Il voto di domenica 12 giugno per le amministrative e i referendum

Comunicato della direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista

Domenica 12 giugno si vota per le elezioni amministrative in circa mille comuni, di cui 4 capoluoghi di regione e 22 capoluoghi provinciali, coinvolgendo circa 9 milioni di elettori. Sarà un momento significativo di scontro politico ed istituzionale tra le forze maggiori del paese e potranno incidere nei rapporti di forza che tra loro intercorrono. Sarebbe stato necessario che le organizzazioni della sinistra radicale, nel quadro della centralità della battaglia sociale, avessero saputo convergere unitariamente anche per dare su questo terreno un segnale politico di alternativa a tutte le forze che rappresentano gli interessi della borghesia. Così è stato solo in alcuni casi, in cui Sinistra Anticapitalista è in campo a sostenere liste ampie della sinistra di classe: a Genova con la lista “La Sinistra insieme”, sostenuta dal Prc, dal Pci e da Sinistra Anticapitalista, con la candidata sindaca Antonella Marras; a Carrara con la lista “La Comune” con Vittorio Briganti candidato sindaco. E’ fondamentale che queste liste ottengano ottimi risultati per dare forza ad una alternativa politica di classe e mandare un messaggio di unità nelle lotte e nelle elezioni a tutte le organizzazioni della frammentata sinistra di classe.

Ma domenica 12 giugno si voterà in tutta Italia anche per cinque referendum abrogativi.

Doveva essere un’”onda verde”, una primavera referendaria all’insegna dell’antiproibizionismo e dell’autodeterminazione sul fine vita. Per noi sarebbe stata l’occasione di partecipare a una campagna di massa antiautoritaria, con larga partecipazione di settori giovanili, da intrecciare con i percorsi di convergenza dei movimenti sociali, con gli snodi della lotta di classe e della battaglia contro la guerra. Invece no. L’ingerenza vaticana e le ossessioni autoritarie tipiche del liberismo hanno spinto la Corte Costituzionale a tagliare le gambe alla possibilità che la partecipazione popolare possa interferire con i piani di Governo e Parlamento. Come noto i quesiti sull’eutanasia e sulla legalizzazione della cannabis, sottoscritti da centinaia di migliaia di persone a tempo di record, sono stati cassati. La pulsione a restringere gli spazi di democrazia è tipica e condivisa dagli agenti di tutte le versioni del capitalismo, solo apparentemente divergenti nel loro portato sociale, da quella “europeista” del Pd e di Macron a quella sovranista di Orban e Meloni. Entrambi gli schieramenti sono impegnati nella produzione di versioni di post-democrazia con ogni mezzo disponibile: alchimie elettorali maggioritarie, restringimento della rappresentanza, proibizionismi sulle sostanze e sulle persone, violenza e abusi polizieschi. Tutte tendenze con pesanti ricadute sui rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nei territori. Si pensi ai pacchetti legislativi di Minniti e Salvini per criminalizzare forme elementari del conflitto sociale come i picchetti e i blocchi stradali, o per marginalizzare chi è già marginale perché poverissimo, soprattutto se è straniero e ha l’ardire di partecipare a un’occupazione di case. Si pensi alla condizione carceraria o all’occupazione militare di territori (come la Valle di Susa) per impedire che una mobilitazione popolare inceppi i piani criminali delle grandi opere. Si pensi agli studenti incarcerati a Torino per aver contestato gli effetti mortali dell’alternanza scuola lavoro.

In passato abbiamo avuto referendum su grandi temi capaci di catalizzare il dibattito pubblico – divorzio, aborto, articolo 18, nucleare, acqua, legge Reale – ma il successo di quelle campagne, o il flop, sono scaturiti dalla capacità dei movimenti sociali e del movimento operaio di essere all’altezza prima, durante e dopo il voto. L’esempio più clamoroso riguarda la debolezza dei movimenti e della sinistra politica e sindacale all’indomani della straordinaria vittoria del 2011 nei referendum su acqua e nucleare. L’impulso a privatizzare è ancora una delle molle più inquietanti dell’azione di governo, parlamento e confindustria.

Restano sul tappeto cinque quesiti sulla giustizia lanciati dall’alleanza, tutt’altro che anomala, tra radicali e Lega di Salvini. Al di là dello specifico dei quesiti, in particolare sugli elementi di garantismo che pure sono condivisibili, l’intento dei promotori è quello di normalizzare una magistratura che già non brilla di suo. Noi non abbiamo mai nutrito illusioni sull’indipendenza della magistratura in uno stato capitalista ma al peggio non c’è mai fine e nel mirino dei promotori del referendum, ma pure della Riforma Cartabia in via di approvazione, ci sono proprio gli elementi dell’attacco all’autonomia della magistratura rispetto al potere esecutivo.

Tre referendum – quelli relativi alla separazione delle funzioni dei magistrati, all’intervento degli avvocati nei consigli giudiziari e alla cancellazione delle firme per le liste di candidati al Csm – toccano materie sulle quali intervengono anche alcune norme contenute nella riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura disegnata, appunto, dal “pacchetto Cartabia” ancora al vaglio del Senato dopo esser stata approvata dalla Camera dei deputati. Gli altri due, sulle misure cautelari per reati non gravi e sulla legge Severino, sono “polpette avvelenate”, ovvero rischiano di produrre effetti ancora più distorsivi in attesa che questa maggioranza (non proprio un covo di garantismo) riformuli le norme. In generale si tratta di quesiti ipertecnici che rendono perplessi gli addetti ai lavori e non sembrano coinvolgere larghi settori sociali più attenti alle dinamiche dirompenti della crisi economica e della mancata ripartenza. Per questo, Sinistra Anticapitalista ritiene che il combinato disposto tra i referendum cassati e quelli ammessi sia un ulteriore danno d’immagine per l’istituto referendario ancor più se non verrà raggiunto il quorum. Questo non significa che non abbiamo delle idee precise sull’argomento o che non ci sia bisogno di una “giustizia giusta”, più garantista verso chi non può permettersi costosi avvocati (l’affollamento delle carceri non è certo dovuto alla reclusione di esponenti della borghesia) e più efficace verso chi sfrutta, inquina, affama e violenta i più deboli e le più deboli. Riteniamo, al contrario, che una materia come questa debba essere argomento di un vasto e adeguato dibattito pubblico e nascere dall’autonoma iniziativa del movimento operaio e dei ceti popolari, dei movimenti femministi, antiproibizionisti, ecologisti e libertari. Lasciamo ad ognuno e ad ognuna di fare le sue considerazioni e votare o non votare per questi referendum come meglio crede, l’importante è che si rafforzi un movimento di massa capace di imprimere una direzione anticapitalista su questa materia come su tutto il resto.

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