La lunga e tortuosa marcia dal Pci al Pds

Per il movimento operaio italiano e per il Partito comunista l’ora di un bilancio complessivo non è scoccata una sola volta. Ecco l’introduzione di Livio Maitan al suo libro Al termine di una lunga marcia (1990)

Per il movimento operaio italiano e per il Partito comunista l’ora di un bilancio complessivo non è scoccata una sola volta.

Un bilancio si sarebbe potuto fare già nel 1948, dopo che la vittoria delle forze conservatrici alle elezioni del 18 aprile aveva sancito l’insuccesso del progetto che aveva ispirato la politica di unità antifascista e la strategia di democrazia progressiva[1]. Gli stessi presupposti analitici di questa strategia erano venuti meno.

Sul piano interno, i gruppi egemoni delle classi dominanti e il loro partito, la Democrazia Cristiana, erano più che mai decisi a imporre la propria scelta di ricostruire il paese dalle rovine della guerra restaurando lo Stato tradizionale con i suoi apparati e i suoi modi di funzionamento e rilanciando i meccanismi classici dell’economia capitalistica: trascorso il breve interludio dell’emergenza, non avevano nessuna intenzione di stabilire una sistematica collaborazione con i partiti operai associandoli al governo. Sul piano internazionale, a partire dal discorso di Churchill a Fulton sulla cortina di ferro (1946), le potenze imperialistiche avevano ormai lanciato la guerra fredda, facendo tramontare rapidamente le illusioni di un accordo duraturo tra i paesi “democratici” per l’edificazione di un modo libero e pacifico[2]. D’altra parte, nel giugno 1948, il primo episodio clamoroso di crisi dello stalinismo, la rottura tra sovietici e jugoslavi avrebbe dovuto stimolare in processo di riflessione critica, tanto più che sino al giorno prima la Jugoslavia era apparsa agli occhi dei comunisti italiani come il miglior modello, dopo l’Urss, di paese socialista.

In occasione dei cento anni dalla nascita del PCd’I, la Biblioteca Livio Maitan ha aperto i propri archivi ed ha selezionato una serie di materiali per ripercorrere la storia di questo partito dalla sua nascita sino al suo scioglimento

Un’altra grande occasione si era presentata nel ’56, dopo la denuncia chruscioviana dei crimini di Stalin e l’emergere dei movimenti di massa antiburocratici in Polonia e in Ungheria (già tre anni prima avvenimenti analoghi avevano avuto luogo in Germania orientale). Il Pci aveva subìto allora uno scossone senza precedenti, con un ripensamento critico dei propri atteggiamenti passati nei confronti della direzione dell’Urss. Ma non era andato al di là di un’accettazione, in linea di massima, della prospettiva chruscioviana, cioè di una prospettiva di autoriforma della burocrazia. E quando l’esercito sovietico era intervenuto in Ungheria, la tesi ufficiale era stata accolta e la repressione contro gli insorti approvata esplicitamente.

Un bilancio d’insieme, da un punto di vista nazionale e internazionale – partendo, da una parte, dall’esperienza cecoslovacca e dal nuovo intervento sovietico, dall’altra, dalla crisi sociale e politica che scuoteva profondamente la società italiana, come quella di altri paesi dell’Europa capitalistica, spezzando gli equilibri relativi stabiliti dalla fine degli anni ’40- non era stato fatto neppure nel 1968-69. C’erano state anche delle correzioni e ri-aggiustamenti, con prese di posizione più nette che in passato nei confronti dell’Urss, ma senza che si arrivasse a un riesame complessivo di analisi, prospettive e orientamenti.

C’è voluto il terremoto del 1989, preceduto dal declino ormai decennale del partito, perché si decidesse a rimettere in discussione tutta un’esperienza storica.

Indipendentemente dalle conclusioni che se ne possono trarre, è ovvio che il bilancio necessario deve avere una dimensione internazionale e non solo nazionale. Deve partire da una riflessione complessiva, da una ricostruzione storica che eviti le tentazioni apologetiche o giustificazionistiche. Si tratta, né più né meno, del bilancio di decenni di “costruzione del socialismo” in società di transizione burocratizzate e, in primo luogo, della tragica esperienza staliniana della fine degli anni ’20 e degli anni ’30 e ’40.

Si tratta contemporaneamente del bilancio, per non risalire più indietro, di oltre mezzo secolo di vicende del movimento operaio e dei partiti comunisti nei paesi capitalistici industrializzati. Le devastazioni sono state così profonde, i fallimenti così clamorosi, le contraddizioni così laceranti, lo smarrimento ideologico e morale così grave, che non si possono più sostenere gli argomenti del realismo politico – o presunto tale – con cui si è accettato come ineluttabile, per lunghi decenni, il contesto dato, lanciando l’ostracismo contro chiunque mettesse in dubbio analisi o prospettive, scelte tattiche o strategiche, metodi di direzione o di organizzazione. I risultati dell’opera dei cosiddetti “realisti” sono drammaticamente chiari e proprio questo consente alle classi dominanti, ai loro gruppi dirigenti e ai loro intellettuali, di intonare la marcia funebre del comunismo e del socialismo, proclamando la perennità dell’ordine esistente.

Per parte nostra, restiamo convinti che il crollo dello stalinismo e la crisi senza precedenti del movimento operaio tradizionale – in Italia, in primo luogo del Pci – non provano affatto che movimento operaio e lotta anticapitalistica vadano relegati tra i cimeli del passato. Restiamo convinti che un’analisi di quella che realmente è la società contemporanea, nazionalmente e internazionalmente, consente di individuare, al di là di tutte le vicende congiunturali, non solo il persistere, ma addirittura l’aggravarsi delle contraddizioni intrinseche di questa società e che i prossimi decenni, in vari paesi o in vare regioni del mondo, probabilmente anche i prossimi anni, saranno segnati da crisi ed esplosioni più – e non  meno – laceranti di quelle che hanno pur sempre segnato -ricordiamolo ai troppo afflitti oggi da amnesia- una parte così grande del nostro secolo.

In tale contesto, le classi che continuano a essere oggetto di sfruttamento, di oppressione e di alienazione, la cui esistenza quotidiana resta subordinata agli imperativi del profitto e i cui diritti democratici, nell’esercizio reale, si riducono a ben poca cosa, non rinunceranno a rilanciare la oro lotta, a intensificarla e a generalizzarla, dandole nuove dimensioni e, partendo da esperienze vecchie e nuove, sapranno dotarsi di strumenti politici e organizzativi necessari.

Si tratterà di un’opera estremamente ardua di ricomposizione e di rifondazione, o di fondazione ex novo, che non potrà essere disgiunta da una contemporanea azione su scala internazionale. Il bilancio del passato ne è una premessa sine qua non.

Scopo del nostro saggio è di contribuirvi ripercorrendo criticamente l’itinerario di un partito che, dopo aver svolto per circa cinquant’anni un ruolo di assoluto primo piano, è stato investito da una crisi che lo ha indotto a rimettere in discussione non solo il suo passato ma la sua stessa ragion d’essere e il suo stesso avvenire[3].

Il Pci nella dinamica sociale e politica italiana

Il contesto storico

Nell’arco dei settant’anni trascorsi dalla sua fondazione, il Partito comunista è stato componente essenziale e, dalla fine degli anni ’40, nettamente egemonica, del movimento operaio, con un ruolo di primo piano nella lotta politica italiana.

Per comprendere come ciò sia stato possibile, bisogna partire da un richiamo, sia pur sintetico, del quadro storico complessivo. In una società che aveva conosciuto uno sviluppo capitalistico diseguale e le cui istituzioni parlamentari non consentivano che un’espressione del tutto parziale degli interessi e delle aspirazioni della grande maggioranza della popolazione – quindi in un contesto contraddistinto da un’elevata conflittualità e da ricorrenti esplosioni – il movimento operaio aveva conosciuto una forte crescita sin dagli inizi del secolo e si era venuto configurando un Partito socialista per molti aspetti diverso dalle classiche socialdemocrazie.

Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, l’Italia era scossa da una crisi sociale e politica ben più profonda di quella di altri paesi dell’Europa occidentale (eccettuata, beninteso, la Germania), con una politicizzazione e radicalizzazione di vasti settori della classe operaia, di importanti strati contadini e di settori della stessa piccola borghesia. Tutto ciò accentuava ulteriormente certi caratteri specifici del nostro movimento operaio e dello stesso Partito socialista (tra l’altro, con l’emergere, oltre che di una consistente tendenza comunista, di una componente maggioritaria massimalista, con la relegazione in una posizione nettamente minoritaria dei riformisti turatiani).

È tale contesto di crisi rivoluzionaria o prerivoluzionaria, non sfruttata in senso favorevole, come sarebbe stato possibile nei momenti più alti, che spiega perché proprio l’Italia sia stato il primo paese a conoscere il fenomeno fascista. E la ventennale dittatura mussoliniana doveva, a sua volta, influire sul tipo di risposte, di lotte, di mobilitazioni che si sviluppavano una volta precipitata la crisi del regime.

Ricordiamo, per esempio che, nel marzo ’43, come pure l’anno successivo, si verificavano degli scioperi di massa: un fatto unico nella vicenda della resistenza antifascista nell’Europa occidentale. Questa maturazione politica di vasti settori della popolazione, combinata al disfacimento del vecchio esercito nei giorni dell’armistizio, creava le condizioni per lo sviluppo di un ampio movimento clandestino e di consistenti forze partigiane.

Senza indulgere a interpretazioni apologetiche, va detto – in secondo luogo – che proprio l’asprezza della lotta in quel periodo e l’attiva partecipazione popolare hanno avuto un impatto duraturo sul quadro sociale e politico dei decenni successivi. Così, tutta una fase della ricostruzione postbellica è stata segnata da un’acuta e persistente conflittualità politica e sociale, tradottasi in grandi mobilitazioni, alcune delle quali – come quella del 14 luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti – con tratti addirittura insurrezionali.

E anche dopo che le classi dominanti e i loro governi erano riusciti a imporre una ristabilizzazione relativa, il movimenti operaio manteneva sostanzialmente le sue forze organizzate e la sua influenza, senza subire sconfitte paragonabili, per esempio, a quella subìta dalla classe operaia in Francia con l’avvento al potere di De Gaulle e l’istaurazione della V Repubblica.

Nel 1968-69 si apriva una nuova crisi politica e sociale. Non ritorniamo sui fattori che l’hanno determinata e sulle sue manifestazioni[4]. Se in Italia non c’è stata un’esplosione rivoluzionaria concentrata come il Maggio francese, in compenso la crisi ha investito più in profondità strutture e rapporti sociali, istituzioni politiche, amministrative e persino giudiziarie, e rapporti sui luoghi di produzione, con una radicalizzazione senza precedenti. Questa crisi – ancora una volta, variante eccezionale nel quadro dell’Europa capitalistica – si è prolungata, con alti e bassi, per oltre cinque anni, con rilanci e sussulti nel periodo successivo.

Per sintetizzare, è in tale contesto, dalla fine della guerra alla metà degli anni ’70, che il movimento operaio ha potuto costruire, rafforzare e mantenere organizzazioni politiche e sindacali così forti (come pure un vasto e articolato movimento cooperativo), esercitare una notevole influenza sul piano culturale, occupare solide posizioni a tutti i livelli delle istituzioni, anche se la sua componente maggioritaria restava esclusa dal governo.

Ed è tale contesto che spiega, in ultima analisi, la crescita e il consolidamento di un partito comunista, da decenni il più forte dei paesi capitalistici e in grado di evitare cadute catastrofiche come quelle del Partito comunista francese o di quello spagnolo.

Le tappe di una costruzione

Detto questo, se non si vuole correre il rischio di una interpretazione meccanicistica, bisogna cogliere contemporaneamente i fattori soggettivi che sono intervenuti, indicare più concretamente come il Pci abbia potuto sfruttare a suo favore le potenzialità delle situazioni oggettive che si sono via via delineate. Ripercorriamo, dunque, rapidamente alcune tappe della sua costruzione.

Il Partito comunista d’Italia nasce quando la fase ascendente rivoluzionaria è in via di esaurimento e le classi dominanti sono passate alla controffensiva. In questo senso, non hanno torto coloro che, da diversi angoli di visuale e in termini diversi, hanno affermato che è nato troppo tardi[5]. Troppo tardi per sfruttare a vantaggio della classe operaia la crisi politica e sociale del dopoguerra e troppo tardi per costruire in tempo uno strumento di lotta in grado di contrastare con successo l’ascesa del fascismo e il suo avvento al potere. La difficoltà era ulteriormente accresciuta dal fatto che concezioni e metodi di analisi prevalenti sotto la direzione bordighiana ostacolavano seriamente la presa di coscienza del significato del sino allora inedito fenomeno fascista.

Ciò non toglie che il partito nasce con forze niente affatto trascurabili e che, nonostante i colpi subìti, mantiene un’organizzazione abbastanza consistente nei primi anni del nuovo regime, registrando addirittura un nuovo afflusso di iscritti dopo l’assassinio di Matteotti. In particolare, continua a disporre di una notevole influenza in alcune grandi fabbriche. Cosa ancor più importante: dopo il consolidamento della dittatura, è incontestabilmente la sola organizzazione politica che riesca a svolgere un’attività all’interno del paese anche nei momenti più difficili[6].

Vedremo più avanti quale prezzo abbia pagato per gli errori commessi attorno al 1930. Resta che, grazie ai suoi legami organici con le classi sfruttate e in primo luogo con significativi settori proletari, ai quadri che aveva formato sin dalla prima fase della sua esistenza, all’influenza anche di massa conquistata nell’emigrazione (soprattutto in Francia, ma anche nel Belgio, nel Lussemburgo e in Svizzera), alla forza e all’autorità che gli derivavano dall’appartenenza alla Terza Internazionale e dalla rivendicazione del significato della rivoluzione russa, il Pci – a differenza di tutti gli altri partiti o movimenti e in particolare del Partito socialista – ha potuto assicurarsi una sostanziale continuità durante tutto il ventennio della dittatura. Ed è tale continuità che consentirà ai suoi militanti, pur spesso non collegati al centro del partito, di dare un contributo decisivo agli scioperi già ricordati della primavera del ‘43[7].

È ben nota la parte che i comunisti hanno avuto nella Resistenza e che è alla base della loro eccezionale crescita in quel cruciale biennio. Questa crescita, se è stata favorita in notevole misura dal prestigio di cui l’Urss godeva allora, è stata possibile perché il Pci è entrato nella lotta con un patrimonio di quadri e di militanti senza paragone superiore a quello di tutte le altre organizzazioni. A partire dal luglio ’43, a coloro che erano già attivi in precedenza, si aggiungevano coloro che ritornavano dalle carceri o dalle isole o rientravano dall’estero, un certo numero dei quali aveva fatto una preziosa esperienza militare nella guerra civile in Spagna.

È grazie a questa ossatura che il Pci potrà dare il contributo di gran lunga più importante al movimento clandestino, a mobilitazioni di massa come gli scioperi della primavera del ’44 e alla lotta partigiana. Registrerà in tal modo un afflusso massiccio di nuove forze, che avranno un ruolo centrale nella sua attività e nella sua vita interna nel corso dei decenni successivi[8].

Alla fine della guerra, il Pci ha già un’influenza prevalente nella classe operaia e si colloca a un livello di poco inferiore a quello del Partito socialista come forza elettorale[9]. I suoi militanti sono in prima linea nella costruzione delle organizzazioni sindacali, operaie e contadine e di altre organizzazioni di massa.

I rapporti di forza nell’ambito del movimento operaio evolvono ancor più nettamente a suo favore negli anni successivi. Vedremo più avanti quale giudizio si debba dare, a nostro avviso, sui suoi orientamenti e sulle sue contraddizioni in quel periodo. Qui basti ricordare che, nella misura in cui il PSI è indebolito dalla sua inconsistenza politica e dal suo accentuato codismo nei confronti dei comunisti e poi dalla scissione di Palazzo Barberini, il Pci appare sempre di più agli occhi delle masse popolari come la sola forza in grado di contrastare l’offensiva restauratrice delle forze dominanti e la costituzione del blocco politico e militare imperialistico dell’Alleanza atlantica. A questo proposito, due episodi sono stati indicati a giusto titolo come emblematici: la battaglia, nel parlamento e fuori, contro la firma del Patto atlantico nel ’49 e la lotta democratica contro la legge elettorale truffaldina quattro anni più tardi.

Nella nuova fase che si apre negli anni ’60 con l’avvento del centro-sinistra, quando il Psi diviene parte integrante di governi incapaci di realizzare le stesse timide riforma abbozzate all’inizio, il ruolo del Pci come la sola credibile forza di opposizione e come lo strumento più valido in difesa degli interessi e delle aspirazioni delle masse popolari non può che rafforzarsi.

Una contestazione di questo ruolo non si delinea che a partire dal 1968-69, con l’ascesa dei grandi movimenti di massa operai e studenteschi. Per la prima volta nella sua storia, il partito è attaccato su vasta scala alla sua sinistra. Ma, grazie alla incontestabile duttilità tattica del suo gruppo dirigente e alle operazioni condotte con eguale duttilità – per non dire con abile trasformismo – dai suoi dirigenti sindacali, riesce a reinserirsi nel giuoco abbastanza rapidamente, recuperando obiettivi dei nuovi movimenti e influenzandone larghi settori.

Quando il periodo più acuto della crisi politica e sociale si chiude, quando cominciano a porsi i problemi della crisi economica nazionale e internazionale del 1974-75, di fronte ai quali l’estrema sinistra è in larga misura disarmata (e anche per questo comincia a declinare), quando le grandi masse si inseriscono di nuovo in una prospettiva istituzionale-elettorale, il Pci appare ancora una volta come il solo strumento efficace.

Si arriva così ai suoi successi elettorali del 1975-76, mentre su scala internazionale giunge l’ora del cosiddetto euro-comunismo, che appare come un tentativo organico di dare alle lotte e alle prospettive politiche la dimensione sovranazionale necessaria. È proprio in quel momento che, con la segreteria di Berlinguer, il Pci raggiunge il punto più alto della sua parabola.

Ricapitolando,  la sua forza è dovuta, dunque, a un’azione condotta per oltre mezzo secolo, senza vere e proprie soluzioni di continuità. È dovuta a un profondo radicamento sociale, nella classe operaia, in larghi strati contadini e in settori di piccola borghesia, moderna e tradizionale, che la funzione politica e organizzativa obiettivamente assolta gli ha permesso di realizzare, sviluppare e consolidare. È dovuta all’influenza molteplice esercitata nella cultura del paese, grazie a una vasta gamma di intellettuali, presenti nelle sue file o alla sua periferia (soprattutto su questo terreno può sfruttare, anche se abusivamente, il prestigio di Antonio Gramsci).

È dovuta egualmente alla valorizzazione costante e prioritaria di quelli che, alla maniera di Lenin, erano chiamati una volta i “rivoluzionari di professione”, cioè di uomini e donne per i quali la lotta contro a società esistente era la ragione stessa della vita, che erano dotati di un ammirevole spirito di sacrificio e costituivano un elemento di forza di cui nessun’altra formazione politica poteva neppur lontanamente disporre (vedremo quali siano stati gli aspetti negativi dell’esistenza dell’apparato, almeno tendenzialmente, monolitico che si è via via formato).

È dovuta, infine, a una utilizzazione sistematica – con risultati, specie nelle amministrazioni locali, per vari aspetti positivi – del quadro istituzionale, in cui il peso elettorale assicurava, come si è accennato, una presenza molto vasta.


[1] In un articolo di Rinascita su cui troneremo, Palmiro Togliatti constatava il fallimento del “compromesso del fronte antifascista” già nell’agosto del ’46 (una periodizzazione analoga è stata abbozzata anche da Pietro Secchia)

[2] Alla fine della guerra, i dirigenti del Pci negavano recisamente che si fossero creati due blocchi con relative sfere di influenza. Chi scrive, in dibattiti avuti come militante socialista con esponenti del Pci, si è sentito spesso trattare con qualifiche ed epiteti poco lusinghieri, per il semplice fatto di sostenere che c’era stato l’incontro di Jalta dove erano state delineate le zone di influenza.

[3] Questo saggio riprende e rielabora, ovviamente, analisi e motivi critici avanzati in nostri libri, saggi o articoli, dal 1945 in poi, che avremo occasione di richiamare.

[4] Tra questi fattori vanno sottolineati, in primo luogo, l’accresciuto peso specifico della classe operaia e l’irrompere sulla scena della forza politica e sociale nuova costituita dal movimento studentesco (vedere a questo proposito ciò che abbiamo scritto in Pci: 1945-1969: stalinismo e opportunismo, Samonà e Savelli, Roma, 1969, pp.311 e sgg.; Il partito leninista, Samonà e Savelli, Roma, 1972 e Dinamica delle classi sociali in Italia, Samonà e Savelli, Roma, 1976.

[5] Vale la pena di richiamare qui la valutazione espressa all’inizio degli anni ’30 dall’Opposizione di sinistra italiana: “Questo partito nasceva troppo tardi per portare a compimento vittorioso l’ondata rivoluzionaria scatenatasi in Italia alla fine della guerra (1919-1920), ma esso rappresentava la sola garanzia di successo nella lotta per l’avvenire del proletariato italiano per impedire che tutto andasse perduto, per creare le condizioni di vittoria sulla borghesia: a condizione, però, che esso sapesse dare non solo una giusta soluzione teorica ai problemi della rivoluzione proletaria, ma di condurre una politica adeguata per portare le grandi masse ad accettare e a far proprie le soluzioni presentate dal Partito comunista. Questa politica è ciò che mancò principalmente al nostro partito nel suo periodo di “infanzia”, il periodo della direzione bordighiana” (Bollettino dell’opposizione comunista italiana, n°13, 1° febbraio 1933).

[6] Al Congresso di Livorno, circa 60.000 iscritti avevano appoggiato la mozione comunista; a questi andavano aggiunti 35.000 voti su un totale de 43.000 della Federazione giovanile (ricordiamo che i massimalisti erano circa 100.000 e i riformisti 15.000). La corrente sindacale comunista cintava 288.000 aderenti nelle Camere del Lavoro e 136.000 nei sindacati di categoria. La composizione sociale del nuovo partito era proletaria al 98%. Alle prime elezioni cui partecipava, il 7 aprile 1921, otteneva 291.952 voti e 15 seggi (il PSI un milione e mezzo di voti e 122 seggi). Nell’autunno 1924 gli iscritti erano 25.000 e alcune migliaia in più un anno dopo, mentre nel 1926 non erano più che 16.000. Ricordiamo, infine, che nell’aprile 1925, alle elezioni per la commissione interna della Fiat, la lista del Pci otteneva quasi lo stesso numero di voti della lista della Fiom, appoggiata dai due partiti socialisti.

[7] All’inizio del ’43 ci sono 80 iscritti alla Fiat Mirafiori, circa 30 alla Lancia, circa 60 alla Viberti, circa 70 all’aeronautica e complessivamente circa 1000 iscritti nella città di Torino, quasi tutti operai. Questi dati potranno sembrare modesti rispetto agli effettivi su cui il Pci potrà contare più tardi. Ma chi abbia un’idea di che cosa significhi lavorare nella clandestinità e del ruolo determinante che possono assumere in grandi fabbriche, quando se ne creino le condizioni, nuclei anche molto ristretti, non può non dare una ben diversa valutazione e non comprendere il valore del lavoro compiuto per poter arrivare alle scadenze del ’43 con un simile potenziale.

[8] Nei 45 giorni  si calcola che siano stati liberati circa 3000 militanti e già nella seconda metà del ’43 si realizzava la saldatura fra le tre “componenti”: gli ex-prigionieri, i militanti dell’immigrazione e le giovani reclute (Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino, 1973, Vol. IV, p.344). Per i dati sugli iscritti nelle fabbriche alla fine del ’43, cfr. ibidem, Vol. V, pp.225-226)

[9] Il Pci otteneva, il 2 giugno 1946, 4.356.686 voti contro 4.758.129 del Psi. Al momento della liberazione, cioè alla fine del periodo clandestino, in tutta una parte del paese, contava 90.000 iscritti al Nord e 311.960 nel resto del paese. Al V Congresso, il primo del dopoguerra, vengono annunciati 1.770.896 iscritti. Il livello più alto sarà raggiunto al VII Congresso, nel 1951, con circa 2,5 milioni.