Fermiamo la strage permanente e le velleità imperialiste del governo Draghi

Con la scusa della lotta agli scafisti, chi fa i veri affari è l'attuale governo che sta rinnovando la vocazione imperialista italiana in Libia. Ma intanto continua la strage di naufraghi [Gippò Mukendi Ngandu]

Con la scusa della lotta agli scafisti, chi fa i veri affari è l’attuale governo che sta rinnovando la vocazione imperialista italiana in Libia. Ma intanto continua la strage di naufraghi [Gippò Mukendi Ngandu]

La cronaca è tristemente nota, ma è opportuno ricordarla, perché, purtroppo non è il primo e non sarà l’ultimo tragico episodio che fa del mediterraneo un vero e proprio cimitero. È sempre più difficile tenere, infatti, il conto dei morti di coloro che tentano di fuggire da miseria, guerre, povertà e carestie.

Poco più di una settimana si sommate altre 130 vittime a quelle che oramai sono da considerare stragi annunciate. In questo caso, tutte le autorità europee sapevano gà da due giorni che nel Canale di Sicilia c’erano 3 barconi. Nonostante ciò, nessuno ha inviato i mezzi di soccorso necessari per soccorrere quelle persone in balia del mare grosso.

Secondo il codice penale si potrebbe configurare il reato  di omissione di soccorso. In realtà siamo di fronte ad una vera e propria strage programmata. Le parole del portavoce dell’Oim (Organizzazione Internazionale per le migrazioni), l’organizzazione dell’Onu per i migranti, Saga Msehli non ammettono dubbi e indicano anche un responsabile: “Gli Stati si sono opposti e si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero del Mediterraneo. E’ questa l’eredità dell’Europa?!!”

È più che mai doveroso ricordare che il salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e questa norma prevale su tutte le altre, quindi anche sugli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione considerata “irregolare”. Le Convezioni internazionali di diritto del mare, a cui ha aderito anche l’Italia, costituiscono infatti un limite al potere legislativo dello Stato ai sensi degli articoli della nostra Costituzione, sempre declamata da alcune forze che stanno al governo, ma mai rispettata, ai sensi degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione.

Questi articoli  non possono pertanto costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’autorità politica e dei conseguenti indirizzi delle autorità amministrative e militari. Inoltre, secondo la risoluzione n. 1821 del 21 giugno 2011 del Consiglio d’Europa (l’intercettazione e il salvataggio in mare dei domandanti asilo, dei rifugiati e dei migranti in situazione irregolare), secondo cui «la nozione di “luogo sicuro” non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali» . In poche parole nessuno stato, che sia a conoscenza di una richiesta di soccorso di persone in una situazione di pericolo in alto mare, può rifiutarsi di coordinare il primo coordinamento delle fasi di aiuto. 

La costituzione formale, tuttavia, non è quella sostanziale; e da anni viene disattesa. D’altro canto, sulla vita delle persone si gioca una campagna elettorale permanente che vede in competizione le forze di centro sinistra e centro destra, ora unite in un governo di unità nazionale, che negli ultimi anni hanno gareggiato tra di loro per ottenere la “medaglia d’oro” del più rigoroso e intrasigente nei respingimenti.

Quali sono infatti le differenze tra un Minniti, un Salvini o l’attuale ministro degli interni Lamorgese? Quali sono le differenze tra i governi Conte, Conte bis e Draghi? Ben poche. Tutti, infatti, hanno avuto un approccio autoritario e razzista, hanno criminalizzato le Ong, hanno ricercato continui accordi con la Libia assecondando i diversi regimi criminali al potere, in un modo o nell’altro. L’unica differenza tra fascio leghisti, pentastellati e pseudo democratici è che Salvini rivendica ciò che fa, mentre gli ultimi omettono le loro colpe dichiarandosi rattristati per l’ennesima tragedia e incolpando gli scafisti per aver stipato “persone disperate su una barca inadatta alla navigazione in condizioni meteo terribili e le hanno spinte in mare, mettendo i profitti al di sopra della vita”.

Nei fatti tutti sono uniti nel raggiungimento di un obiettivo: basta soccorsi nel Mediterraneo!

Non a caso dal 2017 (al governo c’era un certo Gentiloni), sono stati spesi sono stati spesi 540 milioni di euro dall’Italia solo per finanziare missioni navali nel Mediterraneo, il cui scopo principale non era quello di soccorrere le persone. Nello stesso periodo, secondo i dati dell’OIM, quasi 6.500 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo centrale.

Ciononostante, tutti i governi italiani che si sono succeduti hanno ostacolato l’attività delle navi umanitarie, senza fornire alternative alla loro presenza in mare. Persino le recenti modifiche della normativa in materia di immigrazione non hanno di fatto eliminato il principio di criminalizzazione dei soccorsi in mare, che era stato introdotto dal secondo Decreto Sicurezza.

Come ha documentato l’OIM, nel corso del 2020, l’Italia ha bloccato inoltre sei navi umanitarie con fermi amministrativi basati su accuse pretestuose, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso e ignorando, allo stesso tempo, le segnalazioni di imbarcazioni in pericolo, contribuendo così alle 780 morti e al respingimento di circa 12.000 persone.

Infatti, la risposta delle istituzioni UE alla crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale si sono limitate alle operazioni di monitoraggio aereo di Frontex e delle diverse agenzie create ah hoc che di fatto contribuiscono spesso alla facilitazione dei respingimenti verso la Libia. Le operazioni di monitoraggio aereo civile, seppur discontinue e anch’esse ostacolate, nel 2020 hanno avvistato quasi 5.000 persone in pericolo in mare in 82 casi, testimoniando continui episodi di mancata o ritardata assistenza da parte delle autorità.

A Tripoli negli ultimi mesi è stata potenziata, su spinta italiana, una nuova guardia costiera, denominata “Gacs”, che risponde al ministero dell’Interno. I guardacoste della Marina militare libica, infatti, sono oramai sotto il controllo dei “consiglieri militari” inviati dalla Turchia, nonostante i pattugliatori siano in gran parte stati donati ed equipaggiati dall’Italia. L’addestramento del “Gacs”, al contrario, avviene in parte a Gaeta, da parte della Guardia di finanza.

Ma cosa succede a coloro che sono respinti? Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove la popolazione oscilla tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, meno noti sono i numeri dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono persino peggiori.

La detenzione arbitraria è però solo una piccola parte del devastante ciclo di violenza, in cui sono intrappolati migliaia di migranti e rifugiati in Libia. Uccisioni, rapimenti, maltrattamenti a scopo di estorsione sono minacce quotidiane, che continuano a spingere le persone alle pericolose traversate in mare, in assenza di modi più sicuri per cercare protezione in Europa.

Le velleità imperialistiche del governo Draghi in Libia

É così che con la scusa della lotta all’immigrazione “clandestina” e agli scafisti, chi fa i veri affari è l’attuale governo che sta rinnovando la vocazione imperialista italiana in Libia.

Appena due settimane fa il premier Mario Draghi si è recato a Tripoli ringraziando la nuova guardia costiera e rivolgendo alle parole apprensive di alcuni parole positive sostenendo che aveva posto al nuovo governo libico di transizione delle condizioni per il rispetto dei diritti umani fondamentali. Dal mare, come abbiamo visto,  è arrivata una risposta diversa.

Draghi ha così incontrato il nuovo primo ministro del Governo di Unità nazionale libico, Abdul Hamid Dbeibah, un imprenditore che ha avuto in passato legami con il regime di Gheddafi e che ha guidato per due decenni una società di costruzioni statale, la Libyan Investment and Development Company.

Il nuovo premier libico ha posto al centro della crescita del proprio paese l’attrazione degli investimenti esteri attraverso la svendita delle risorse libiche al miglior offerente e al più maggior protettore.  Per queste ragioni Dbeibah punta molto sull’Italia e sulle sue imprese come contrappeso alle ambizioni egemoniche della Turchia. L’obiettivo dichiarato dal governo italiano è da una parte quello di replicare con la “Libia” l’intesa raggiunta nel 2016 tra gli stati europei e la Turchia, in modo da contenere le partenze verso l’Europa. La parte più ghiotta, è tuttavia, quella relativa alla ricostruzione. E’ stato, infatti, raggiunto un accordo sulla transizione energetica e le fonti rinnovabili che prevede la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili nel Fezzan. In questo caso l’Eni, già primo produttore di gas in Libia e principale fornitore di gas al mercato locale,  giocherà un ruolo centrale.

Draghi confermerà, tra l’altro, il massimo sostegno delle aziende italiane per sopperire alla carenza di almeno 3mila megawatt di potenza installata di elettricità nel Paese che produce numerosi black out.

Sul fronte delle megaopere l’Italia si è, inoltre, aggiudicata i lavori dell’Autostrada della pace, progetto che era stato giù ottenuto dal governo Berlusconi nel 2008 e che non è mai andato a buon fine. Si tratta di un vero e proprio megaprogretto, ossia della costruzione di un’autostrada costiera di quasi 2 mila km che dovrebbe collegare il confine egiziano e quello tunisino.

Il Consorzio di aziende italiane Aeneas provvederà, invece al completamento della ristrutturazione dell’aeroporto Mitiga . Si tratta di lavori per 79 milioni di dollari.

In piena crisi pandemica c’è, infine, la ciliegina sulla torta. Come, informa il Sole 24 Ore, nel settore sanitario verrà con ogni probabilità firmato oggi un accordo volto non solo al coordinamento per la pandemia ma anche l’ammodernamento del sistema ospedaliero. Si tratta di un affare che assicurerà profitti all’industria privata sanitaria italiana.

La strage sul mediterraneo è destinata a continuare senza una vera e propria mobilitazione che ponga al centro una rivendicazione elementare: l’apertura di corridoi umanitari sul mediterraneo, la tutela del diritto d’asilo e il sostegno ai rifugiati. Questa rivendicazione non può essere sganciata da una forte condanna all’attuale governo Draghi che punta a rilanciare il ruolo imperialista dell’Italia in Libia attraverso l’appoggio di un governi che non garantiscono i più elementari diritti umani.

D’altro canto va rimessa in discussione tutta la politica dell’Europa fortezza ( ci ritorneremo in un prossimo articolo) quella che ha avviato una vera e propria caccia ai migranti, che stipula accordi con il regime autoritario del premier turco Recep Tayyip Erdoğan, e che costruisce veri e propri lagere all’interno dei propri confini.