Livorno 1921, chi voleva “fare come in Russia”

Il biennio rosso, il ruolo ambiguo del sindacato riformista, la riorgazionizzazione dello Stato. II congresso del Komintern. Retroscena della scissione del Psi e della nascita del PCd’I – Marco Meotto

Livorno, mattina del 21 gennaio 1921, XVII congresso del Partito Socialista Italiano.

La scena è nota. Amadeo Bordiga – che ha già preso parola nel dibattito congressuale due giorni prima con un intervento al vetriolo – sale per l’ultima volta sul pulpito del teatro Goldoni. L’ingegnere napoletano è risoluto nel suo commiato al partito in cui milita da oltre dieci anni: l’esperienza nel PSI è finita, non c’è più molto da dirsi. Poi esorta così i compagni che stanno dalla sua parte:

«I delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista abbandonino la sala; sono convocati alle 11 al Teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito comunista, sezione italiana della Terza internazionale».[1]

Detto, fatto. Eccolo l’evento, il momento in cui, dopo un lungo travaglio, si consuma la “scissione di Livorno”. I delegati delle varie tendenze che animano la “frazione comunista” – piuttosto articolata al suo interno, come vedremo – escono dal teatro intonando l’Internazionale. Nel percorso verso la nuova sede sono accompagnati da decine di operai livornesi e, soprattutto, dalla delegazione internazionale degli altri partiti comunisti europei.

Poche ore dopo, il Partito Comunista d’Italia è proclamato. Nei congressi delle sezioni la mozione comunista aveva ottenuto quasi sessantamila voti, quella riformista di Turati meno di quindicimila, ma a vincere era stata la mozione “centrista”, quella “comunista unitaria” di Serrati: aveva sfiorato i centomila consensi e determinato l’esito del congresso.

La scissione in Italia si consuma, dunque, a sinistra, a differenza di quanto accaduto invece al congresso dei socialisti francesi a Tours solo poche settimane prima, dove era stata la destra della SFIO a essere messa alla porta dalla maggioranza del partito.

A Livorno è un terzo abbondante del PSI ad abbandonare il “partitone”, nonostante fino all’ultimo si cerchino delle mediazioni, ma senza esito. “Noi andiamo con la Terza internazionale – aveva detto Bordiga nelle giornate congressuali – […] il che vuol dire nella Terza internazionale, come vuole la Terza Internazionale[2].  Persino tra gli stessi ospiti stranieri aderenti al Komintern – che, certo, non faranno mancare appoggio e supporto nel momento della scissione – si era manifestata qualche incertezza. Se ne era fatto portavoce il tedesco Paul Levi, grande artefice della confluenza della maggioranza della USPD (i Socialdemocratici Indipendenti) nel KPD (il Partito Comunista tedesco), operazione sancita dal Congresso di Halle nell’ottobre del 1920.

Levi si consulta con Mátyás Rákosi che, lì a Livorno, è il delegato ufficiale del Komintern insieme al bulgaro Christo Kabakčiev. La frattura con Serrati è davvero inevitabile? Levi è timoroso che troncare con i massimalisti possa essere controproducente nei confronti del rapporto con le masse proletarie. La componente massimalista gode di un ampio consenso popolare e, comunque, insiste nel definirsi “comunista unitaria”. Si riconosce nella Terza Internazionale, purché le si dia tempo ed elasticità nell’applicazione delle 21 clausole necessarie per l’adesione.

Insomma, Paul Levi spera ancora che la scissione possa avvenire a destra e per questo convince Rákosi a telegrafare a Mosca la sera del 19 gennaio, quando ormai i giochi sono praticamente fatti, per avere conferma che l’obiettivo della dirigenza bolscevica sia proprio la rottura. E Mosca conferma.

Questi, dunque, alcuni brandelli di cronaca della scissione. Come ci si arriva? Chi sono i comunisti che abbandonano il Teatro Goldoni per fondare un nuovo partito?

Per rispondere a queste domande dobbiamo andare oltre l’evento in sé e fare qualche passo indietro e ripercorrere i nodi problematici e le occasioni mancate dell’anno che precede Livorno.

Occasioni mancate?

Aprile 1920. La città di Torino – uno dei tre maggiori centri industriali del nord Italia – è paralizzata da settimane per il protrarsi dello “sciopero delle lancette”, iniziato a marzo in seguito alle proteste operaie per l’introduzione dell’ora legale e poi divenuto uno scontro generalizzato tra grande industria e proletariato. Dal tema salariale e dell’orario di lavoro si è passati ad altro, la mobilitazione mira al riconoscimento del ruolo delle commissioni interne e dei consigli di fabbrica.

«La classe operaia torinese non si è impegnata nella lotta per una questione di orario o di salario: è in gioco un istituto rivoluzionario, quello dei Commissari di reparto e dei Consigli di fabbrica, che non interessa soltanto una categoria locale ma interessa tutto il proletariato comunista italiano.»[3]

Recita così un volantino diffuso tra le lavoratrici e i lavoratori torinesi dal gruppo de L’Ordine nuovo, la rivista di riferimento di una delle diverse componenti che andranno a costituire la frazione comunista al Congresso di Livorno. L’elemento di spicco è Antonio Gramsci che dirige l’edizione torinese dell’Avanti!, il giornale del partito, ma ne fanno parte anche Umberto Terracini, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti. Il gruppo ordinovista si distingue, all’interno del PSI, per essere poco coinvolto dalle discussioni intestine tra le varie tendenza e per dedicarsi con maggior interesse a sperimentare pratiche di contropotere all’interno dei luoghi della produzione. È al “movimento dei consigli” che si rivolgono le attenzioni di questa corrente, che non disdegna, pur nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze, la collaborazione con il sindacalismo rivoluzionario (come l’anarco-sindacalista Unione Sindacale Italiana) e con l’area libertaria che, a Torino, ha una forte componente operaia. Questa propensione attirerà le critiche di Serrati, ma anche quelle di Bordiga, con cui poi gli ordinovisti si coalizzeranno prima di Livorno: tanto Serrati, quanto Bordiga rimproverano all’Ordine Nuovo la promiscuità e la confusione di chi non riconosce l’importanza primaria dell’adesione all’organizzazione, trattando allo stesso modo iscritti e non iscritti.

Ciò che succede, nell’aprile del 1920 a Torino, non è senza conseguenze rispetto agli esiti che condurranno a Livorno. Vediamo lo sviluppo della situazione.

Con il protrarsi dello stato di agitazione in città arriva l’esercito. E si tratta di quasi 50.000 soldati che isolano Torino dal resto d’Italia. La lotta si estende a tutta la regione e trascina con sé, pur con diverse rivendicazioni, anche i braccianti delle campagne. Episodi di solidarietà spontanea si segnalano anche in altri centri industriali della penisola.

È forse questa la scintilla che serve per innescare un percorso rivoluzionario? Non è di questo avviso il Partito Socialista, in cui pur dominano i massimalisti che dell’imminente rivoluzione e dell’esempio russo parlano in continuazione. Riguardo alle vicende torinesi la posizione è chiara: non sussistono le condizioni per rompere il patto di collaborazione esistente con la CGdL, che però è governata dai riformisti di D’Aragona.  Il patto chiarisce che se le lotte hanno carattere economico la loro guida spetta al sindacato, se hanno carattere politico è il partito che deve intervenire. Per la direzione nazionale siamo ancora nel campo delle rivendicazioni lavorative. La partita è nelle mani della CGdL.

Ne consegue che dalle questioni torinesi – con un’intera città sotto assedio e la popolazione dei quartieri operai che si prepara a resistere a oltranza – non emergano, a detta di chi guida il movimento operaio italiano, elementi sufficienti per chiamare alla lotta il resto del paese. Il gruppo torinese resta pertanto isolato, la CGdL tratta un concordato con gli industriali per risolvere l’impasse. In apparenza vi è il riconoscimento dei consigli di fabbrica, ma la loro funzione è svuotata dall’applicazione di nuovi regolamenti di disciplina. “Compagni, la lotta è finita, ora tornate a casa”: questo, in fondo, è il messaggio.

Eppure già allora si consuma una frattura. In seguito, a due anni dalla fondazione del PCd’I, con il fascismo ormai al potere, Gramsci recriminerà sulla mancata “scissione d’aprile” del 1920 che, se consumatasi davvero, forse avrebbe disegnato una diversa traiettoria per gli eventi successivi:

«Non abbiamo voluto dare ai Consigli di fabbrica di Torino un centro direttivo autonomo e che avrebbe avuto un’immensa influenza in tutto il paese, per paura della scissione nei sindacati e di essere troppo prematuramente espulsi dal partito socialista.»[4]

Per Gramsci è un’occasione mancata per fare chiarezza dentro al movimento dei lavoratori.

Ma che il partito sia impreparato a scorgere potenzialità realmente rivoluzionarie nella convulsa situazione sociale italiana lo dimostrano anche i fatti di poche settimane successive.

È fine giugno quando ad Ancona scoppia la rivolta nelle caserme dei bersaglieri: i soldati si rifiutano di partire per l’Albania. L’insurrezione tra i ranghi dell’esercito si estende a tutta la costa adriatica. Anche a Brindisi le caserme si ammutinano. Socialisti e anarchici scendono in strada in supporto ai soldati che si ribellano contro la spedizione imperialista del governo italiano. Ci sono scioperi di intere categorie di lavoratori, come i ferrovieri e i lavoratori del mare che sono coinvolti direttamente dall’eventuale trasporto di truppe. A Roma si proclama lo sciopero generale della città. A Milano un corteo spontaneo raggiunge la caserma dei bersaglieri e invita alla diserzione. Il partito socialista che fa? Tace. Anzi, ci mette due giorni per prendere una posizione e poi chiede alla Confederazione sindacale di sconfessare gli scioperi: per questo livello dello scontro non siamo pronti.

Eppure anche nei tumulti di giugno i socialisti coinvolti sono numerosi. Lo documentano gli arresti e i processi delle settimane successive. Molti sono giovani e giovanissimi, testimonianza che la Federazione Giovanile Socialista si sta spostando su posizioni sempre più intransigenti.

La situazione italiana e il II congresso del Komintern

Tra il luglio e l’agosto del 1920, l’Internazionale comunista tiene il suo secondo congresso, quello che di fatto è il vero momento fondativo del Komintern. La dirigenza bolscevica può ancora, non senza ragione, insistere sull’esistenza di oggettive situazioni rivoluzionarie in Europa. L’esperimento ungherese è fallito, ma i venti di rivoluzione soffiano in molti paesi. La rivoluzione non è certo del tutto soffocata in Germania, dove tra marzo e aprile, in reazione al tentato putsch di Kapp, gli operai tedeschi sono insorti in molte regioni prendendo il controllo di vaste aree del paese e di intere città. Le notizie che arrivano dall’Italia, viste da lontano, appaiono confortanti: oltre ai già citati episodi, diffuse forme d’insorgenza operaia e contadina si diffondono a macchia d’olio. Osservando gli eventi da Mosca può davvero sembrare che, se la rivoluzione non è ancora divampata in Italia, è solo questione di tempo.

L’ottimismo deriva anche dal fatto che il congresso dell’Internazionale si svolge mentre la marcia dell’Armata rossa su Varsavia è ancora in corso. Travolta la Polonia, si spalancherebbero le porte dell’Europa occidentale all’esercito rivoluzionario. Questa possibilità che, nelle speranze dei bolscevichi, farebbe precipitare gli eventi nell’intero continente, si estingue pochi giorni dopo la fine delle riunioni dell’Internazionale: Tuchacevskij è respinto dall’esercito polacco nella decisiva battaglia della Vistola. È a quel punto diventa chiaro che la rivoluzione nell’Europa occidentale deve muoversi con le proprie gambe e non può più contare sull’avanzata dell’Armata rossa.

Durante i lavori dell’Internazionale però si discute molto dell’Italia. Il Partito Socialista Italiano è tenuto in gran considerazione: Lenin stesso ne ammira la capacità di collegamento con le masse e il capillare radicamento sociale. La delegazione che partecipa ai lavori è molto variegata e alcuni nodi iniziano a venire al pettine.

Abbiamo il massimalista Serrati a rappresentare la dirigenza del PSI, ma anche il riformista D’Aragona in rappresentanza della CGdL. Ci sono però alcuni di quelli che saranno poi protagonisti della scissione di Livorno. C’è Luigi Polano, che rappresenta i giovani socialisti, c’è Nicola Bombacci, massimalista, come parte della delegazione dei parlamentari e, infine, giunto autonomamente e senza diritto di voto congressuale, c’è Bordiga, leader di quella corrente astensionista che ha posto con chiarezza il problema della trasformazione del partito in organo rivoluzionario sin dal congresso di Bologna del 1919.

Pur senza diritto di voto, Bordiga partecipa ampiamente alle discussioni e ai tavoli di lavoro. Non mancano occasioni di frizione con Lenin che ha fatto consegnare a tutti i partecipanti alla riunione dell’Internazionale una copia di L’estremismo, malattia infantile del comunismo, il pamphlet con cui si scaglia contro varie tendenze “puriste”, accusa da cui Bordiga non è certo esente.

Ma a compattare incredibilmente la delegazione italiana è l’intervento in cui Lenin invita i socialisti italiani a prendere come riferimento per l’azione futura le linee tracciate da Gramsci in un articolo uscito su l’Ordine nuovo l’8 maggio di quell’anno, a seguito della sconfitta successiva allo sciopero delle lancette[5]. Nessuno degli ordinovisti è presente ai lavori, ma Lenin è a conoscenza del testo perché gli è stato fatto pervenire da Riedel, uno degli inviati dell’Internazionale in Italia. Sul tavolo è posta la questione cruciale: la dirigenza del PSI è massimalista a parole, ma è legata a doppio filo alla pratica riformista del sindacato. È invece necessario coordinare le forze operaie e contadine attorno a un vero programma rivoluzionario in grado di fare chiarezza delle ambiguità che paralizzano il partito socialista. Sarebbero posizioni sulle quali almeno Bordiga e Polano dovrebbero convergere. Invece da parte dell’intera delegazione viene avanzata a Lenin – che l’accoglierà solo parzialmente – la richiesta di ritirare dai documenti congressuali il riferimento esplicito all’Ordine Nuovo. Serrati e Bombacci sottolineano che non si può celebrare la scarsa disciplina del gruppo ordinovista, Bordiga ricorda che Gramsci e i suoi erano stati fino all’anno prima fautori dell’unità del partito, a differenza della sua tendenza astensionista, in cui si riconosce anche Polano.

Il nodo di fondo delle discussioni dentro l’Internazionale resta però l’espulsione dei riformisti. Su questo ormai le posizioni sono chiare: per Bordiga non si può perdere un attimo di più, per Serrati bisogna prendere tempo, rafforzare il partito e fare in modo che siano i riformisti ad andarsene.

I fatti di settembre 1920 dimostreranno che di tempo non è rimasto molto.

L’inizio della reazione

Con l’occupazione delle fabbriche in tutto il nord Italia, avvenuta nel settembre del 1920, si è soliti indicare il momento culminante del “biennio rosso”. Per partecipazione, diffusione, coinvolgimento fu proprio così. Ciò che la storiografia ha però ormai appurato è che, più che un’occasione rivoluzionaria mancata, si trattò della conclusione di un ciclo di lotte. Se il movimento operaio è cresciuto nei due anni successivi alla fine della guerra, lo stesso si può dire per la capacità di risposta degli industriali e per l’apparato dello Stato, non più in crisi come lo era nel 1919.  Se proprio si vuole fare la storia con i “se”, un esito rivoluzionario sarebbe stato forse possibile qualora, fin da principio, si fossero combinati diversamente alcuni fattori: tra questi era probabilmente indispensabile la saldatura di segmenti sociali molto diversi tra loro, come il proletariato industriale del nord Italia, i contadini dell’Italia centro-meridionale (del tutto indifferenti alla proposta massimalista di “collettivizzazione delle terre”, quanto più interessati a una distribuzione della proprietà) e infine le componenti radicali ma popolari dei reduci e dell’esercito che, solo in parte, sarebbero state assorbite dal fascismo.

Resta il fatto che il settembre del 1920 è lo spartiacque decisivo non per ciò che avrebbe potuto essere, ma proprio per ciò che fu. Non offensiva operaia, ma provocazione degli industriali a cui il proletariato delle grandi città seppe rispondere mettendo in pratica quanto appreso negli anni precedenti. Per il Partito Socialista è il definitivo disvelamento. Adesso che gli operai controllano le fabbriche e le sanno far funzionare da soli, che si fa? Non certo la rivoluzione, perché non la si è preparata. Ed è evidente che sia così: per usare gli schemi bolscevichi, non è stata addestrata alcuna organizzazione in grado di sostenere la “guerra civile rivoluzionaria” nella contesa per il potere. Le “guardie rosse” che sorgono proprio nel corso delle occupazioni del settembre non sono che un nucleo embrionale.

Non c’è nulla di nuovo, se non la scala di grandezza, rispetto a quanto visto a Torino ad aprile: il Partito Socialista non si assume la direzione della lotta e la lascia alla CGdL. E questa fa ciò che meglio sa fare: tratta un compromesso con il governo. Il 19 settembre l’intesa è siglata e inizia la smobilitazione. Gli ultimi stabilimenti occupati sono proprio quelli torinesi dove il “catechismo” rivoluzionario dell’Ordine Nuovo ha attecchito di più. Ma si può fare la rivoluzione partendo da poche e isolate realtà?

Verso il PCd’I

L’amaro esito dell’occupazione delle fabbriche induce il gruppo dell’Ordine Nuovo a convergere con la frazione astensionista di Bordiga.

Il 15 ottobre a Milano si sancisce la nascita della nuova tendenza comunista, pronta a dar battaglia congressuale e piuttosto convinta di portare dalla propria parte la maggioranza del partito. A firmare il manifesto costitutivo ci sono, oltre ai bordighiani e agli ordinovisti, anche alcuni tra i massimalisti più radicali, come i milanesi Bruno Fortichiari e Luigi Repossi.

In modo schematico si potrebbero isolare le principali tendenze che vanno a comporre l’aggregazione che, a Livorno, procederà alla scissione.

Il gruppo di Bordiga è quello più organizzato e che pare contare su di un seguito più diffuso, al nord come al sud, da dove arriva ad esempio Ruggiero Grieco. Il gruppo riunito attorno all’Ordine Nuovo ha un grande peso intellettuale, ma ha radicamento solo a Torino e già mostra differenti e sfumate posizioni interne.

Massiccio sarà il contributo dei giovani. Poco dopo Livorno, al congresso di Firenze la Federazione Giovanile Socialista muta il nome in comunista trascinandosi dietro 35.000 dei 43.000 iscritti.

Oltre a bordighiani, ordinovisti e giovani, c’è una quarta componente. Sono proprio i massimalisti che fanno riferimento al milanese Fortichiari, un gruppo connotato da una decisa vocazione operaista. Questo ne spiega il radicamento nelle grandi aree industriali come Genova.

Scorrendo la composizione geografica di chi aderisce alla tendenza comunista, sulla base dei dati congressuali, le grandi città dove la sezione è strappata ai socialisti sono soprattutto Torino e Trieste.

Qui a guidare la sezione socialista che diventerà poi comunista è lo sloveno Ivan Regent e sloveni sono anche molti altri quadri dirigenti. Da queste parti in gioco c’è anche la questione nazionale: i comunisti raccolgono consenso trasversale tra il proletariato di lingua italiana e tra quello di lingua slovena. Sono i comunisti a rappresentare una difesa contro l’offensiva fascista, che in queste terre di confine, è più precoce che nel resto d’Italia. Lo stesso accade nelle città dell’Istria: la camera del lavoro di Pola, a cui aderiscono croati e italiani,  passa quasi integralmente con i comunisti.

Va meno bene per i comunisti in altre zone del nord industrializzato: a Milano, feudo prima di Turati e poi di Serrati, ci sono i quadri, ma la base è debole. Più radicata la presenza a Genova e buona a Bologna dove viene eletto sindaco il comunista Enio Gnudi.

Nonostante il carisma di Bordiga, a Napoli i comunisti non riescono a conquistare la sezione.

Anche nel resto del sud nei congressi di sezione raramente superano il 10% dei consensi tra gli iscritti alle sezioni socialiste.

L’affermazione nelle campagne è limitata al novarese, al vercellese e all’alessandrino, mentre nelle campagne dell’Emilia-Romagna l’egemonia della Federterra, legata ai riformisti, non lascia molto spazio alle proposte dei comunisti, salvo piccole isole come Forlì.

Sono queste le varie anime che i delegati riuniti a Livorno si trovano a rappresentare tra il 15 e il 21 gennaio del 1921. Dopo la scissione, Togliatti, che pur è rimasto a Torino, scriverà sull’Ordine Nuovo: «Che avverrà domani? Questo non sappiamo, ma sappiamo che oggi, per noi, è giorno di propositi, di volontà, di azione».

Una strada è tracciata, ma il futuro sarà pieno di contraddizioni.


[1]
            Atti del XVII Congresso nazionale del PSI, citato in Spriano P., Storia del partito Comunista italiano, vol. I, Einaudi, 1967, p. 115,

[2]
            ibidem, p. 114

[3]
            “Lavoratori, avanti!”, 20 aprile 1920, manifesto apparso per Torino, citato in M. Ferrara, Conversando con Togliatti, Roma 1954, pp. 69

[4]
            Lettera di Gramsci ad Alfonso Leonetti, 28 gennaio 1924, in P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del PCI nel 1923-24, Roma, 1962, p. 183

[5]
            L’articolo, non firmato ma attribuibile a Gramsci, si intitola Superstizione e realtà, 8 maggio 1920, “L’Ordine Nuovo”,