FCA usa il Covid19 per un nuovo ricatto

di Fabrizio Burattini

Stanno crescendo il dibattito e la polemica sul “prestito” di 6 miliardi e 300 milioni di euro richiesto dalla FCA (ex FIAT) a Banca Intesa sulla base delle norme del “decreto liquidità”. Quel prestito, se concesso, sarà garantito dalla SACE che, com’è noto, è una società di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti, che, a sua volta, è di proprietà del ministero dell’Economia e delle finanze. Ciò significa che se, per qualunque motivo, la FCA non rifondesse nell’arco dei tre anni pattuiti il prestito, lo stato sarebbe chiamato ad accollarsi l’80% della somma non pagata (cioè oltre 5 miliardi). La garanzia dello stato consentirebbe comunque alla FCA di concordare con la banca un tasso  più favorevole che dovrebbe far risparmiare alla multinazionale automobilistica almeno 150 milioni di interessi.

I dirigenti di quella che fu la Fabbrica Italiana Automobili Torino hanno dichiarato che nel caso di concessione del prestito si impegnerebbero a mantenere gli impianti e gli investimenti in corso nelle fabbriche FCA presenti in Italia. E’ del tutto evidente che questo “impegno” in realtà costituisce un ricatto verso il governo italiano e verso i sindacati, sottintendendo che, nel caso contrario, l’azienda si riterrebbe totalmente libera di operare altre scelte. Il tutto soprattutto considerando che all’inizio del 2021 decollerà la fusione-incorporazione con la PSA (il gruppo che controlla i marchi francesi Peugeot, Citroën, DS, quello tedesco Opel e quello britannico Vauxhall Motors).

Gli ostaggi di questo “ricatto” sono gli oltre 50.000 dipendenti italiani della FCA e, indirettamente, un numero imprecisato (c’è chi calcola 200.000) di dipendenti dell’indotto.

Dunque, Il prestito garantito sarebbe il prezzo che il governo si appresta a pagare per mantenere in Italia la produzione FCA almeno fino al 2023 (data di scadenza della fideiussione della SACE), ben sapendo che quell’azienda, già oggi non è più di proprietà “italiana”, dato che i proprietari, gli “italianissimi” Agnelli-Elkann, controllano la FCA attraverso una società olandese, la Exor, assicurandosi così il generoso trattamento fiscale del paese dei tulipani.

Beceramente a favore della concessione del prestito si è ieri pronunciata la Fim Cisl, attraverso un’intervista a Repubblica del suo segretario generale, Marco Bentivogli, che definisce “populismo da salotto” le riserve espresse da più parti riguardo al fatto di utilizzare oltre 6 miliardi per finanziare un’azienda che paga le tasse al fisco olandese. Più prudenti i toni di Maurizio Landini della Cgil, che pone alla concessione del prestito alcune condizioni (no a delocalizzazioni, mantenimento degli attuali livelli occupazionali) sui quali però la FCA ha già espresso, per quel che può valere, il suo impegno.

Se vogliamo sapere dove vanno, in piccola ma non irrilevante parte, questi soldi possiamo andare a vedere i “salari” che intascano i massimi dirigenti dell’azienda.

  • Mike Manley, l’amministratore delegato di FCA, ha ricevuto lo scorso anno un compenso di 13 milioni e 280.000 euro (1 milione e 429.000 euro di “stipendio base”, 30.000 euro di fringe benefit, 10 milioni di stock grant e 1 milione e 800.000 euro di benefit “previdenziali”).
  • Il presidente John Elkann, molto più modestamente, ha incassato come compenso 3 milioni e 850.000 euro (893.000 euro come salario base, 672.000 euro di fringe benefit e 2 milioni e 280.000 euro come stock grant).
  • Il direttore finanziario Richard Palmer ha ricevuto una remunerazione complessiva di 4 milioni di euro (923.000 euro di stipendio base, 53.000 euro di fringe benefit, 2 milioni e 800.000 euro di stock grant e 247.000 di benefit “previdenziali”).

A fine marzo, l’azienda ha fatto sapere che, per dare il buon esempio, il consiglio di amministrazione della FCA avrebbe deciso di rinunciare in toto ai compensi fino alla fine del 2020, che l’amministratore delegato si sarebbe ridotto del 50% l’emolumento e che lo stesso presidente avrebbe rinunciato al 30%, non specificando se la graziosa rinuncia riguardasse tutta la remunerazione o solo lo stipendio base. Nella stessa nota però, con molta maggiore chiarezza, si annunciava la volontà dell’azienda di ridurre del 20% il salario di tutti quei dipendenti che nel mondo non sono stati ancora “impattati da riduzione di orario o ammortizzatori sociali”.