e padroni per usare un’espressione desueta, ma non per questo meno reale. Servono obbiettivi e piattaforme comuni, per tornare protagonisti rifuggendo dall’individualismo; occorre contrastare la demoralizzazione di coloro che invocano genericamente forche o galera per tutti, finendo di non riconoscere i comuni interessi che hanno con la persona che sta dall’altra parte della strada, che ha un altro tipo di lavoro, ma che soffre come lui.

Siamo di fronte a molteplici ingiustizie sociali e violente. Per non accettarle e sconfiggerle non solo c’è la necessità, ma anche il dovere di costruire insieme alle resistenze e alla lotta quotidiana un progetto rivoluzionario per scalzare dalla radice la società capitalista esistente.