No Tav. Guardare il dito e non vedere la luna
La luna è un conflitto sociale e politico che nessuna zona rossa, nessun reparto antisommossa e nessuna campagna mediatica sono riusciti a cancellare. L’Altra Torino* interviene sulla questione della resistenza al Tav in Val Susa
“…la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio e il vero dire no è dire no a quella devastazione.” Da queste parole di Nicoletta Dosio, emblema della resistenza NO TAV occorre partire, se vogliamo provare, non a esprimere giudizi, ma a condividere alcune riflessioni su quanto accaduto lo scorso fine settimana a Chiomonte.
Ed è nostro compito farlo, se davvero vogliamo che il percorso politico e gli obiettivi che ci siamo dati abbiano un senso, sia al nostro interno che fuori, tra le persone, le compagne e i compagni a cui ci rivolgiamo perché assieme vogliamo arrivare in Sala Rossa alle prossime elezioni comunali.
Altrimenti non saremmo diversi dai partiti del cosiddetto campo largo, o centro-sinistra pallido che in queste ore stanno dando il meglio di sé nella perfetta imitazione dello struzzo.
Dobbiamo partire da una valle, non da una città, da una valle che si è vista imporre una “grande opera”, inutile e fuori tempo sin dall’inizio, quanto ai mirabolanti scenari decantati: prima, di unire in poche ore di treno l’Europa, poi, di trasportare merci a velocità supersonica, ma assolutamente utile e in tempo per risvegliare e foraggiare appetiti, clientele, affari e affaracci di ogni tipo.
E mentre adesso anche coloro che entusiasticamente la supportavano – vedi Sorgi – cominciano a esternare dubbi sulla sua utilità, resta un territorio devastato, cementificio e militarizzato e che probabilmente non sarà possibile ripristinare, perché per quello sì che mancheranno le risorse.
Dobbiamo partire da una valle e dai suoi abitanti, cui non è mai stato chiesto se fossero d’accordo o meno, e che hanno provato ad opporsi assieme a tutte le altre persone – donne, uomini, giovani, anziani – che pur non vivendo lì, hanno partecipato alle lotte, in valle e in pianura, nei paesi e nelle città che in questi anni hanno cercato di fermare lo scempio che stava avvenendo.
E le cosiddette compensazioni, semplici elemosine che non compenseranno l’impatto provocato da sciagurate decisioni che impattano per sempre un territorio, appaiono ancora di più, passateci il termine, prese per i fondelli.
Ciò che è accaduto a Chiomonte sabato scorso potrebbe sembrare una liturgia: musica, casino, botte e idranti, controlli e roboanti dichiarazioni da parte di Governo e dei mass media che ne amplificano i proclami, e, aspetto ancora più preoccupante, anche se in qualche modo scontato, gli auspicati inasprimenti repressivi: preoccupante, ad esempio, che si parli di “proiettili di gomma”, cosi come l’estensione del concetto di “terrorismo” a forme di lotta, magari dura, ma certamente non terroristica.
La realtà è tutt’altro che slogan, dichiarazioni urlate o messaggi costruiti per un post su X. È complessa e questa complessità non può essere appiattita senza rinunciare a comprenderla. È fatta di piani diversi che si intrecciano e che solo chi osserva in buona fede può provare a leggere nel loro insieme.
Ridurre quanto accaduto sabato scorso alle immagini degli scontri significa, ancora una volta, guardare il dito e non vedere la luna. La luna è una valle che da oltre trent’anni resiste a un’opera imposta, un territorio militarizzato, migliaia di pe
rsone che continuano a mobilitarsi perché ritengono quella devastazione inaccettabile. La luna è un conflitto sociale e politico che nessuna zona rossa, nessun reparto antisommossa e nessuna campagna mediatica sono riusciti a cancellare.
Chi oggi si scandalizza per ciò che è avvenuto dovrebbe interrogarsi innanzitutto sulle ragioni che continuano a portare migliaia di persone in quella valle, anno dopo anno. Perché il problema non è la protesta, ma ciò che la rende necessaria. E finché si continuerà a ignorare questa evidenza, limitandosi a invocare nuove misure repressive e nuovi reati, non si farà altro che alimentare un conflitto che nasce dall’arroganza di chi ha scelto di imporre un’opera senza il consenso delle comunità che quel territorio lo vivono.
Per questo non accettiamo che il dibattito venga ridotto alla sola questione dell’ordine pubblico con la consueta pratica di criminalizzare o, nel migliore dei casi, ignorare, chi rappresenta una diversa visione di società rispetto a quella che le nostre classi dirigenti vogliono imporre.
Il tema politico resta quello di sempre: la devastazione di un territorio, l’imposizione di un modello di sviluppo che privilegia gli interessi economici e speculativi rispetto ai diritti delle persone e dell’ambiente, e la progressiva criminalizzazione di ogni forma di opposizione sociale.
Per questo, e perché siamo convintamente contro tutte le opere che devastano i territori e quel poco di ambiente naturale che ancora resiste, anche noi continueremo a opporci al TAV!

*L’Altra Torino è una proposta di percorso per la costituzione di un polo alternativo alle comunali del 2027. Tra i promotori PRC, PAP, PCI, Sinistra Anticapitalista, il Comitato Acqua Bene Comune di Torino e numerosз soggettività ambientaliste