Tutto il mondo protesta e in Italia?

di Nando Simeone (da Rete28aprile.it)

Il ruolo della Cgil e la necessità di una nuova Area Programmatica di Opposizione

L’elenco dei paesi attraversati da massiccie mobilitazioni per fortuna è molto lungo, Turchia, Brasile, Egitto, Spagna, Grecia, Tunisia, Bulgaria, India, Cile, Stati Uniti, Romania sono forse l’inizio di un nuovo movimento Globale di resistenza alle politiche di Austerity e la cosa interessante è il fatto che coinvolge anche quei paesi che conoscono una forte crescita come il Brasile, l’India e in parte anche la Turchia. Le esplosioni sociali stanno coinvolgendo un po’ tutti i paesi e questo è il segno inequivocabile della crisi globale che investe il capitalismo nella sua fase della decadenza.

Il capitalismo globale è un fenomeno complesso che influisce in modo diverso su paesi diversi, ma ciò che unisce queste proteste è che sono tutte reazioni a sfaccettature diverse della crisi della globalizzazione capitalista.

In Italia l’assenza di un movimento di massa pesa in modo evidente sul comportamento delle forze politiche di governo sospinti sempre più verso una deriva antidemocratica ed autoritaria. Il governo delle larghe intese è chiamato a gestire una austerità sempre più dura, costruire cortine fumogene per cercare di coprirla, lavorare per mettere gli uni contro gli altri, giovani e vecchi, un settore sociale contro un altro, garantire sfruttamento, profitti e rendite.

Chi avrebbe la forza per costruire un movimento di resistenza, parliamo delle forze sindacali e segnatamente della Cgil, ha però scelto la linea del pieno sostegno al governo e della totale collaborazione con la Confindustria, tanto da firmare l’accordo corporativo sulla rappresentanza del 31 maggio.

Deve essere chiaro a tutti che i rapporti di forza tra le classi dipendono in grandissima parte dalle scelte operate in questi ultimi decenni dalle direzioni confederali e, più nello specifico, da quella della CGIL, che, per il suo radicamento storico nei settori più combattivi e politicizzati, è stata il veicolo più efficace per far penetrare tra gli operai avanzati tutti i luoghi comuni della ideologia liberista “temperata”.

Nell’ultimo congresso della CGIL Epifani aveva iniziato un percorso di graduale ma deciso riavvicinamento con Cisl e Uil e di nuova adesione ai disegni padronali di azzeramento delle conquiste operaie, con la direzione di Susanna Camusso quel processo è stato portato a compimento.

La Fiom ha tentato di creare un asse alternativo alla direzione confederale assieme alla Funzione pubblica e alla federazione dei bancari; tutti insieme hanno costruito un documento alternativo sostenuto anche dalla rete 28 aprile, che diede il via alla “CGIL Che Vogliamo”.

Quel congresso ha sancito la sconfitta di quel tentativo, solo la FIOM riuscì a vincere il congresso nella propria categoria sull’opzione alternativa, FP e Bancari hanno subito una secca sconfitta, nelle altre categorie i risultati della CGIL Che Vogliamo sono stati piuttosto modesti. Il congresso si concluse con un risultato del 17% al documento alternativo. Le aree più moderate hanno vissuto quel risultato con grande delusione, gradualmente quei dirigenti che avevano animato il documento alternativo sono rientrati in maggioranza.

La FIOM passata nelle mani di Maurizio Landini, ha accantonato ogni velleità di svolgere un ruolo alternativo al gruppo dirigente confederale, riprendendo un dialogo seppur conflittuale con esso, trascinando con sé quello che è rimasto della CGIL Che Vogliamo.

Il gruppo dirigente della Fiom, anche se in modo più contraddittorio e meno lineare, sta operando per rientrare nell’alveo del sindacalismo subalterno. Lo hanno rivelato l’accettazione dell’accordo alla Bertone di Grugliasco, le mancate lotte di Termini Imerese o di Grottaminarda, i tentativi di stipulare patti di non belligeranza con Fim e Uilm e, infine, l’assenso fornito all’accordo del 31 maggio sulla rappresentanza.

Ad oggi non c’è nessuna volontà da parte dei gruppi dirigenti della CGIL Che Vogliamo e tanto meno del gruppo dirigente FIOM di presentare un documento alternativo per il prossimo congresso, l’unica Area programmatica che presenterà il documento alternativo è la Rete 28 aprile con un’apertura verso i delegati della CGIL Che Vogliamo, di Lavoro Società e senza trascurare i tanti delegati combattivi che non si riconoscono in nessuna area programmatica.

Una scelta importante e coraggiosa, ma tutto ciò non basta: occorre un salto di qualità che sia di rottura con le vecchie pratiche delle aree programmatiche; non è più sufficiente per una componente di classe continuare con le lotte all’interno dell’apparato fatte di posizionamenti politici, o, al massimo, di pressione sul gruppo dirigente della Camusso, come ha fatto Landini senza grandi risultati, perché questa pratica è prigioniera del recinto di appartenenza alla CGIL.
In molti passaggi la FIOM ha svolto una funzione generale e solo con la messa in conto di una rottura anche organizzativa poteva aprire una opposizione interna non rituale. L’esempio più eclatante di questa contraddizione è emerso con la mobilitazione promossa dalla FIOM contro il modello Marchionne nell’ottobre del 2010. Esisteva un grande consenso che travalicava la sola categoria dei meccanici e si estendeva in larghi settori di lavoratori, con impatto anche sui precari e sugli studenti, ma quella mobilitazione poneva la FIOM di fronte ad un bivio: o mettersi alla testa di un fronte ampio di opposizione e rompere con il gruppo dirigente della CGIL, oppure esercitare una pressione interna inconcludente. Si scelse la seconda opzione che oggi sta portando ad un graduale, seppur conflittuale, avvicinamento tra Landini e Camusso.

Dopo le fallimentari esperienze di tutte le aree programmatiche ha ancora senso il tentativo di ricostruzione di una nuova area programmatica in CGIL?

Innanzitutto dobbiamo analizzare con estrema lucidità la grande duttilità e capacità di cooptazione dell’apparato burocratico CGIL, di molti quadri e dirigenti sindacali tra i più combattivi. Infatti il fallimento di tutte le aree programmatiche non è dipeso solo da una linea politica riformista-moderata ma anche dalla grande capacità della burocrazia di sussumere in sé le aree più radicali. In pratica tutte le componenti della sinistra sindacale hanno subito un lento e graduale processo di burocratizzazione, fortemente favorito dallo scarso protagonismo della classe lavoratrice. Il mantenimento della propria funzione di dirigenti, con i privilegi che si determinano, modifica la psicologia del sindacalista, sempre più proteso al mantenimento del suo status e sempre più separato dalle dinamiche e dalle inquietudini di chi invece vive nei posti di lavoro (questo meccanismo è presente anche in altri sindacati e non solo in quelli confederali).

Per questi motivi oggi la ricostruzione di una nuova area programmatica, classista e democratica non può basarsi semplicemente sulla “giusta” piattaforma di classe, questa è solo la precondizione necessaria ma non sufficiente, essa deve contenere anche sul piano politico organizzativo un progetto di rottura con le consuetudini e le pratiche burocratiche dell’apparato.

Alcune proposte: ad esempio i distacchi sindacali, il lavoratore distaccato dopo otto anni deve rientrare in azienda ed essere sostituito da un altro lavoratore (per quei comparti dove è possibile). Questo per permettere una maggiore rotazione ed un maggiore coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici. Prevedere e diffondere anche distacchi part time per aumentare così il numero dei delegati e delle delegate che ne usufruiscono e mantenere un vincolo con il proprio posto di lavoro. La retribuzione del funzionario non può essere superiore della media delle retribuzione dei lavoratori che tutela.

Nel caso in cui la nuova area programmatica dovesse conquistare nuovi distacchi queste proposte dovranno essere praticate. E’ evidente che questa pratica innovativa e di rottura dovrà essere affiancata ad una lotta più generale per la democrazia nei luoghi di lavoro e da un processo di democratizzazione della stessa CGIL.

Ad esempio l’obbligatorietà delle elezioni in tutte le categorie delle RSU senza il 33% riservato a Cgil Cisl e Uil. In molte categorie, abbiamo lo scandalo che la maggioranza dei delegati sono RSA, cioè designati dai funzionari. I Direttivi a tutti i livelli, a partire da quelli territoriali fino ad arrivare a quelli nazionali, devono essere composti almeno dal 75% di delegati e di delegate provenienti dai posti di lavoro. Si devono costituire in tutti i posti di lavoro il comitato degli iscritti, con la responsabilità del tesseramento e devono ricevere parte degli importi (almeno il 5%) delle tessere per destinarli alle attività sindacali (che devono essere documentate) da svolgere nel proprio posto di lavoro. Lo stesso utilizzo della rete Internet e del Web, affiancato a strumenti tradizionali, riunioni, assemblee, volantinaggi, può rendere più trasparente il dibattito, favorire gli scambi di informazione tra i delegati, insomma contribuire ad una maggiore democrazia.

Abolizione di tutti gli enti Bilaterali e di tutti i finanziamenti “statali”. Il sindacato deve essere finanziato solo dai lavoratori: altri introiti non fanno altro che contribuire alla separazione tra lavoratori e sindacato. Sono proposte di rottura che in parte possono essere praticate autonomamente dall’area programmatica e in parte sono elemento del programma dell’opposizione interna alla CGIL.

Queste proposte “antiburocratiche” potranno avere un impatto nel sindacato solo sé incroceranno un nuovo protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. Vogliamo inoltre precisare che queste non sono proposte “basiste” o peggio ancora demagogiche, siamo tra quelli che pensano che un sindacato democratico e di classe ha bisogno di gruppi dirigenti e di quadri sindacali in grado di organizzare il conflitto e la lotta in una prospettiva di classe. Quello che vogliamo mettere in evidenza è che una nuova area programmatica dovrà avere nel suo DNA una pratica ed un programma antiburocratico.

Movimenti e lotte sociali

L’attuale ondata di lotte ha un evidente limite, in termini geopolitici, nel non aver ancora raggiunto la Francia, paese fondamentale nella resistenza al neoliberismo fin dal 1995, e l’Italia, dove la situazione sociale non è ancora esplosa .

Il motivo principale della necessità di una nuova sinistra sindacale interna alla CGIL emerge dall’analisi della fase politica. La logica del ciclo attuale è difensiva di fronte ad un aumento senza precedenti degli attacchi, e si sviluppa in rapporti di forza globali molto sfavorevoli, ma contiene elementi offensivi al suo interno, nel senso di essere dirompente, in grado di destabilizzare il funzionamento routinario delle istituzioni, con una capacità di contrattaccare. Le lotte sociali non hanno raggiunto una dinamica di vittorie che permettano un accumulo di forza crescente. Ci possono essere, tuttavia, alcune possibilità di concrete vittorie parziali in futuro, anche se esiste uno scarto profondo tra l’esplosività della situazione e la traduzione politica, organica di questi movimenti.

La costruzione dei movimenti sociali resta una nostra priorità, la ripresa della mobilitazione sociale può incoraggiare la lotta di classe e modificare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, che in ultima analisi sono i soli che modificano i rapporti di forza complessivi tra le classi.

Senza alcun determinismo, si può prevedere che nella misura in cui le politiche di aggiustamento diventeranno più potenti, insieme all’instabilità dovuta alla crisi, anche in Italia presto o tardi si avranno delle forti resistenze sociali, che avranno modalità proprie e inaspettate, sbloccando la situazione e segnando l’ingresso in una nuova fase.

Per questi motivi avere una nuova componente di classe in CGIL rappresenta una priorità politica e sindacale, un’area organizzata attraverso una rete di delegati e delegate sarà sicuramente di aiuto alla crescita del movimento e all’approfondimento del conflitto di classe.

Occorre un nuovo sindacato di classe democratico e di massa.

E’ il nostro orientamento strategico, in questa fase storica si avverte fortissima la pratica di una politica consapevole di ricostruzione della coscienza e della necessità di una organizzazione sindacale di massa, autonoma, democratica e classista.

Affermiamo con chiarezza che vi è la necessità di costruire quel sindacato di classe e di massa, fondato su basi democratiche, che oggi non esiste e che non sarà un processo di breve periodo o che si possa costruire dal semplice assemblaggio dei gruppi dirigenti del sindacalismo di base e della sinistra CGIL.

Certo, i punti da cui partire sono i sindacati di base e l’opposizione di sinistra in Cgil, senza nessuna forzatura, ma occorre anche e soprattutto un nuovo protagonismo della classe lavoratrice. Gli steccati si possono superare e le ricomposizioni produrre solo di fronte a grandi avvenimenti e mobilitazioni di massa che spingono tutti i protagonisti a ripensare posizioni politiche e forme organizzative e che possono permettere l’emergere delle strutture di autoorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori.

Ciò è accaduto nel 1968-69, quando furono spazzate vie le commissioni interne imposti i Consigli di fabbrica; purtroppo allora le capacità di recupero delle burocrazie, combinate con gli estremismi dei gruppi dirigenti della nuova sinistra consentirono prima una progressiva normalizzazione e poi la cancellazione di quegli straordinari strumenti di autorganizzazione operaia.

Una potenzialità enorme si è palesata al momento delle contestazioni degli accordi del 1992-93, questa tutta sperperata per il panico dei gruppi dirigenti delle sinistre sindacali di perdere le preziose postazioni conquistate nella burocrazia confederale, ma anche per il settarismo e/o il pansindacalismo di alcune forze sindacali extraconfederali.

Non possiamo prevedere quando e come analoghe potenzialità si produrranno. Sarà la concreta dinamica della lotta di classe a produrre le ricomposizioni come nel 1968-69 e una nuova fase di autoorganizzazione di massa come nel 1992-93.

Possiamo però lavorare per favorire al massimo la costruzione delle resistenze sociali e rafforzare tutte le iniziative critiche e di opposizione contro le scelte dei gruppi dirigenti confederali, sia dentro la CGIL, costruendo e rafforzando la nuova area di opposizione in CGIL, le sue iniziative e quelle unitarie di tutte le sinistre, sia fuori di essa, spingendo verso la convergenza e, laddove possibile, anche a un forte livello di unità d’azione dei e coi sindacati di base.

La presenza e il lavoro nelle strutture della CGIL resta ineludibile; si basa sul fatto che essa raccoglie ampi settori di lavoratori con cui è necessario interloquire e, se possibile, lottare insieme, e costruire una unità di intenti con i quadri più critici e maturi, consapevoli delle necessità di dare risposte adeguate alle esigenze dei lavoratori.

La costruzione di una rete di delegati intersindacale (sinistra CGIL e sindacati di base) su una piattaforma unitaria e di classe, per promuovere lotte e mobilitazioni di resistenza contro le politiche di Austerity diventa quindi un compito prioritario su cui impegnarsi.

Questo orientamento è praticabile solo se c’è anche una convergenza in questa direzione delle Organizzazioni del sindacalismo di Base e della Sinistra CGIL, se cioè tutti sostengono questa pratica sindacale di unità d’azione che può diventare efficace solo se è praticata “dall’alto e dal basso”.

IL congresso della CGIL quindi può rappresentare una grande occasione di ricostruzione di un’opposizione in CGIL, su nuove base programmatiche e su nuove pratiche antiburocratiche, al di là del risultato in %, la priorità nel congresso è quella di mettere “in rete” alcune migliaia di delegate e delegati che ancora non chinano la testa davanti ai padroni e ai burocrati!