Per Alika, we need justice. Una questione di vita o di morte

Il razzismo, così come il patriarcato, sono strumenti di oppressione e discriminazione essenziali per il capitalismo, che considera le vite e il lavoro solo come risorse che possano garantire profitti per i padroni [Laura Vassalli]

Alika Ogorchukwu è stato ucciso in pieno centro e in pieno giorno a Civitanova Marche. È stato prima picchiato con la sua stessa stampella, poi schiacciato a terra, colpito e strangolato a mani nude. Filippo Ferlazzo, l’omicida, ha lasciato il suo corpo esanime a terra e se ne è andato via tranquillo per continuare lo shopping con la fidanzata. Inizialmente, ha provato a giustificare l’omicidio con una teoria machista, in genere buona per tutte le stagioni, per cui l’uomo avrebbe difeso l’onore della “sua” donna alla quale Alika avrebbe rivolto degli apprezzamenti. Poi, la versione, non sorretta nemmeno dalla fidanzata, cambia e rimane l’ “insistenza” di Alika, venditore ambulante, che lascia una moglie comprensibilmente disperata e un bambino di soli 8 anni orfano di padre.

Con un’indignazione che sembra per lo più di facciata per l’accaduto, ci si affretta a dire che qui il razzismo non c’entra nulla. Si parla di “futili motivi”, di “reazione abnorme” all’ “insistenza” del venditore ambulante, si invoca l’instabilità mentale dell’assassino, ma si esclude categoricamente il razzismo come matrice dell’omicidio. Difficile digerire una simile interpretazione mentre siamo di fronte a un uomo di origini nigeriane, peraltro disabile a causa di un investimento accidentale che non gli permetteva di camminare senza l’ausilio di una stampella, che viene brutalmente malmenato fino alla morte da un uomo bianco apparentemente senza ragione. L’assassino, peraltro, non può neanche appellarsi alla solita solfa del “raptus”, solitamente usata dalla stampa per giustificare i femminicidi, visto che ha inseguito la sua vittima con lucidità e ha insistito su di essa, premendola a terra, per diversi minuti, fino alla morte. Una scena che ricorda da vicino l’assassinio di George Floyd, atterrato da un agente di polizia negli Stati Uniti e morto a seguito della pressione del ginocchio del poliziotto sul suo collo. Pressione che non gli ha consentito di respirare e che l’ha portato ad un’atroce morte per soffocamento in otto lunghissimi minuti. L’episodio, non certo un caso isolato, suscitò allora proteste negli Stati Uniti e nel mondo, Italia compresa, del movimento Black Lives Matter.

Ma per rimanere in Italia, anzi, per rimanere nelle Marche, viene subito alla memoria l’omicidio nel 2016 di Emmanuel Chibi Namdi, il ragazzo nigeriano richiedente asilo, prima insultato con epiteti razzisti insieme alla fidanzata a Fermo e poi ucciso con un pugno in faccia. E non possiamo non riandare con la mente al raid razzista di Macerata, in cui Luca Traini sparò contro persone da lui selezionate in base al colore della loro pelle e ferì sei persone. E ogni volta la solita retorica sul “ma come è potuto accadere?!”.

La risposta è complessa e semplice allo stesso tempo: è semplice perché il razzismo non è solo l’episodio tragico che finisce sui giornali (come non lo è il patriarcato con l’ennesimo femminicidio che riporta la stampa), è il caporalato e lo sfruttamento quotidiano, che spesso sfocia in vero e proprio schiavismo, nei campi di fragole o pomodori o altro; sono le politiche antimigranti; sono i “Centri Permanenti per il Rimpatrio” (CPR) e gli orrori che in essi avvengono; sono gli accordi per rispedire nell’inferno libico le/i migranti che fortunosamente riescono a sopravvivere a viaggi estenuanti pagati a costi altissimi, non solo economici; è lasciare annegare le/i migranti in mare o negargli un porto sicuro; è l’assenza di diritti, per le/i migranti e per le loro figlie e i loro figli; è lo sdoganamento delle organizzazioni razziste e neofasciste; è il ricatto del permesso di soggiorno; sono le politiche e le leggi razziste, come il reato di clandestinità che rende illegale l’esistenza stessa di alcune persone; è la legge Turco-Napolitano che fece da apripista per tutte le altre leggi antimigranti, come la Bossi-Fini e i più recenti decreti Minniti-Orlando; sono le politiche neocoloniali; è la propaganda razzista che discrimina tra autoctoni e migranti, additando questi ultimi come responsabili di ogni possibile malcontento popolare usandoli come capro espiatorio e al contempo negando loro anche i più fondamentali diritti; e la lista, purtroppo, potrebbe essere ancora lunga. D’altra parte è complesso perché l’insieme di tutte queste cose crea delle dinamiche sociali e di sfruttamento per cui non basta mitigare qualche norma più o meno apertamente razzista, ma tali dinamiche possono essere contrastate solo con un’ampia presa di coscienza da un ampio movimento antirazzista e antifascista di lavoratrici e lavoratori che lotti contro tutto questo, che contrasti le politiche e le subculture razziste, neocoloniali e fascisteggianti e che faccia convergere le istanze sociali per una società senza padroni in cui una vita umana non sia considerata più o meno importante in base al colore della pelle e che sia libera dal razzismo, dal patriarcato, dalla devastazione ambientale e dallo sfruttamento.

Il razzismo, infatti, così come il patriarcato, sono strumenti di oppressione e discriminazione essenziali per il capitalismo, che considera le vite e il lavoro solo come risorse che possano garantire profitti per i padroni.

A Macerata, nel 2018, ci fu un’ampia manifestazione antirazzista e antifascista, nonostante l’invito del sindaco “ad abbassare i toni” e a evitare manifestazioni, invito accolto peraltro allora da Anpi e Arci, benché molti circoli locali si dissociarono dalle prese di posizione nazionali.

A Civitanova Marche la comunità nigeriana è prontamente scesa in piazza per stare al fianco della moglie e del figlio di Alika e per denunciare il razzismo e lo sfruttamento quotidiano, ma per ora è rimasta sola.

Alcuni nella piazza avevano in mano un foglio con due immagini affiancate, una foto in primo piano di Alika e un fermo immagine dell’aggressione. “We need justice” , “Abbiamo bisogno di giustizia” sono le parole urlate con rabbia nella piazza, perché, che sia fatta giustizia per Alika, è una necessità sentita sulla propria pelle, ma trasuda una necessità di giustizia più ampia, perché, al di là di quello che ci potrà dire la perizia psichiatrica sull’assassino, sappiamo bene che un tale delitto non è avvenuto “casualmente” contro una persona con la pelle più scura di quella dell’assassino. E sappiamo bene che anche se il giudice non darà l’aggravante per odio razziale, una così vile e feroce aggressione è potuta avvenire perché il contesto è quello di una società dove il razzismo viene alimentato e praticato a cominciare dalle istituzioni con le leggi anti-migranti e usato dai partiti che difendono gli interessi della borghesia, con la propaganda razzista ad ogni livello, per dirottare la rabbia sociale verso una guerra tra poveri in modo che la classe lavoratrice non si unisca contro i padroni che ci sfruttano e precarizzano sempre più le nostre vite.

Contro il razzismo, lo sfruttamento e i padroni, dobbiamo rispondere con la solidarietà e la convergenza delle lotte per la giustizia sociale. È una questione di vita o di morte.

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