LA LEGGE DI BILANCIO E I DECRETI RISTORI

di Franco Turigliatto

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La legge di bilancio in discussione in Parlamento in queste settimane, pur essendo assai pesante (38 miliardi di euro), costituisce però solo una parte della manovra finanziaria complessiva che il governo ha messo in atto nel corso dell’anno per fronteggiare la crisi pandemica ed economica e le loro pesanti ricadute sul piano sociale. Ad oggi l’entità complessiva degli interventi dello stato si avvicina ai 120 miliardi di euro, (ma probabilmente lieviterà ancora all’inizio del prossimo anno con un ulteriore decreto Ristori), ed ha obbligato il governo a chiedere più volte al Parlamento il voto sugli scostamenti di bilancio resisi necessari, cioè su un aumento del debito pubblico. Nell’ultimo caso, per soccorrere l’incerta maggioranza governativa in Senato, è stato contrattato il voto favorevole delle destre, concedendo ad esse, ulteriori impegni a favore dei settori borghesi che più direttamente rappresentano.

Dei 38 miliardi della manovra 23 sono finanziati a deficit mentre altri 15 dovrebbero arrivare dal Recovery Fund europeo, anche se l’attivazione di questo fondo per ora è ostacolato dal veto di Polonia ed Ungheria.

Tutti i decreti governativi del 2020 sono stati predisposti avendo alcune finalità precise:

  • contenere le situazioni più critiche del mondo del lavoro attraverso la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti;
  • cercare di tamponare con una serie di sussidi parziali i disastri che si sono prodotti in vasti settori sociali addetti a lavori precari e/o informali, assai compositi e diversificati, per permettere loro qualche forma di reddito e di sopravvivenza;
  • garantire il reddito di quel vasto mondo piccolo e medio borghese del commercio, delle piccole imprese, del turismo e della ristorazione, fondamentale nella conservazione degli equilibri sociali del capitalismo italiano;
  • operare infine gli interventi finanziari più cospicui e strategici a favore delle medie imprese e soprattutto delle grandi imprese, considerate il motore fondamentale del progetto di tenuta e sviluppo del sistema capitalista.

La stragrande maggioranza delle risorse attivate attraverso il nuovo debito pubblico sono andate a vantaggio della borghesia che ha operato una pressione continua sul governo, per altro ben disposto nei suoi confronti. L’esecutivo giallo rosa è stato ed è quindi il governo dei padroni e famigerati “sussidi”, denunciati dal Presidente della Confindustria, sono andati in gran parte ai suoi rappresentati; dei 100 miliardi disposti dai primi decreti ben 60 sono finiti in quelle tasche.

E’ quanto si evidenzia anche nella legge finanziaria e nei cosiddetti 4 Decreti Ristori che hanno ulteriormente accentuato il contributi pubblici a fondo perduto ai più disparati operatori economici e alle diverse componenti della classe borghese.

Da ultimo va sottolineato che una norma, presente nel testo iniziale della legge di bilancio che disponeva il rinvio del cosiddetto federalismo differenziato (un progetto politico istituzionale, che alla luce degli avvenimenti dell’ultimo anno ha già mostrato tutta la sua insensatezza politica, sociale ed economica), è stata cassata prima ancora di iniziare il dibattito, chiarendo, senza ombra di dubbio, che si vuole continuare a fare come prima ed anche peggio di prima.

La cifra drammatica del nostro paese, che esprime il vergognoso abisso sociale e le intollerabili disparità economiche presenti, è data da alcuni semplici dati: da una parte gli 8-9 milioni di persone in povertà prodotte da 20 anni di politiche di austerità sono saliti nell’ultimo anno di altre 5 milioni; dall’altra un minoranza arrogante e superprivilegiata ha continuato ad arricchirsi con una borsa di Milano salita del 19% e le liquidità bancarie di imprese e soggetti individuali che hanno raggiunto la cifra record di 1.714 miliardi di euro!

Una conclusione fin troppo chiara

La conclusione è molto semplice; se qualcuno sperava che questa crisi senza precedenti, che pure ha obbligato le borghesie europee a mettere da parte provvisoriamente una serie di dogmi liberisti e di ridare un ruolo centrale allo stato, portasse anche a un rilancio complessivo dell’intervento pubblico, ad un nuovo New Deal con al centro i bisogni dell’insieme della popolazione a partire dalla sanità, dalla scuola, dall’ambiente, dai trasporti, cioè scelte fatte in funzione dei bisogni collettivi e non dei profitti, si è sbagliato.

Siamo al come prima, anzi peggio di prima perché la stessa utilizzazione del Recovery Fund è collegata alle “riforme” di struttura liberiste e il grande debito statale prodotto ricadrà sulle spalle delle classi lavoratrici. Di fronte a questo disastro sarebbe stato necessario ricorrere alla monetizzazione del debito ed introdurre una grande riforma fiscale progressiva congiunta ad una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

Misure tanto più necessarie perché nel corso degli ultimi decenni una minoranza privilegiata si è appropriato della maggior parte della ricchezza nazionale ed è giusto e necessario che la ricca borghesia paghi alla società quanto è dovuto. Per ora niente di tutto questo; è bastato infatti un contenuto, ma importante emendamento alla finanziaria di Leu e di alcuni esponenti del PD volto ad introdurre misure di imposizione patrimoniale per scatenare una reazione infernale ed ipocrita, ma rivelatrice, in cui si sono esercitate non solo le destre e i giornali borghesi, ma anche gli esponenti del PD e del M5S. Come per dire. “ Ma siamo matti; i privilegi e le ricchezze dei ricchi non si possono toccare”.

E’ proprio quello invece che deve essere fatto costruendo un movimento di opinione pubblica e di massa delle classi lavoratrici che lo rivendichi e lo imponga.