La barbarie: governo italiano e fortezza Europa contro i migranti

di Igor Zecchini

Mentre continuava lo scontro politico sulle vicende delle navi ong nel Mediterraneo, a Lampedusa arrivava l’ultima vittima del mare. Il corpo di un neonato di venti giorni è giunto il 7 novembre al porto dell’isola assieme ai naufraghi di uno dei tantissimi barchini che da mesi stanno raggiungendo le coste italiane. Una vista insopportabile per qualsiasi persone con un briciolo di umanità.

Che il governo guidato dalla Meloni avrebbe “stretto le maglie” di fronte all’arrivo dei profughi era assolutamente previsto e comunque era compreso tra gli obiettivi del suo programma elettorale. Il come però rappresenta un indubbio salto di qualità (all’indietro) rispetto alla già pessima gestione italiana del fenomeno migratorio.

Le politiche applicate da pressoché tutti i governi succedutisi negli ultimi trent’anni (divieti di accesso alle navi umanitarie, silenzio di fronte alle richieste di aiuto che vengono dal mare, chiusura dei porti e delle frontiere, respingimenti di massa, carceri per reati amministrativi, accordi per il rimpatrio dei profughi in paesi che calpestano i diritti umani…), sono oggi accompagnate da una gestione disumanamente burocratica che porta a modalità d’intervento raccapriccianti e inaccettabili (come quella della “sbarco selettivo”, applicato ai profughi raccolti dalla Geo Barents e dalla Humanity 1, che molto ricorda la “decimazione” nazifascista). E non è che ai confini terrestri del nostro paese la situazione sia migliore.

Le cronache di questi giorni hanno reso evidente che questo governo e l’ideologia su cui si appoggia, ci metteranno sovente di fronte a situazioni intollerabili e a cui sarà necessario opporre una forte mobilitazione. L’affermazione del medico inviato dal ministero dell’interno per il primo triage ai profughi arrivati al porto di Catania: “io sono un uomo dello Stato e devo applicare le leggi dello Stato”, giustificando così la selezione dei profughi in barba al giuramento di Ippocrate, la dice lunga sugli ordini che il ministro Piantedosi aveva impartito. Lo stesso dicasi per l’affermazione, oramai famosa, dello stesso ministro che ha definito “carico residuale” le persone che erano state selezionate per restare sulle navi. Si voleva dare un esempio della fermezza del governo e di come si intende affrontare un problema epocale.

Peraltro, neppure c’è bisogno di chissà quale nuovo impianto legislativo. Dai decreti Minniti in avanti è stato un fiorire di norme repressive, antidemocratiche e razziste di cui cominciamo a vedere ora la portata e che pagheremo duramente nel prossimo periodo. Norme frutto di politiche scellerate, gestite in prima persona anche da governi in cui era presente, quando non determinante, il PD. Basti solo ricordare che il memorandum Italia Libia (cioè l’accordo con cui lo stato italiano finanzia la famigerata guardia costiera libica e con lei la tratta di esseri umani e la loro prigionia con le indicibili torture a cui sono sottoposti), si è rinnovato tacitamente proprio il due novembre. L’accordo è frutto dell’azione dell’ex ministro Marco Minniti personaggio di punta di quel partito. Così come è sempre Minniti ad avere fornito a Salvini l’impianto per i suoi “decreti sicurezza”.

L’attuale ministro dell’interno Matteo Piantedosi poi è l’uomo giusto al posto giusto. Una carriera nell’apparato statale che lo ha portato a ricoprire posti di punta fino ad essere capo di gabinetto quando Salvini da ministro dell’interno ha avviato la guerra personale alle ONG, per rimanere in tale ruolo anche con la ministra Lamorgese nel governo Conte 2, diventando successivamente prefetto di Roma. Un uomo “tutto di un pezzo” con una lettura fortemente autoritaria della legge e della società. Del resto, gli antirazzisti romani conoscono bene i suoi interventi, che hanno travalicato il limite della legalità, per impedire le visite di controllo parlamentare al CPR di Ponte Galeria.

85991 persone sono quelle arrivate nel 2022 via mare in Italia al 2 novembre scorso, accompagnate da una carneficina di almeno 1400 morti (quelli censiti ufficialmente, quelli reali sono sicuramente molti di più). Di queste persone solo il 16% è stato sbarcato dalle navi umanitarie, il resto è arrivato con mezzi propri. Concentrare il fuoco su questo 16% poco c’entra la “difesa dei confini” e l’opposizione alla invasione etnica, ha invece una valenza evidentemente politica con diversi risvolti e tutti negativi.

Anche lo scontro aperto con la Francia, al di là degli improvvidi interventi di Matteo Salvini, è all’interno di questa logica. Se si prendono gli ultimi dati disponibili sulla accoglienza degli immigrati in Europa, quelli del 2020, vediamo che le domande di asilo presentate in Germania sono state 102500, 86000 in Spagna, 82000 in Francia, 38000 in Grecia e 21200 in Italia (solo quinta e a grande distanza dalla Francia). Che l’Italia sia sola nel supporto ai profughi è una di quelle che oggi si chiamano fake news, una balla insomma. Peraltro, di queste 21000 le domande che sono poi state accolte dalle autorità italiane sono state solo il 28% rispetto a una media europea del 41.

Per inciso, non è che gli altri paesi europei si comportino in modo così diverso dall’Italia e lo possono bene testimoniare tutti e tutte coloro che hanno cercato di attraversare il confine di Ventimiglia essendo senza documenti o anche le centinaia di migliaia di persone bloccate ai confini orientali dell’Europa grazie all’accordo milionario stretto tra la UE e il regime semidittatoriale di Erdogan.

Si tratta, dicevamo, di una partita politica anzi di diverse partite politiche.

Dal punto di vista europeo è evidente che il governo Meloni sta cercando di ritagliarsi la leadership delle forti correnti nazionaliste e reazionarie che percorrono l’Unione. Questo senza rinunciare ai soldi europei indispensabili per poter fare sopravvivere il capitalismo nostrano. Evidentemente cerca di trattare con un maggiore peso specifico.

Dal punto di vista nazionale invece le cose sono più complesse e si intrecciano con le scelte politiche che da sempre hanno dominato l’approccio istituzionale alla questione immigrazione. Scelte, come già detto, praticamente uguali in tutti gli ultimi trent’anni al di là dello schieramento politico dei governi che si sono succeduti.

Intanto si risponde alla pancia di un elettorato in cui il razzismo è pane quotidiano, confermando il ruolo di un governo con la “schiena dritta” ma pendente a destra, che mantiene quello che dice e dando in pasto ai malumori provocati dal disagio sociale, oramai generalizzato, il “nemico” su cui scaricare le incazzature e le tensioni. In secondo luogo, si creano le condizioni per leggi d’emergenza (vedi l’affaire rave) che saranno utili nel proseguo della legislatura. Infine, si distoglie l’attenzione generale sul resto dell’operato del governo e in particolare dai provvedimenti economici che stanno accentuando il ruolo di Robin Hood alla rovescia che già era degli ultimi governi.

C’è poi l’altra funzione, quella economica, di classe diremmo noi. In realtà avere un consistente numero di “clandestini” è funzionale ad una gestione del mercato del lavoro stratificato in cui la ricattabilità sia esponenziale tra uno strato e l’altro, agendo così in modo micidiale sui livelli retributivi nonché sulla disponibilità ad accettare condizioni di lavoro normalmente intollerabili. Vi sono intere filiere produttive che sopravvivono grazie all’apporto di questi lavoratori e lavoratrici nella gran parte dei casi assunti e assunte in nero. Parliamo quindi di una consistente fetta del lavoro dipendente (il 10% se si calcola solo i dipendenti assunti regolarmente) che è parte integrante dei “nostri”.

Non è un caso, tra l’altro, che le mobilitazioni sindacali più forti di tutto questo periodo, siano avvenute proprio in settori dove più significativa è la presenza di immigrati ed immigrate.

In questi ultimi mesi e su spinta dei lavoratori e delle lavoratrici della GKN, sta venendo avanti una forte iniziativa per la convergenza dei movimenti che ha prodotto importanti momenti di mobilitazione. Occorre che, all’interno delle elaborazioni e delle piattaforme di mobilitazione, le questioni specifiche legate alla condizione di chi viene da altre parti del mondo, sia tenuta in considerazione e abbia il suo giusto peso. Ciò non solo per coinvolgere in questo processo la miriade di strutture che operano nel nostro paese in solidarietà agli immigrati e alle immigrate, ma anche perché tutto questo fa parte del nostro fronte di lotta e non è possibile lasciarlo indietro.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: