SI SCRIVE RIVOLTA, SI LEGGE RIVOLUZIONE

di Cristina Tuteri (Sinistra Anticapitalista Roma)

L’esplosione del 4 agosto che ha causato più di 200 vittime e oltre 6000 feriti al porto di Beirut mostra, nei dati crudi della realtà, elementi fortemente simbolici.
È l’intero Libano che esplode contro questa nuova tragedia, che comunica inefficienza e totale disinteresse e nessuna considerazione della salute pubblica di un intero popolo da parte di chi lo malgoverna e lo affama.

LA RABBIA ESPLODE

Esplode la rabbia di un movimento di massa che dal 17 ottobre del 2019 agita le piazze del paese, esplode il sistema corrotto e clientelare gestito dai partiti, soprattutto confessionali, che si spartiscono da anni il potere politico ed economico.
Il movimento protagonista delle ultime mobilitazioni in Libano non nasce all’indomani del 4 agosto.
Dallo scorso autunno il movimento di massa libanese occupa le strade delle maggiori città del paese contro la corruzione , la spartizione del parlamento e del potere economico da parte dei partiti confessionali e contro la politica delle banche private e della banca centrale.
È un movimento antigovernativo che chiede la fine di tutto il sistema politico libanese che ha precipitato il Libano in una crisi economica verticale che ha trascinato la popolazione ad un tasso di povertà che arriva al 45 per cento.

In questa ultima fase si è diffuso lo slogan TUTTI VUOL DIRE TUTTI, che include quindi l’intero quadro politico attivo, distante ormai dal paese reale e dalle esigenze collettive. Nulla a che vedere con gli italici urletti contro la casta lontani dalle mobilitazioni e dal mettere in gioco le proprie menti e i propri corpi per un progetto alternativo e collettivo.
È un movimento maturo quello libanese, che ha anche tentato in diversi momenti una discreta autorganizzazione, sperimentandola nella gestione oltre che della propria organizzazione, anche nella supplenza dello stato sociale completamente assente.
È un movimento che assale i centri del potere che occupa i ministeri e le pubbliche istituzioni. È mosso da una volontà rivoluzionaria e non solo di rivolta, non soltanto contro lo stato di cose esistenti ma comincia a voler gestire in modo alternativo il proprio futuro, bisogna dargli tempo e fiducia e guardarlo muoversi e muoverci con lui.
Non c’è alcuna sinistra in piedi degna di questo nome che raccolga o faccia proprie le giuste e imprenscindibili istanze poste. Siamo in un altra fase ovunque, non abbiamo più reti riconosciute a cui fare appello, dobbiamo guardare queste mobilitazioni come guardiamo la nostra classe di riferimento ed è soprattutto con loro, che a livello internazionale, dobbiamo ricominciare.
È un movimento in forte collegamento con quello iracheno, animato da molti giovani e molte donne, mosso da motivazioni simili, pur in contesti diversi, si muovono coordinati e sono la novità e la speranza in medio oriente.

UN PO’ DI STORIA RECENTE

Ma facciamo un passo indietro per capire in quale contesto esplode il porto di Beirut insieme a tutto il Libano.
Il 9 marzo 2020, complice anche la pandemia e la sua pessima gestione, lo stato libanese dichiara il default. Il servizio sanitario pubblico è allo stremo. In tutto il Libano c’è un solo ospedale con un reparto Covid e tanti ospedali privati a pagamento che non sono in grado, come tutte le strutture private, di affrontare l’emergenza.
Il Libano è un piccolo paese di 4 milioni di abitanti a cui dobbiamo aggiungere i campi profughi che contengono 500.000 palestinesi e 1.500.000 siriani.
In questo paese piegato dalla crisi economica i partiti maggioritari in Parlamento hanno utilizzato in modo maldestro la pandemia per riabilitarsi agli occhi della popolazione.
Hezbollah e gli altri partiti, confessionali e non, hanno investito per decenni sulla creazione di servizi privati paralleli ai servizi pubblici, soprattutto sanitari. Durante la pandemia sarebbero 80 le strutture private sanitarie che i partiti politici mettono a disposizione , dopo averle privatizzate e rese inutili contro il Covid 19.
Il Libano ha un sistema di sanità pubblica ridotto al lumicino dall’amministrazione esattamente come i paesi capitalisti occidentali.
Il movimento sociale libanese, in modo estremamente maturo, ha preteso, durante il Covid 19, una gestione unitaria della pandemia insieme alle ONG e ai Sindacati, supplendo alle carenze dello Stato.

LA CRISI SI INASPRISCE

La crisi, dunque, si inasprisce aggravando la situazione già compromessa dall’inattività e corruzione del governo di Saad Hariri, leader della maggiore formazione sunnita, il partito Mustaqbal, in arabo partito del Futuro.
Caduto il governo Hariri dopo le numerose manifestazioni di protesta, a dicembre 2019, Hassan Diab assume l’incarico a capo di un governo di tecnici, soltanto apparentemente indipendente dai maggiori partiti confessionali, ma appoggiato e sostenuto dalle forze che hanno la maggioranza in Parlamento, Hezbollah e Amal, le maggiori formazioni sciite, assieme al l’appoggio del loro alleato Michel Aoun, attualmente capo di Stato, , che guida il partito Cristiano maronita, con numerosi seggi in Parlamento.
Hassan Diab risulta quindi assai poco credibile agli occhi del movimento e anche le sue recentissime dimissioni, annunciate condannando la corruzione, strizzando l’occhio al movimento, non sono state convincenti.

La crisi viene anche inasprita dal ruolo delle banche che durante la protesta dell’autunno scorso, essendone uno degli obiettivi, decidono di chiudere le loro filiali.
È importante sapere che il Libano ha ha la doppia moneta, si può utilizzare sia la lira libanese che il dollaro. La chiusura ha contribuito ad una crisi di liquidità, alla riapertura le banche hanno imposto forti limitazioni di prelievo di contante. Inoltre c’è l’insistente sospetto che durante la crisi e la chiusura, esponenti di spicco della politica e degli apparati economici, abbiano trasferito ingenti somme di denaro all’estero provocando ulteriore restrizione della liquidità. Nel giro di pochi mesi la lira libanese si è svalutata di più della metà del proprio valore precedente rispetto al dollaro statunitense, causando un’impennata dei prezzi dei generi di prima necessità, considerando che il Libano importa praticamente tutto dall’estero e paga in dollari.

L’ESPLOSIONE DEL PORTO DI BEIRUT

È in questo preciso quadro, hic et nunc, che esplode il porto di Beirut.
Le mobilitazioni hanno un contesto, in questo caso una storia che dura da un anno, non sono emotive o disperate, sono mobilitazioni politiche che hanno una volontà precisa: abbattere un regime corrotto e criminale.
Preoccupano le visite di Macron in Libano pronto a chiedere riforme che lascino il neoliberismo che ha distrutto il Paese intatto, soltanto più digeribile e meno imbarazzante, magari anche con un pizzico di laicità di facciata, che tranquillizzi la comunità internazionale e lasci la gestione dove è ora.
Preoccupa anche la visita del ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, che promette sostegno e aiuti al capo dello Stato Michel Aoun, a cui il movimento si è opposto chiedendo che non vengano erogati aiuti all’attuale estabilishment ancora al potere.
Siamo fiduciosi che il movimento sappia sconfiggere il regime interno libanese e i tentativi della comunità internazionale di aggirarlo.
Diamogli tempo, sosteniamolo e impariamo dalle loro mobilitazioni a ricostruire in Europa un altro mondo possibile, hanno molto da insegnarci.